di Cristina Morozzi

Grazie alla creatività dei maestri e all’eccellenza manifatturiera delle imprese, l’Italia negli anni 70 si è costruita la fama di paese del buon design.

Da allora se ne fregia come un titolo nobiliare ereditario e non un merito da riconquistare ogni giorno. Il saper fare delle aziende e degli artigiani è ancora motivo di vanto e lo testimonia il flusso continuo di designer stranieri che producono in Italia. Ogni medaglia ha però il suo rovescio. Il crescente numero di prodotti made in Italy firmati da progettisti provenienti da ogni parte del mondo è anche segnale di debolezza creativa italiana. Corsi e ricorsi, ma anche ragioni strutturali: inefficienza del sistema scolastico, mancanza di supporti adeguati da parte delle amministrazioni, assenza di organismi deputati (come il francese VIA) alla promozione di nuovi talenti, facilitando il contatto tra designer e imprese. Anche se conviene ricordare che alcuni dei nostri maestri erano autodidatti, che nelle facoltà non esistevano corsi di design, ma solo la laurea in architettura, e che il mestiere del designer molti se lo sono inventato. Forse c’è altro, legato alle caratteristiche del carattere nazionale: incapacità di fare sistema, una pigrizia che porta a privilegiare quanto è accanto alla porta di casa. Paradossalmente, la ricchezza dei nostri distretti manifatturieri è anche all’origine della nostra attuale fiacchezza creativa. I giovani progettisti italiani sanno di disporre di artigiani eccellenti, capaci di risolvere i problemi tecnici, trovare soluzioni innovative per abbassare i costi e rendere i prodotti più efficienti. Fanno un bel rendering e lo affidano ai fornitori che lo consegnano fatto e finito. I progetti li partoriscono, ma non li allevano. In Francia, in Olanda, in Inghilterra e in altri paesi europei, dove manca questo capillare tessuto produttivo, i designer sviluppano nei loro studi-laboratorio i propri progetti, realizzando personalmente i prototipi. Mettono le mani in pasta per sperimentare soluzioni virtuose, si costruiscono stampi artigianali. Esercitano la mente e la mano, ricreando quell’unità di pensiero e fare all’origine dei capolavori storici. L’avere a portata di mano le aziende non stimola a guardare altrove, non invita a correre il rischio dell’ignoto. L’obiettivo è spesso di breve respiro: piazzare l’ennesima sedia al produttore di Manzano (triangolo della sedia), oppure trovare una galleria disposta ad accogliere qualche pezzo di bravura. Per Andrea Illy, presidente di IllyCaffè e Fondazione Altagamma, la responsabilità è anche delle aziende italiane del design che chiamano, sempre più frequentemente, designer stranieri. E’ una provocazione, ma Illy è convinto che l’Italia, baricentro culturale del Mediterraneo, debba rinvigorire la propria creatività, utilizzando il territorio come fonte d’ispirazione. Per potenziare il design italiano è necessario collegarlo al ‘bello’ italiano. La sfida è dare un respiro contemporaneo e globale alle nostre radici. I marchi non devono essere subalterni alla fama dei designer. Per Giulio Cappellini, tra i primi ad allargare l’orizzonte aziendale oltre i confini nazionali, oggi il palcoscenico è il mondo, il punto di vista deve essere globale. Per lui, il nuovo design italiano sta dando risposte a un marketing vecchio, mentre è importante applicarsi a nuovi ambiti di progetto, la terza età, per esempio, un mercato sempre più importante. Cappellini invita i giovani designer a rimettersi in discussione, essere più umili, non temere di sporcarsi le mani e avere più rispetto del mestiere. Patrizia Moroso, che nel catalogo della sua azienda annovera un nutrito drappello di creativi internazionali, trova nei designer stranieri una cultura più vasta e strumenti intellettuali adatti ad affrontare la contemporanea complessità. “Quando approccio un progettista, m’interessa capire i suoi riferimenti, testare la temperatura del suo lavoro. Gli italiani peccano spesso di superficialità e arroganza e non sanno ascoltare per scoprire i segreti che le aziende custodiscono”. Elis Doimo, amministratore delegato di Casamania, sforna con generosità ogni anno nuovi progetti di giovani designer, convinta che siano tanti quelli che meritano. Ha collaborato con creativi di varie nazionalità, ma quest’anno, in controtendenza, ha dato un bonus agli italiani, presentando una collezione tutta tricolore. Per il designer Francesco Faccin, che ha preso il volo per affrontare nuove committenze, il sistema va cambiato ed è necessario essere radicali e un po’ folli. Gli interlocutori non possono essere solo i fornitori della Brianza. È salito su un aereo ed è andato a costruire i banchi per la scuola che l’Ong Live in Slums sta edificando a Mathare, baraccopoli alla periferia di Nairobi. Per Faccin, fare progetti più coraggiosi è un’iniezione di energia e serve a capire che ci sono altri modi di essere designer. Oggi è necessario produrre idee e non merci. Scarnifica perché vorrebbe realizzare oggetti quasi invisibili e lavorare nel modo più garbato possibile per non aumentare il rumore di fondo. Appartengono a questo approccio anche gli interni realizzati con materiali di recupero del ristorante 28 posti di via Corsico 1 a Milano, costruito dai detenuti dell’ Istituto penitenziario di Bollate. Giorgio Biscaro, designer, fondatore con Matteo Zorzenoni e Studio Zaven del marchio Something Good che edita prodotti da vendere sul web, da poco passato dall’altra parte della barricata nel ruolo di art director di Fontana Arte, sostiene che gli italiani sono messi male, non possiedono formazione di tipo umanistico e perseguono solo obiettivi specialistici. Per Biscaro, manca permeabilità ad altre sensibilità. Bisognerebbe ritrovare il tempo di sperimentare accanto ai produttori, ma oggi le aziende hanno fretta, vogliono andare a colpo sicuro, utilizzano tecnologie e materiali già certificati e l’attività si concentra sulla scelta del designer e sulla comunicazione, che sta diventando la moneta da spendere al posto della qualità. La sua scommessa al debutto come art director è stata di proporre dei prodotti ‘dialoganti’, in grado di trasferire con chiarezza la percezione di qualità e funzionalità. Il rapido giro d’opinioni conferma un allarme, sempre più diffuso: la creatività italiana si è indebolita. Il ricostituente già pronto non esiste; forse, come dice Francesco Faccin, l’unica ricetta è tornare ad essere radicali e un po’ folli.

Vasi scultura Crystal Ball, con basi in legno massello e sfere in pyrex colorato, disegnati da Matteo Zorzenoni per la collezione Progetto Oggetto di Cappellini, 2013. Appendiabiti e vuotasche Ruben in metallo e legno, design Ilaria Marelli, produzione Casamania, 2013.
Dettaglio della sedia in legno Pelleossa, disegnata da Francesco Faccin e prodotta da Miniforms, 2012. Serie di oggetti in vetro, legno, metallo e plastica disegnati da Giorgio Biscaro per il nuovo marchio Something good, un’iniziativa produttiva ideata da Giorgio Biscaro, Studio Zaven e Matteo Zorzenoni, che ha debuttato al Sa lone del mobile 2013.