Abbiamo imparato moltissimo sull’insegnamento durante il lockdown. E ora che la scuola ha verificato sul campo quanto può essere utile avere un nuovo strumento, completamente digitale, a completare l’offerta formativa complessiva, tornare indietro non sarà solo impossibile, ma soprattutto poco sensato

* Stefano Mirti, progettista, insegnante, partner di IdLab. Direttore della Scuola Superiore di Arte Applicata del Castello Sforzesco a Milano, Presidente della  Fondazione Milano. Cura le Letterine quotidiane.

Che cosa abbiamo imparato rispetto all’insegnamento (e all’apprendimento) in questo periodo di pausa forzata? E che cosa ci rimarrà? Due domande corpose, importanti, necessarie, che intersecano la vita di molti di noi. Avendo un tempo limitato dell’attenzione del nostro lettore, concentriamoci su alcune considerazioni di carattere generale, definiamo i punti fermi (o almeno, quelli che potrebbero esserlo).

In prima istanza, si può dire che abbiamo capito (in prima persona, in tempo reale, modalità imparare facendo) che cosa vuol dire il concetto di yes, we can, nelle sue infinite sfaccettature. Professori settuagenari che in pochi giorni sono diventati cintura nera di Google Meet, bambini di otto anni che insegnano alle proprie maestre come tramutare lo sfondo di casa in un paesaggio di Minecraft piuttosto che la spiaggia tropicale. Gruppi di Whatsapp in cui precettori e cattedratici di ogni età e condizione sociale si scambiano trucchi, link, tutorial di ogni sorta. L’insieme di tutti questi fenomeni è stato – ed è – entusiasmante ed esaltante. Un mondo nuovo che si dispiega davanti ai nostri occhi.

Ovviamente vanno anche rammentati una serie di distinguo non secondari: una grande quantità dei nostri studenti non ha un accesso alla lezione via Internet. Anche (se non bastasse il primo problema) c’è poi un altro concetto molto importante: l’on-line non può sostituirsi alla lezione tradizionale.

Ecco, partiamo da questo argomento, che forse è l’architrave di tutta la questione concettuale. Chi scrive ha passato più di un decennio a sperimentare e provare ogni forma possibile di condivisione del sapere a distanza (in effetti, in inglese suona meglio: knowledge sharing). Qui arrivati è plausibile poter dire che il nuovo medium (una lezione su Zoom) non è un sostituto a quello precedente (una lezione in un’aula). Al massimo, nelle condizioni migliori, si può trattare di un’azione di affiancamento a generare grande utilità e straordinaria moltiplicazione di valore (del medium tradizionale che non va perduto).

Un esempio per intenderci. Quando Johannes Gutenberg mette a punto la tipografia mobile si iniziano a stampare grandi quantità di libri: questo (in termini di storia dei media) è un salto quantico. Il medium precedente (il libro manoscritto) è oggetto molto costoso, la nuova tecnologia consente invece di ridurre i costi a una frazione e arrivare dunque a molte più persone. Immaginiamo di essere in un’università medievale, quando arriva il libro stampato: emozione straordinaria perché le possibilità e gli orizzonti si aprono in maniera inverosimile. Però (è ovvio), il libro non va a sostituire la tradizionale lezione: semplicemente, la complementa. In cosa cambia l’università (intesa come istituzione) con l’arrivo del libro stampato con caratteri mobili? Banalmente rivoluziona e potenzia la propria biblioteca (le proprie biblioteche). Il carattere mobile di Gutenberg (e i successivi affinamenti di Aldo Manuzio) fanno fiorire strabilianti biblioteche alla portata di molti. Detto questo, rispetto all’insegnamento (docente in cattedra e studenti nei banchi), rispetto alla lezione in presenza, non succede nulla.

Per noi è uguale. L’opportunità di fare lezione on line, la possibilità di invitare ospiti eccezionali da qualsiasi parte del mondo, il lavorare in maniera interattiva e orizzontale con gli studenti (in remoto non si può avere la modalità top-down tipica delle nostre classi usuali) definisce un dispositivo nuovo, che si va ad affiancare a tutta una serie di altre strumentazioni didattiche già esistenti.

Una buona scuola ha dei bravi insegnanti e un’ottima biblioteca, laboratori ben organizzati, la possibilità di fruire di viaggi e visite di istruzione. È poi in grado di organizzare stage piuttosto che alternanze scuola/lavoro per i propri studenti, e tante altre cose. Lo sport, le attività sociali, l’alloggio dei propri studenti che arrivano da fuori città, tanti altri tasselli. Ecco, adesso, quella scuola avrà verificato sul campo quanto può essere utile avere un nuovo strumento, completamente digitale, on line, a completare l’offerta formativa complessiva.

Il mondo prossimo davanti a noi non sarà né bianco né nero. Sarà (come sempre) colorato con una qualche tonalità di grigio. Non rimarremo forzati in casa per sempre, ma neppure si ritornerà al solito tran-tran. Vivremo in una qualche forma intermedia. A settembre si tornerà a scuola con le mascherine, distanziando i banchi e magari facendo i doppi turni. Potrebbe però esserci un ritorno del virus, allora si tornerà in quarantena con le lezioni a distanza. O magari tutto finisce (come già fu per l’influenza spagnola) da un giorno all’altro. In questo caso toglieremo le mascherine e riavvicineremo i banchi. Insomma, sarà un futuro dove ai sistemi tradizionali potremo (con grande utilità e merito) affiancarne di nuovi. Il nuovo paradigma è stato acquisito, il salto cognitivo è stato fatto: tornare indietro non solo è impossibile, anche, è poco sensato.

È vero che “...video killed the radio star”, ma la canzone dei mai dimenticati Buggles non si applica al nostro caso. Qui, nessuno uccide o cancella un bel niente. Semplicemente si allarga la cassetta degli attrezzi.

Un ultimo pensiero.

Mai confondere il contenitore con il contenuto. Dire che ci salveremo con un tablet piuttosto che con la lim (lavagna interattiva multimediale) è una straordinaria stupidaggine. Come se negli anni ‘50 del secolo scorso avessimo detto che dando una biro Bic (o una penna) a ogni bambino, la qualità delle nostre scuole sarebbe migliorata. Zoom, il tablet, la lavagna e la tavoletta di cera e lo stilus sono niente di più (e niente di meno) di uno strumento. La qualità della lavagna (o del gessetto) non è importante quanto la qualità di chi insegna.

Come è sempre stato (e come sarà sempre), anche oggi l’argomento importante è la qualità dell’insegnante. Se il docente è in grado di comprendere i nuovi paradigmi e usare i molteplici strumenti che le tecnologie (vecchie e nuove) ci regalano, tutto il resto poco per volta andrà a posto (cioè, tutto il resto andrà a posto fino a quando arriveranno i prossimi Gutenberg e Manuzio a far ricominciare le nostre discussioni e ragionamenti).

 

Nella foto di apertura e nell'articolo, la ristrutturazione della scuola Enrico Fermi di Torino curata dallo studio BDR bureaufondato dai due giovani architetti Simona Della Rocca e Alberto Bottero. Esito dell'iniziativa Torino Fa Scuola e frutto di una riflessione culturale, pedagogica e architettonica sui nuovi spazi di apprendimento della scuola italiana, il progetto ha trasformato la scuola costruita negli anni Sessanta dandole una vocazione più ampia di community school. Sono stati infatti riorganizzati gli accessi e gli spazi esterni e ora la struttura integra diverse attività aperte al quartiere, come la palestra, la biblioteca, l'auditorium e la caffetteria. Ph. Simone Bossi.