Di fronte al proliferare di mezzi di comunicazione e al velocizzarsi del tempo di produzione (e di fruizione) si aprono grandi opportunità per raccontare la cultura in modo diverso. L’unico ingrediente obbligatorio: una creatività dirompente

La narrazione delle cose ha sempre accompagnato la loro progettazione e produzione. Quello che è cambiato radicalmente, negli ultimi tempi, sono i mezzi a disposizione per crearla e diffonderla. Non più quindi solo’ mostre e libri, ma anche podcast, video, progetti digitali. In questo senso, il primo discrimine di cui tenere conto nel progettare una narrazione non sembra essere tanto lo spazio, materiale o immateriale che sia, quanto il tempo.

Con la postmodernità e l’avvento dei mass media, infatti, si assiste all’affermazione di un sapere che viene divulgato con tempi che si velocizzano quanto quelli di uno spot o di un jingle pubblicitario e l’opera assimila le modalità narrative della merce. Il design, essendo per sua natura intimamente connesso alla praticità d’uso, è un campo di estremo interesse nella narrativa del quotidiano, diretto e veloce: gli oggetti possono essere i cavalli di troia di un pensiero che penetra velocemente nelle nostre esistenze, portando nel gesto confidenziale dell’uso un significato più profondo e consapevole.

Il punto nodale risiede nel tempo da dedicare alla decodifica di questo messaggio. Per questo, alla moltiplicazione e rapidità degli strumenti comunicativi oggi si può rispondere con strategie progettuali atte a sfruttarne i rispettivi potenziali.

Già le Avanguardie ci hanno insegnato a pensare ai libri – vero medium eterno’ – come progetti di fruizioni multiple su tempi diversificati, sfruttando la grafica e le immagini (osservazione veloce) e il testo (lettura più lenta). Proprio per questo motivo nel Manuale di Storia del Design, scritto insieme a Vanni Pasca, abbiamo articolato il testo secondo tre velocità: le didascalie e i titoli, che accompagnano il movimento rapido delle immagini; la narrazione vera e propria con i suoi tempi di lettura; infine, i box tematici e le note, che vivono il tempo lento della riflessione approfondita dello studio.

Una sfida narrativa è oggi posta dal mezzo dei social network, che, fuori dalla sola dimensione ludico-esibizionistica, si rivelano architetture digitali estremamente efficaci nel veicolare il racconto delle cose, a patto di essere progettate.

La scorsa estate l’esperienza di MAXXI Casa Mondo – prima mostra digitale del Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo – è stata una conferma proprio di questo. Da un lato la natura architettonica’ di Instagram è stata identificata dagli allestitori digitali, lo studio Formafantasma, come un insieme che, grazie alla sua raffigurazione in griglia di interventi puntuali come i post giornalieri, potesse corrispondere perfettamente al trasferimento dei contenuti: quelli rapidi delle immagini e quelli più specialistici e lenti del testo, il tutto scandito nel divenire della costruzione del feed/casa.

Leggi anche qui il progetto della mostra digitale Casa MAXXI

I contenuti stessi sono stati così articolati in una serie di casi storici, che abbiamo scelto con Elena Tinacci tra i più calzanti nel raccontare la trasformazione dello spazio domestico pre e post pandemico, e i progetti inediti realizzati su commissione da un team stellare di progettisti contemporanei (Bêka & Lemoine, Campana, Faustino, Fujimoto, Grcic, Guixé, Urquiola).

L’adesione entusiastica e generosa di questi ultimi è stato un ennesimo segnale del fatto che oggi gli autori non solo gestiscono i mezzi per come vengono consegnati agli utenti medi, ma sono pronti a rileggerli con gli occhi di chi progetta. Perché per gestire con visione innovativa un mezzo del genere non è necessario essere un programmatore o disporre di conoscenze tecniche specialistiche, ma possedere qualcosa di estremamente meno comune e più prezioso, che da sempre fa la differenza: le idee.

 

In apertura: collage Open Windows realizzato da Humberto Campana di Estudio Campana per Casa Mondo, 2020. Courtesy Fondazione MAXXI.