Il catastrofismo impedisce all’Occidente di capire il potenziale del continente africano: la capillare e diffusissima capacità di self-organization. Da cui avremmo invece molto da imparare

* Paolo Cascone, ingegnere e designer. Ha fondato e dirige COdesignLab, insegna Environmental Design alla University of Westminster ed è direttore scientifico del progetto African Fabbers

Qualche mese fa sarei dovuto partire per Douala, in Camerun, per portare a termine un progetto a cui tengo molto iniziato 3 anni fa. African Fabbers, che è nato da un’esperienza durata più di dieci anni in Africa subshariana, consiste nello sviluppo di una piattaforma culturale che esplora il controverso rapporto tra saperi neo-vernacolari e processi digitali nel campo del design ecosostenibile e dell’architettura self-sufficient.

Quel viaggio a Douala, che mi sembrava fondamentale, non è avvenuto a causa della pandemia. Mi chiedevo quando avrei rivisto i miei studenti africani e come avrebbero portato avanti il cantiere gli artigiani e gli operai con cui abbiamo intrapreso questo percorso.

I media occidentali e il WHO (World Health Organization) erano così insistenti nel loro afro-catastrofismo’ che quasi mi sentivo un vigliacco a non poter andare a finire il mio lavoro con i ragazzi di Douala. Per fortuna ci sono voluti pochi scambi via whatsapp – e una rilettura del libro Afrotopia del sociologo senegalese Felwine Sarr – per avere un paio di conferme e un dubbio.

La prima conferma, che è poi il motivo per cui mi interesso da anni di emergent design in Africa, è che le comunità di questi Paesi si basano da millenni sul self-organisation. In base a questo principio, apparentemente molto semplice, in realtà generatore di sistemi complessi, sono capaci di rispondere a condizioni di estrema criticità (economica, ambientale, sanitaria, etc.) mettendo in campo soluzioni endogene grazie a una diffusa creatività e a una forte idea di comunità.

Questo approccio, teso all’autosufficienza, consiste nel sapere vivere in osmosi con il proprio territorio, ottimizzando risorse. Ed è probabilmente anche questo uno dei motivi per cui molti Paesi africani, malgrado la carenza di strutture sanitarie adeguate e la deriva autoritaria di alcuni governanti, stanno contenendo il Covid 19 e il suo effetto sulla società. Appena avvertito il problema, nelle grandi città del continente le persone si sono subito organizzate tra loro per autoprodurre mascherine senza fermare le loro attività sociali ed economiche.

La seconda conferma è che questa crisi può diventare una grande opportunità per i Paesi africani cosi come Wole Soyinka, premio Nobel nigeriano per la letteratura, ha affermato in una lettera aperta cofirmata da oltre 100 intellettuali del continente e indirizzata ai propri governanti. Soyinka crede che l'Africa debba svegliarsi e riprendere in mano il proprio destino, alla luce delle enormi risorse materiali e umane di cui dispone. Le diverse forme di resilienza e creatività messe in campo da tanti giovani scienziati e ricercatori africani sono la prova delle enormi potenzialità del continente.

Spero che questo cambio di paradigma possa avvenire presto perché il dubbio, che poi forse è una certezza, è che forse è arrivato il momento per noi europei di guardare all’Africa come una grande opportunità culturale per apprendere nuove forme di resilienza sociale.

Credo quindi che per uscire da questa crisi di sistema dovremo sempre di più guardare con attenzione a soluzioni africane per risolvere problemi globali’, passando dalla cultura paternalista dell’emergency design a quella dell’emergent design che impone un maggiore equilibrio tra natura e tekné.

Soluzioni africane per risolvere problemi globali"

Per il resto non posso che ammirare, attraverso whatsapp, instagram, etc., la forza creativa con cui gli studenti a Douala stanno affrontando questo momento e l’impegno con cui operai e artigiani stanno completando in perfetta autonomia il cantiere iniziato insieme.

L’hub culturale e il prototipo di off-grid house che abbiamo recentemente realizzato in Camerun sono architetture che respirano, malgrado siano state pensate prima del Covid 19, sviluppando una logica di economia circolare con l’obiettivo di distribuire ricchezza in loco e ridurre le emissioni CO2. In fondo non servono grandi rivoluzioni per pensare a un mondo migliore per il post Covid, basterebbe applicare questo approccio in maniera diffusa.