In Italia la sicurezza è sempre stata considerata ‘cosa da donnicciole’. Sul lavoro e ora anche nell’emergenza sanitaria. È un problema di cultura ma anche un po’ di design

* Odo Fioravanti, industrial designer

Da qualche mese si parla molto di DPI, acronimo per i Dispositivi di Protezione Individuale. Ho persino sentito qualcuno – inebriato dalla quarantena? – americanizzarlo dicendo dippi-ai”, che però sono i Dot Per Inch, indice del livello di definizione di una stampa. In inglese i DPI sono invece i PPE cioè Personal Protective Equipments e se ne parla da decenni. Non perché negli altri Paesi siano più avvezzi alle pandemie ma perché l’acronimo indica qualsiasi dispositivo che protegge le persone, per esempio sul lavoro. I PPE sono insomma cose che la gente usa, per essere al sicuro mentre compie azioni potenzialmente pericolose. Per noi italiani, i DPI sono invece un acronimo nuovo, legato all’emergenza del coronavirus: praticamente un sinonimo di mascherine.

Basta questa semplice considerazione per capire quanto in Italia siamo lontanissimi dall'avere interiorizzato una cultura sensata della protezione sul luogo di lavoro.

Pensate alla copertina di Macho Man dei Village People (1978). Il secondo da sinistra si chiama David Hodo e in questo gioco fantastico di travestimenti rappresentava l'operaio edile con cintura portattrezzi e elmetto protettivo. Già 40 anni, quindi i PPE (DPI) erano così integrati nella cultura americana da diventare parte della maschera da muratore. Negli stessi anni, e per molti anni ancora l'immagine del muratore in Italia sarebbe stata invece quella di un uomo in canottiera, mocassini e il tipico cappello di carta di giornale. Il che la dice lunga sul grado di sicurezza nei cantieri.

La verità è che il nostro popolo, soprattutto i suoi esemplari di sesso maschile, hanno sempre osteggiato l'avverarsi delle protezioni. Sul lavoro proteggersi è sempre stato un gesto che ricadeva nella silenziosa trappola culturale di rompere l'idea virile di invulnerabilità. Alimentata dal malinteso per cui le protezioni, ammettendo la fallibilità, paventassero una debolezza da femminuccia, rovinando l'immagine di maschio virile, etero, integro e invincibile. E giù morti e feriti in una sequenza mai interrotta.

La prima volta che al mio paesino indossai le ginocchiere da pallavolo, mi dissero che erano da femmina. E lo stesso accadeva a chi indossava casco in moto. Mentre nell'iconico telefilm Chips la telecamera indugiava per secondi interi sull'allaccio del casco dei due protagonisti rendendo il gesto decisamente cool.

Anche quando “ci tocca”, non prendiamo la protezione sul serio. Come dire: lo faccio per farvi contenti ma niente mi fa paura. Ce n’è per tutti i gusti: caschi di tre quarti, elmetti slacciati, imbragature indossate ma non agganciate alle linee vita. E, per rimanere in attualità, mascherine che coprono la bocca ma non il naso o indossate come un triste cappellino per festeggiare il capodanno dell'intelligenza.

Ma è ora di dirlo forte e chiaro: questa retorica del non capiterà a me” è davvero esistita oltre tempo massimo. Perché – e questo è uno dei pochi meriti del virus – nell’emergenza di oggi la sicurezza altrui dipende direttamente dalla nostra. Il fregarsene perché “non capiterà a me” è improvvisamente diventato un gesto egoista oltre che stupido. Inaccettabile.

Cosa si potrebbe fare, allora, per rendere i DPI più digeribili ai recalcitranti italiani doc? Tante cose. La prima è un cambio di posizionamento culturale per costruire non solo un’accettazione ma un’aspirazione. Per anni i produttori di tabacco hanno costruito un immaginario in cui fumare era un gesto ad alto impatto emozionale, perfetto per tutte le occasioni. Perché non fare la stessa cosa con prodotti che di fatto ci farebbero del bene? La seconda ha a che fare con l’usabilità. Dalle calzature anti-infortunistiche alle mascherine, la pessima portabilità è imperante. Infine l’estetica: fare una cosa brutta o bella ha poco impatto in termini di costi e produzione ma enormi nella voglia di indossarla.

Il cambio profondo da fare è quindi di progettare i DPI non come le protezioni per chi ha paura ma gli accessori di chi ha coraggio, responsabilità e prende la vita sul serio. Pensiamo alle armature, ai superpoteri, agli scudi e meno agli ospedali o alle farmacie ortopediche. Non è impossibile: le maschere da saldatore, per esempio, da tempo hanno livree simili a quelle degli skateboard e restituiscono a un oggetto freddo, una specie di dimensione frivola che fa venire voglia di usarlo.

I DPI ormai sono tra noi e ci resteranno al lungo. L’auspicio è che l’attenzione progettuale dalle mascherine si allarghi a tutti i dispositivi di protezione per chi lavora, in qualunque settore. E che possiamo tutti un giorno sentirci orgogliosamente David Hodo.

 

Nella foto in apertura, David Hodo del gruppo musicale Village People in scena, travestito da muratore, nel 1978.