Se vogliamo case intelligenti ma anche belle da vivere, gli interior designer devono iniziare a capire davvero la tecnologia. Non farlo vuol dire lasciare che siano i giganti del tech a dettare le regole dell’abitare. Come già, di fatto, sta avvenendo

*Monica Dalla Riva è Vice President Design & Customer Experience di Deutsche Telekom

 

Sulle nostre case, la quarantena ci ha insegnato che non sono ancora pronte per chi siamo. È normale che i cambiamenti socio-culturali siano molto più veloci delle risposte della burocrazia, della politica e delle istituzioni. Pochi di noi, però, si aspettavano di essere, almeno in parte, traditi dei loro nidi. Dopotutto eravamo già, e da tempo, uomini e donne digitali. Mai prima d'ora, però, quell'aggettivo ha significato così tanto per noi al di là della sfera della performance (il lavoro) e dell'entertainment. Mai, prima d'ora abbiamo dovuto affidare ad App, tutorial, sistemi di videoconferenza e di condivisione di contenuti la totalità della nostra sfera personale: dalla scuola al lavoro full time in remoto, dal ritocco ai capelli al corso di yoga, dall'aperitivo con gli amici alla chiacchierata coi nonni, dal cinema col fidanzato lontani su Zoom ai concerti blockbuster sulle piattaforme di gaming insieme ad altri 12 milioni di persone.

Ci siamo adattati, più o meno bene. Abbiamo ricavato angoli per lavorare, studiare, chiacchierare, giocare. Ma tutto è stato a lungo posticcio, trasformabile, “di fortuna”. Abbiamo vissuto per settimane circondati da cavi, con sgabellini trasformati in supporti per il computer di fortuna e tavoli da pranzo usato per video-conferenze.

Niente è stato più lontano dall'immagine delle case tech che ci sono state promesse negli anni.

Tornerà, prima o poi, la vita di sempre. Ma la nostra trasformazione in homo connectus non si arresterà. Le nostre case avranno sempre più bisogno di tecnologia ma di sempre meno gadget. Sembra un ossimoro ma quello che ci serve, per vivere bene – e lo abbiamo tutti drammaticamente capito in questi mesi – è una tecnologia che c'è ma non si vede, che ‘sente’ la nostra presenza e ci aiuta nelle mille situazioni diverse di cui è fatta una giornata. Senza chiederci aggiornamenti, spostamenti di cavi, collegamenti di App o gestione di complicati menu di istruzioni.

Può sembrare paradossale ma per portare nelle nostre case più funzionalità, estetica e poesia ci serve più tecnologia digitale.

Per portare nelle nostre case più funzionalità, estetica e poesia ci serve più tecnologia digitale"

Al momento, che ci piaccia o no, tutto quello che porta intelligenza nei nostri ambienti viene deciso da ingegneri, sviluppatori di software ed esperti di IoT e intelligenza Artificiale che agiscono sugli input del marketing. I designer contribuiscono alla nascita dei sistemi di domotica, certamente. Ma sui singoli prodotti, sulle interfacce, sulla loro usabiltà non su come essi si integreranno nei nostri spazi. Che invece è l’aspetto più importante per chi usa questi devices, come chiunque abbia vissuto la pandemia bloccato in casa può ora testimoniare.

Quello che accade oggi è che quando si progetta una casa la si fa nascere a compartimenti stagni. C’è il progetto architettonico, poi c’è quello impiantistico. E il più delle volte la tecnologia (così come spesso l’arredo) arriva come aggiunta a un involucro già fatto e finito, sul quale si deve impiantare. Il più delle volte, però, la mancanza di una regia a priori la fa apparire come una fastidiosa escrescenza, fatta di oggetti scollegati tra loro, anche se pensanti.

La soluzione? Creare un dialogo tra chi progetta le abitazioni e chi sviluppa le soluzioni digitali. Collegare il mondo degli interior designer all’universo degli ingegneri e degli sviluppatori perché creino un sentire comune. Inventare modi perché lo iato tra design e ingegneria inteso come creatività e funzione – così passé, vista l’enorme capacità innovativa degli sviluppatori di software – smetta di influenzare le scelte aziendali ma anche quelle degli studi di architettura e design.

È solo lavorando creando questi ponti che arriveremo ad avere case tech in cui varrà veramente la pena vivere, luoghi del cuore dove tutto funziona e ci piace, senza assomigliare a qualcosa che non siamo noi.

 

Le immagini appartengono al progetto fotografico ‘Infra Realism’ di Kate Ballis ambientato a Palm Springs. Attraverso l'utilizzo di filtri a infrarossi, l'architettura modernista degli edifici, luoghi iconici come l’Ace Hotel & Swim Club, il Palm Springs Tennis Club e l’hotel Parker e i paesaggi assumono colori vividi ed elettrizzanti in un'atmosfera surreale. Dalla serie è stato tratto un libro fotografico, Infra Realism’ di Kate Ballis @kateballis, edito da Manuscript