Grazie ai funghi, capaci di trasformare lo scarto in valore attraverso la decomposizione, si può infondere vita in qualcosa che in vita non è mai stato. Come i policarbonati sintetici

* Maurizio Montalti, designer e imprenditore, ha fondato Mogu, un’azienda di biofabbricazione industriale che usa processi biologici per creare materiali alternativi a quelli di origine sintetica

Non è semplice pensare a come uscire dall’Antropocene. Non è una cosa che si fa in punta di piedi, senza porsi domande scomode e riflettere sui cicli di vita delle cose e degli esseri umani. Ma il primo passo per dare un timido sguardo al futuro è pensare alla fine delle cose e di noi stessi, considerandola come possibilità collettiva e non come dramma individuale. Perché il pensiero della morte introduce la possibilità della rinascita.

Quando studiavo a Eindhoven e, come tutti, portavo avanti ricerche da giovane designer/maker, mi sono imbattuto nell’idea che liberarsi dalle cose inutili prodotte finora è il vero obiettivo del design oggi. Eliminare sembra un atto brutale, distruttivo e molto semplice. Dal mio punto di vista contiene invece un’idea molto potente: quella di rinascita e di rigenerazione. In natura, ed è lì che bisogna guardare se si vuole imparare qualcosa di nuovo, niente scompare. Semplicemente cambia forma. Qualcosa induce la materia a transitare da uno stato a un altro. Studiando il mondo naturale mi sono presto reso conto del ruolo chiave dei funghi come agenti di questa rigenerazione nell’ecosistema.

Ho bussato alle porte dei laboratori di biologia e di micologia per capire come funziona questo processo. Ho scoperto che grazie ai funghi, capaci di trasformare lo scarto in valore attraverso la decomposizione, si può infondere vita in qualcosa che in vita non è mai stato. I policarbonati sintetici, ad esempio, possono diventare parte di un processo naturale ed essere riciclati.

Dimostrare concretamente che la relazione fra umano e non umano si organizza intorno a una collaborazione simbiotica di trasformazione è un passo verso una cultura materiale diversa. Non credo che vedrò gli effetti di questa consapevolezza durante la mia vita: sono processi culturali lunghi, infiniti. Piacerebbe a tutti trovare soluzioni rapide, ma è impossibile.

Il lavoro reale, che ha un impatto sulle produzioni di massa, accade con lentezza e molto pragmatismo. Da designer ho imparato che si procede per passi incrementali e sperimentazioni transdisciplinari. Per questa ragione ho fondato, insieme ai miei soci, un’azienda di biofabbricazione industriale che usa processi biologici per creare materiali alternativi a quelli di origine sintetica. Si chiama Mogu. Non lo abbiamo fatto perché è una bella storia, ma perché questi materiali funzionano, hanno qualità tecniche ed emotivo-esperenziali che spingono le grandi aziende ad aprire un dialogo con mondi diversi.

Rimane da superare un scarto cognitivo: accettare che la nozione di transitorietà sia integrata nei materiali. Idealmente un mobile di legno può essere eterno, ma il tempo lo cambia, lo trasforma in qualcosa di diverso. Gli insetti, la luce, le variazioni di temperatura e umidità contribuiscono alla sua inevitabile degradazione. Nei materiali organici questo processo è più rapido, più visibile. E rinunciare all’eternità richiede un’evoluzione del pensiero che, in un certo senso, fa molta paura.

Eppure è quello di cui l’essere umano ha davvero bisogno.

Accettare la mutazione significa implicitamente rendere possibile la rinascita, un concetto molto più evoluto del semplice riciclo. Un’idea che ripara la frattura fra noi e l’ambiente naturale, aprendoci nuove ipotesi di collaborazione e coabitazione con il non umano.

Foto di apertura di Filippo Piantanida per il lancio della collezione di pannelli acustici per l'interior design di Mogu, realizzati completamente in micelio, l'apparato vegetativo dei funghi, e residui tessili riciclati.

Testo raccolto da Elisa Massoni