Immaginare autonomamente è difficile in un mondo in cui schiere di professionisti fanno il lavoro al nostro posto. Ma recuperare la capacità di costruire scenari possibili è fondamentale per partecipare alla creazione di un domani collettivo

* Matteo Meschiari è antropologo, geografo e scrittore. Il suo ultimo libro è: La Grande Estinzione: immaginare ai tempi del collasso (ed.Armillaria, 2019)

Immaginare è spesso usato come sinonimo di fantasticare. Quindi, come un’attività ludica, fine a se stessa. In realtà quando immaginiamo usiamo un fascio di abilità cognitive fondamentali e utilissime alla nostra sopravvivenza. Come costruire scenari mentali possibili, in cui testare soluzioni “restando al sicuro”; o moltiplicare le occasioni di inciampare in situazioni creative del tutto impreviste, spesso brillanti.

È questa facoltà di immaginazione, tipicamente umana, che ci ha permesso di arrivare fin qui e che, presumibilmente, ci salverà. Ma prima dobbiamo ritrovarla.

Immaginare autonomamente è infatti diventato sempre più difficile in un mondo in cui schiere di professionisti fanno il lavoro al nostro posto. Politici, comunicatori, pubblicitari, a volte artisti: sono tantissime le persone che creano immaginari collettivi – dai migranti alla banana appesa con l’adesivo – che ci vengono proposti in modo ossessivo e a cui sentiamo di partecipare (commentando, condividendo) ma sui quali il nostro contributo creativo è pari a zero.

Ma per prendere in mano le sorti del cambiamento è fondamentale riappropriarsi dell’immaginario e non delegarlo a élite che pensano prima di tutto a salvare sé stesse. Farlo costa fatica: immaginare il futuro richiede infatti studio ed esperienza speculativa. Non parlo di futurologia, ma di una scienza degli scenari fondata sul metodo comparativo, per esempio rispetto alla storia. Vuol dire che se vogliamo immaginare il futuro del pianeta dopo la pandemia, dovremmo studiare scenari psicologici e sociali simili nel passato dell’umanità. E da qui, per analogia e aggiustamenti, fare delle ipotesi nuove, evitando di cadere nelle distopie.

Di queste infatti è pieno il mondo. Ma non servono se non sono accompagnate da un parallelo pensiero utopico, cioè uno capace di inventare un’alternativa economica, politica e culturale diversa dallo status quo. Quelli a cui dovremmo ambire sono le possitopie, cioè scenari possibili (e preferibili) e immaginari sviluppati collettivamente all’interno dei quali muoversi con l’autonomia creativa, economica, politica e artistica necessarie per andare avanti.

 

Le fotografie che illustrano l'articolo fanno parte della mostra antologica Sandy Skoglund. Visioni Ibride’, curata da Germano Celant, a Torino negli spazi di Camera - Centro Italiano per la Fotografia, dal 24 gennaio al 24 marzo 2019. Le immagini nascono dalla costruzione di un set, estremamente complesso, che l’artista statunitense poi fotografa. In apertura, The Green House, 1990, della serie True Fiction Two’. Collezione Cirillo, Brescia. Courtesy Paci contemporary gallery.