Trascorso il periodo di emergenza che ha imposto una surreale immobilità, ora è il tempo dell’azione. E la cultura del progetto dovrà mettere in moto una ricostruzione virtuosa, un’intima rigenerazione animata dall’ascolto profondo e responsabile delle cose del mondo

La testimonianza di forza, di sopportazione offerta da medici, infermieri, personale sanitario, sacerdoti, e da tutte le anonime pluralità operose, nell’affrontare i dolori, gli affanni, gli sconforti, le infelicità, ha risvegliato nella collettività dolente il valore attorno al quale una comunità si rigenera: il senso del sacro, del mistero, del limite. Il sacrificio – sacrum facere – che l’uomo fa sublima il valore della vita per ridonare agli altri uomini ‘l’amore rinnovato per la vita’. Questo accade ogni qualvolta l’uomo compie un sacrificio. Le guerre, le catastrofi, una volta passate le immanenti brutalità, lasciano nel cuore sofferente dei superstiti la volontà e il desiderio di rigenerarsi, di rinascere. Alcuni mantengono il patto e proseguono sulla via della ricostruzione virtuosa, altri dimenticano l’intesa e si fanno guidare dall’arroganza.

‘L’incantesimo’ dei mesi trascorsi ci impediva di ‘superare la soglia’, mutando ‘l’esperienza del vivere’. Abbiamo mangiato, cantato, studiato, lavorato, ma anche subito, imprecato, sofferto. ‘Il sortilegio’ a poco a poco ci ha fatto dimenticare ‘le cose del mondo’, minacciando le nostre notti con l’inquietudine della paura, mentre la metrica infausta dei bollettini quotidiani dava pubblica notizia del pianto del paese. Nei device rimbalzavano moltiplicandosi brevi storie di acque trasparenti, immobili lagune, l’esibizione di giocosi delfini, intanto che nelle vigne e negli orti trascorrevano famiglie di cinghiali. Uno stupore infantile e commosso testimoniava il riequilibrio rapido del pianeta, ‘oltre la soglia’.

Oggi stiamo iniziando a ri-coniugare il tempo del fare e dell’azione.

Come vogliamo declinare questa opportunità? Consci che le guerre e le catastrofi sono contro la vita spirituale, contro qualsiasi sottigliezza e complessità, consci che l’esperienza passata è effetto delle molte nostre vulnerabilità, è evidente, allora, che l’impellente necessità di ri-partire deve essere di fatto la cosciente determinazione di ri-nascere. Non ci si chiede di superare il logoramento passivo dell’attrito e andare, ma di essere il frutto di un patto d’amore.

Ricomporre il mucchio di frammenti di immagini frante, con cui abbiamo puntellato le nostre rovine, ricomporre la rapsodia dei sentimenti delicati, gentili che avevamo dimenticato: sensibilità, attenzione, ascolto e ‘cura’ delle cose. Bisogna riappropriarsi, riconquistare quel ‘senso del tutto’ che nell’umanesimo motivava la ‘curiosità’ per ogni cosa di mercanti, artisti, uomini di scienza e d’arme, ‘curiosi’ del tutto che si prendevano ‘cura’ di ogni cosa.

La sicumera dei poteri, l’ottundimento delle ideologie, l’indifferenza, l’ingiustizia, lo sfruttamento, la violenza sono il costante lato oscuro dell’umanità. Tutto questo oggi, moltiplicato dall’epica tragica dell’immigrazione, dal dissennato depauperamento delle risorse, dalla corruzione delle acque e dell’atmosfera, dall’estinzione delle biodiversità e ora dall’avvelenata incertezza del nostro quotidiano, dà un risultato alla cui interpretazione e risoluzione non bastano i saperi scientifici né i sofisticatissimi strumenti tecnologici che gli interessi dei ‘sistemi’ propongono. Dobbiamo dirigere e usare i saperi e gli strumenti con il sentimento profondo e responsabile della cura.

Un ascolto sollecito e costante, rivolto prima di tutto a noi, per difenderci dal frastuono anfetaminico della babele che minaccia l’ascolto, la ricerca di senso. Dobbiamo rigenerare il nostro lessico per dare nuova vita alle cose: “parole inesatte non possono consentire una conoscenza esatta”. Le parole che compongono il nostro linguaggio sono troppo vaghe e imprecise nel senso e soprattutto nel sentimento. La precisione e la chiarezza sono generate dalla coscienza dei nostri sentimenti. Cura di noi, curatori a nostra volta dell’altro da noi, curatori tutti assieme delle ‘cose del mondo’.

Nelle prime comunità cristiane e nelle successive generazioni, il grande dono e sentimento della fede creò comunità. Una fiducia incorruttibile viveva negli animi degli uomini, motore unanime del fare e del saper fare, che tutto rende concreto: perché le cose divengono cum-crete, concrete, se sono cum-credute, credute assieme. Il sentimento della cura potrebbe essere la metafora interpretativa che dà senso e indirizzo alla sostanza ormai logora della ‘sostenibilità’, riferita alla progettazione di cose e processi sostenibili. La curatela coinvolge la sfera emotiva e affettiva, insegna a conoscere, amando le cose e i processi.

La ri-costruzione e la ri-nascita si concretizzeranno se le comunità di imprenditori, di progettisti, di artigiani, di commercianti, di formatori, le comunità tutte dei borghi, dei campanili d’Italia non cesseranno, nonostante tutto, di ‘progettare’ il loro cammino. È di queste comunità, degli italiani tutti, il talento della creatività, dell’ideazione, del fare e del saper realizzare. È antica e radicata nella civiltà latina la ‘cultura del progetto’: vale a dire, il design. I Viaggi in Italia, i taccuini e i diari degli aristocratici e dei ricchi borghesi che venivano d’oltralpe nelle nostre città e percorrevano le nostre campagne coltivate come giardini, per completare e perfezionare la loro formazione, sono la testimonianza dell’apprezzamento e della valorizzazione di tutto quel capitale umano che in mille modi diversi ha progettato campagne, borghi, palazzi, teatri, coltivando, cucinando, componendo, dipingendo, recitando, scoprendo visioni e terre sconosciute. La “patria dell’anima” che Gogol tanto amava deve, ancora una volta, rigenerare se stessa. Il “Vivere all’italiana”, modello di chi, nel mondo, vuole migliorare il proprio gusto, la propria attitudine alla vita, deve saper offrire un altro paradigma, archetipo della ‘Vita Nova’ che il pianeta richiede: ritrovare l’Arte della Cura, creare il Design della Cura.

 

 

In apertura, una fotografia del trittico Le piccole cose’ di Giorgia Bellotti - Giorgibel.