Convinto sostenitore dell’eredità del Movimento Moderno, tradotta nella pratica del “razionalismo critico”, si è spento a Milano a 92 anni Vittorio Gregotti (Novara, 1927), uno dei più noti architetti italiani che ha sempre unito alla sterminata attività professionale una riflessione teorica tradotta nell’insegnamento e in una ricca produzione editoriale

Da bambino volevo fare il musicista, forse ispirato da mia madre che canticchiava le arie della Lucia di Lammermoor, la prima opera cui ho assistito”; una passione quella per la musica che lo accompagnava nella sua quotidianità (Haydn, Monteverdi e i concerti più delle opere), cui si aggiungeva la passione per la lettura.

Vittorio Gregotti racconta che fu un romanzo di Thomas Mann a spingerlo nella decisione di fare l’architetto: “tutta colpa dei Buddenbrook, un libro che mi insegue da sempre e che continuo a leggere e rileggere, una grande storia della fine dell’industria e della borghesia industriale che mi ha segnato”.

All’amore per la musica e i libri, all’interesse verso arte, filosofia e psicanalisi, Vittorio Gregotti non ha mai rinunciato, cercando di tradurre il proprio spessore intellettuale nella pratica del costruire, in quello che lui assumeva come “Il territorio dell’architettura”, come recita il titolo del suo libro più famoso (Feltrinelli 1966) e quello dell’ultima mostra a lui dedicata al PAC di Milano a cavallo tra  2017 e 2018, curata da Guido Morpurgo.

Un percorso progettuale lungo e collettivo quello di Gregotti che, come è stato osservato è stato un formidabile ‘direttore d’orchestra’. Una ricerca costellata da una serie di progetti che solo dal 1974 ne annumera più di 1600.

Dal 1953 con Ludovico Meneghetti e Giotto Stoppino, Gregotti apre lo studio Architetti Associati partecipando alla significativa stagione del neoliberty italiano, alternativa all’iconoclastia del Movimento Moderno. Un’eredità cui Gregotti farà poi tuttavia sempre riferimento con convinzione e una certa caparbietà, sostenendo il concetto di “razionalismo critico”, che traduce in chiave architettonica “la cultura universale della differenza” sostenuta da Baudrillard nel 2002, in opposizione a quella che Gregotti definisce negli ultimi anni come “ideologia del caos come fondamento del formalismo unificante della globalizzazione, pensata come colonialismo, che tenta di rendere servile, per mezzo dei suoi archistar, ogni altra cultura e a conservarne solo il ricordo come curiosità”.

Ma se l’adesione critica al razionalismo porta negli anni ’70 (con la Gregotti Associati fondata nel 1974 insieme a Pierluigi Cerri, Pierluigi Nicolin, Hiromichi Matsui e Bruno Viganò) a progetti a scala territoriale, che nella rilettura della lezione di Giuseppe Samonà di una necessaria coesione progettuale tra urbanistica e architettura, portano quest’ultima a sfiorare una magica dimensione di landart abitabile (anzitutto il progetto per le case popolari a Cefalù non realizzato (1976-79) e quello costruito solo in parte dell’Università della Calabria, 1973-79), in seguito nel progetto di riconversione della Bicocca a Milano del 1994-97 (cui va riconosciuto il valore-guida di indicazioni di percorso per le trasformazioni urbane degli anni successivi) la tensione espressa nei disegni di quella felice stagione sembra arenarsi su un muto reticolo ortogonale di riferimento.

Come ha dichiarato Italo Rota, che ha collaborato con lo studio milanese, il progetto più riuscito di Vittorio Gregotti è quindi “il progetto intellettuale”; così insieme alla pratica progettuale è necessario ricordare la direzione della rivista Casabella e ai suoi famosi numeri monografici di fine anno, accanto alla direzione dal 1979 al 1999 della rivista Rassegna, tra i trenta libri scritti da Gregotti oltre al già citato saggio teorico del 1966 occorre ricordare l’Autobiografia del XX secolo (Skira 1980), un libro di ricordi e frammenti che tramite un racconto personale delinea un affresco culturale, e Il disegno del prodotto industriale – Italia 1860-1980 (Electa 1982), ancora un’opera di tipo ‘corale’ in cui Gregotti emerge come infallibile e capace ‘direttore d’orchestra’.