Ideato dallo studio Vudafieri Saverino Partners, il nuovo ristorante milanese si distingue per i (pochi) materiali – calce, ottone e rovere – accesi da un rosso Marsala che rimanda al rapporto fondamentale con il vino e la terra

Al numero 3 di via Melzo, in un edificio della vecchia Milano, ha aperto il nuovo ristorante Røst che propone un concetto di cucina circolare, semplice e autentica, per riscoprire i sapori della tradizione, compresi i ‘tagli poveri’ agli poveri e i cibi dimenticati.

La proposta enogastronomica essenziale e genuina viene raccontata attraverso l'evocativo (ma sobrio) progetto di interior ideato dallo studio Vudafieri-Saverino Partners.

Sviluppato su 65 metri quadrati, il locale è pensato come un luogo raccolto e intimo, tra tradizione e modernità, proprio come la cucina proposta dalla cuoca Lucia Gaspari.

Lo spazio, semplice e discreto, mette al centro il rapporto dell’ospite con il cibo. I toni caldi, dominati dal colore rosso Marsala, rimandano al rapporto (fondamentale) tra cibo, vino e terra. L’uso della materia è attento e limitato, ridotto a poche tipologie di base – calce, ottone e rovere – quasi fossero gli ingredienti di una ricetta in menù.

Il ristorante si compone di due spazi: la sala principale che gravita attorno al banco bar e un ambiente di dimensioni più piccole che si affaccia sulla cucina, pensato per vivere a pieno il rapporto con il cibo, fin dalla sua preparazione. 

Affrescate a calce, le pareti presentano due tonalità: la più scura crea una sorta di boiserie irregolare. Lo stile degli arredi è caratterizzato dalla milanesità: materiali nobili come marmo, ottone, velluto e pelle caratterizzano senza sfarzo l’ambiente.

A spiccare è Wall of Fame: 16 piatti in ceramica, ognuno raffigurante un produttore delle materie prime di cui si forniscono la cucina e la cantina, disposti nello spazio a disegnare la ø di Røst.

Il banco bar si distingue per il lungo top in rovere massello e il rivestimento verticale, composto da profili di ottone naturale a sezione diversa. Sopra il banco ‘galleggia’ una grande bottigliera sospesa in ottone e vetro.

Sulla parete nascosta alla vista, si nasconde Terrazzo, un’opera dell’artista Roberto Coda Zabetta che si riflette in un gioco di specchi dagli infiniti rimandi.

Il valore delle preesistenze è testimoniato dalla scelta di conservare il pavimento originale, un seminato in tozzetti di porfido.

Temi cari allo studio di architettura, la continuità con il passato e il rapporto con la memoria, che trovano un'espressione creativa inedita nel lampadario della saletta disegnato da Tiziano Vudafieri.

Realizzato assemblando nel diffusore fanali di vetture di diverse epoche, rappresenta un omaggio alla storia negozio di ricambi d’auto che da sempre abitava lo spazio.