Il Focus sui temi caldi della 17ma edizione della Biennale Architettura continua con un’intervista ad Alessandro Melis, curatore del Padiglione Italia. Secondo Melis resilienza non è uno slogan ma una pratica necessaria per fondare una nuova Idea di Città

Caro Alessandro, ci siamo visti poco meno di un anno fa a Londra quando Interni ti aveva invitato come relatore all’Istituto Italiano di Cultura proprio in occasione della fresca nomina di curatore del Padiglione Italia alla 17ma Biennale di Architettura 2020 (rinviata al 2021). Il tuo lavoro era già in qualche misura indirizzato per un mondo come l’attuale?

Forse sarebbe arrogante dire di si. Dovendo riflettere sulla resilienza, attraverso le ricerche della comunità scientifica il nostro progetto deve necessariamente essere collegiale e mirare alla divulgazione. In effetti la comunità scientifica aveva già detto molto, se non tutto, sui rischi delle crisi ambientali, sulla salute.

Purtroppo, nei decenni passati, la nostra sottovalutazione è stata proporzionale all’impatto di questi problemi nel Sud Globale, a riprova che queste questioni risentono più che altro dell’orientamento dei media. Se i problemi non colpiscono il cuore dell’Occidente, chi se ne frega. Cosi è successo, per esempio, con le morti per Ebola nei sobborghi di Kenema, in Sierra Leone. Non voglio nemmeno farne una questione politica. Dico solo che, come ricercatore, la quantità di dati in nostro possesso, a scapito delle fasce meno protette della popolazione mondiale, era già abbondante. E non è bastato per allertarci.

Il tuo approccio al lavoro e alla ricerca ti porta a rilevare elementi di stimolo anche dalle situazioni più critiche e complesse. Quali sono le tue riflessioni per un mondo transpandemico?

In effetti la pandemia conferma semplicemente le considerazioni pre-pandemiche. La relazione tra ingiustizia sociale e crisi ambientale ha confermato, come diceva Lewis Mumford, che la città è espressione della società umana così come è concepita. E la concezione della città di oggi è la principale causa della crisi ambientale. Per ipotizzare una città del futuro che risponda positivamente alle crisi è necessario ripensare, strutturalmente, la società. Non c'è alcuna possibilità di disegnare una città futura che risponda positivamente alla crisi senza garantire un approccio sistemico e un cambio culturale in chiave ecologica.

Per questo, oggi dobbiamo puntare su  una città che rifletta una società più complessa, equa e diversificata. Non per ideologia, ma perché la città che si fonda su questi presupposti è semplicemente più ecologica e, quindi, più resiliente.

L’architettura da sempre si è avvalsa di modelli, formali, concettuali e filosofici. Non trovi che da un po’ di tempo a questa parte i modelli latitano? Ritieni che sapremo dare forma a un ‘prontuario’ dell’architettura a venire?

Ad ogni crisi corrisponde, da sempre, un cambio di paradigma della società. C’è quindi certamente bisogno di nuovi paradigmi, adesso, non solo riguardanti la forma della città, ma sui processi che regolino la “forma” del progetto. Oggi abbiamo bisogno di una nuova rivoluzione copernicana e, quindi, di una narrazione di noi stessi, non più all’apice di una scala lineare evolutiva, ma come un sottoinsieme di un processo circolare ecologico. Se vogliamo risolvere quindi una equazione impossibile, dobbiamo usare un po’ più di creatività e investire in ricerca sul “genoma” della città, più che sulle sue manifestazioni.

Per esempio potremmo cominciare a mettere in discussione proprio la dottrina della città come  dicotomia tra artificio, cioè il progetto dell’uomo che non abbia come risultato l'ecologia delle risorse (escludendo l’idea del “rifiuto” come risultato finale), e dall'altra la natura. Oggi invece, nel migliore dei casi, ci limitiamo a ipotizzare la contaminazione tra il primo, cioè l'artificio, con il secondo, cioè la natura, per raggiungere livelli di sostenibilità accettabili.

Forse è possibile una progettazione che non si manifesti attraverso un artificio, ma che sia parte integrante di un processo ecologico e che sancisca, quindi, una nuova forma di alleanza tra uomo e natura che superi la necessità del bilanciamento di forze.

Come è strutturato il Padiglione Italia della Biennale: si inaugura un nuovo modello di raccontare e di rappresentare?

All’accentramento del modello espositivo più convenzionale, preferirei forme di esplorazione più resilienti attraverso la realizzazione di un sistema espositivo e laboratoriale più diffuso che renda la cultura e l'arte più accessibili nel territorio da parte delle comunità. Un sistema che sia anche strumento di rilancio delle comunità stesse.

Stiamo riflettendo anche sul limite delle piattaforme online come alternative alla esposizione tradizionale. L’ipotesi di incremento di opzioni deve comprendere anche la possibilità di avvicinamento fisico delle persone. Come per la città, anche qui l’alternativa a un modello monofunzionale, deve essere un modello polifunzionale, non il suo opposto sempre monofunzionale.

La parola ‘virale’ ha avuto nell’era social un’accezione positiva: un concetto legato alla velocità con cui si propagava una notizia, un tormentone, un fenomeno di costume. Possiamo identificare un termine che possa sostituire questo parola?

Speriamo di si. Potremmo dire ‘batterico’, ma se guardiamo al passato, come alla crisi del Trecento, anche questo termine non può essere beneaugurante.  Allora speriamo di poter dire ‘umano’, o, meglio ‘vitale’, per essere meno antropocentrici. Vorrebbe dire che abbiamo imparato, attraverso gli studi transdisciplinari, ad essere almeno più consapevoli.

Il nostro successo dipenderà, quindi, dalla nostra capacità di utilizzare la nostra complessità neuronale per accogliere la diversità, come strumento di resilienza, e, con essa, il moltiplicarsi di quelle forze creative che fino ad oggi sono state marginalizzate dalla società.  Per questo, e forse sperabilmente, il prossimo Leonardo da Vinci potrebbe essere una donna e provenire dalla periferia dell'impero.

BIOGRAFIA

Alessandro Melis è professore di Architecture Innovation presso l'Università di Portsmouth e Direttore del gruppo di ricerca interuniversitario International Cluster for Sustainable Cities.

In ambito universitario, sia dal punto di vista della didattica che della ricerca, i suoi interessi si rivolgono a: progettazione climatica ed ambientale, strategie sostenibili a supporto delle mutazioni urbane, politiche ambientali, teorie e critiche radicali.

Numerosi suoi articoli e libri sono stati pubblicati in Europa, Nuova Zelanda e Stati Uniti.

Con Gian Luigi Melis, ha fondato, nel 1999, Heliopolis 21 con sede in Italia, Germania e Regno Unito.

E’ curatore del Padiglione Italia della 17ma Biennale di Architettura di Venezia (2021)