Nella bucolica cornice del Monastero di Astino di Bergamo, la mostra fotografica ‘Olivo Babieri. Early Work’ restituisce uno spaccato dell'Italia (ma non solo) delle periferie e dei centri urbani, visti però sotto una luce inedita (spesso artificiale). Fuori da ogni cliché

Monastero di Astino, via Astino 13, Bergamo

26 giugno– 31 ottobre 2020

Come segno di rinascita e di ripartenza attraverso la cultura, la Fondazione MIA, dopo i mesi difficili vissuti a Bergamo a causa della pandemia, propone la mostra fotografica Olivo Barbieri. Early Work.

Il contesto è quello storico e bucolico del Monastero di Astino, immerso nell'omonima valle, incastonata tra i colli bergamaschi. Complesso monastico risalente al 1070 circa, dopo diverse vicissitudini, è stato recuperato nel 2015 per ospitare svariate iniziative: culturali, gastronomiche e anche agricole. I campi che lo circondano sono stati dati in affitto a giovani imprenditori che li coltivano secondo metodologie biologico.

L’esposizione, curata da Corrado Benigni, presenta per la prima volta insieme 35 opere realizzate dal celebre fotografo emiliano agli inizi degli anni Ottanta raffiguranti prevalentemente l’Italia, dai grandi centri urbani alle piccole città, colte nei momenti di vita quotidiana.

Una serie cult di immagini, quasi interamente inedita, da cui è iniziato il fortunato percorso artistico di Olivo Barbieri. Alcune delle immagini esposte hanno fatto parte di Viaggio in Italia, il progetto ideato nel 1984 da Luigi Ghirri – ancora oggi considerato un manifesto per le nuove generazioni – che, riunendo venti giovani fotografi, ha lavorato alla possibile ridefinizione dell’idea di paesaggio e contemporaneamente a un ripensamento del fatto fotografico. 

Viaggio in Italia ha rappresentato una svolta decisiva per la fotografia italiana, e non solo, segnando un profondo mutamento all’interno di questo linguaggio, di cui Barbieri è stato uno dei protagonisti più incisivi.

“Queste mie immagini raccontano di luoghi fino ad allora poco rappresentati” spiega l'autore. “Sono immagini di poco prima che tutto fosse fotografato e vorticosamente divulgato. Prima del web e dei telefonini. La nostra attenzione per i margini, per le periferie, fu anche una reazione esasperata da quell’attenzione istituzionale eccessiva sul centro storico come cliché, come cartolina. Si voleva uscire dal museo, dalla scenografia classica, scavalcare la quinta teatrale”.

Nelle opere in mostra si ritrovano già tutti gli elementi e i temi che nei decenni successivi Barbieri ha continuato a sviluppare con i suoi progetti: l’illuminazione artificiale nella città contemporanea, le vedute dall’alto, gli interni delle abitazioni e dei bar, i segni nel paesaggio.

Una ricerca complessa, che si è sviluppata in un continuo transito di linguaggi, attraversamenti temporali di e con discipline diverse, al fine di stimolare interpretazioni e riflessioni per una lettura aperta del mondo e dell’opera stessa dell’autore.

Per l'occasione Silvana Editoriale pubblica un libro di 136 pagine con 71 immagini a colori, un'intervista a Olivo Barbieri e un testo di Corrado Benigni, che scrive “Come il concetto di paesaggio, il lavoro di Barbieri non si lascia interamente ricondurre a direzioni interpretative troppo definite, mantenendo un proprio grado di autonomia, di resistenza. Attraverso la sottile ambiguità delle sue immagini, il maestro emiliano ci insegna come sia necessario guardare moltiplicando i punti di vista dentro e fuori di noi, per vedere in modo più consapevole ciò che è indefinitamente vero”.

Arricchisce l’esposizione una serie di fotografie di grandi dimensioni realizzate dall’alto su grandi metropoli – Roma, Napoli, Pechino – appartenenti all’ultimo periodo della produzione di Olivo Barbieri.