Collezionare design? Certamente sì, e sempre di più. Grazie all’attività fervente di gallerie, case d’asta e fondazioni. Le opere a firma dei grandi autori italiani del Novecento piacciono e si comprano soprattutto all’estero. L’importante è che si tratti di pezzi unici, fuori produzione o a tiratura limitata, belli e garantiti

Esiste un fenomeno che in questi ultimi anni si è affermato sempre di più: si tratta del collezionismo di design, in particolare di quei pezzi disegnati dai maestri dello stile italiano. Arredi realizzati tra gli anni Quaranta e i Novanta da autori – erano soprattutto architetti – che, avvalendosi della collaborazione con le industrie del mobile, hanno creato importanti collezioni d’arredo segnando indelebilmente lo stile di vita moderno e contemporaneo. Il collezionismo di pezzi vintage (termine mutuato dal mondo del lifestyle) ha preso piede circa una ventina di anni fa e ha dato vita a gallerie specializzate e, successivamente, a fiere tematiche (spesso abbinate a quelle di arte contemporanea) e ad aste dedicate agli arredi del XX secolo. Un fertile e vivace magma di eventi, mostre e manifestazioni che ha generato un indotto importante, ma che attualmente non è ancora in grado di fare sistema. Eppure chi si è mosso per tempo, con una buona strategia di marketing e di comunicazione, oggi raggiunge risultati notevoli, spesso proprio promuovendo il design degli italiani.

Nina Yashar, deus ex machina della galleria milanese Nilufar – che tra i suoi più affezionati clienti ha personaggi come Miuccia Prada e Patrizio Bertelli – “amici e collezionisti appassionati, specialmente di design storico italiano”– motiva chiaramente le ragioni di questo felice momento del mercato. “I nostri architetti italiani attivi tra gli anni ’50 e ’70, che hanno fatto grande il design nel mondo, erano molto prolifici, realizzavano arredi su misura ogni volta che intervenivano su un nuovo progetto edilizio. Il mio lavoro si orienta proprio verso la ricerca di questi pezzi unici eseguiti ad hoc per un interno, come per esempio la credenza disegnata nel 1941 dallo studio B.B.P.R. per Casa Bettinelli a Milano, che ho nella mia galleria Depot di Milano. Il design italiano spopola nelle aste, dove privati, collezionisti e istituzioni lo acquistano a cifre elevate, e si rivaluterà tantissimo nel tempo, soprattutto se si tratta di pezzi unici. L’ho verificato in prima persona lo scorso luglio collaborando con Christie’s Italia per un lotto di cento pezzi di design: l’operazione ha confermato il trend di crescita dei nostri autori”.

Nella capitale opera Giustini / Stagetti, considerata tra le gallerie di punta del settore. Giustini / Stagetti valorizza pezzi firmati da maestri del passato – tra cui una meravigliosa raccolta di vetri di Carlo Scarpa – accanto a quelli di progettisti contemporanei, i mostri sacri dei prossimi anni. “Abbiamo iniziato nel 2009”, racconta Stefano Stagetti, “presentando, nel 2010, una collezione di ceramiche di Enzo Cucchi. Punto fermo della galleria è un’attenta selezione degli autori, a cui chiediamo sempre un’esclusiva per realizzare collezioni ad hoc”. Tra i nomi, Formafantasma e Umberto Riva. “Quello del pezzo unico è un mercato interessante ma che va molto seguito”, continua Roberto Giustini. “Lavoriamo con diverse tipologie di cliente: collezionisti privati, architetti, musei. Molti acquistano in maniera mirata attraverso i loro consulenti specializzati o interior decorator, altri invece secondo il proprio gusto e interesse. Anche le aspettative cambiano tanto. La maggior parte dei clienti compra per passione, ma negli ultimi anni abbiamo notato una crescente attenzione al design come forma di investimento, soprattutto da parte dei più giovani”. Cresce quindi l’interesse, oltre che per i masterpieces degli autori più accreditati, anche per le opere dei ‘minori’.

A raccontarcelo è Daniele Lorenzon, che a Milano ha aperto nel 2012 la galleria Compasso. “Mi sono sempre interessato al periodo che va dagli anni ’60 ai ’90. Era l’epoca di autori come Sergio Asti, Paolo Tilche, Luigi Saccardo, Cesare Leonardi e altri, che sto proponendo ai miei clienti: grandi collezionisti, giovani coppie, architetti, designer d’interni, per un terzo nazionali e due terzi stranieri – provenienti da Europa, Usa, Singapore, Hong Kong, Giappone e Australia – con cui ho lavorato anche durante il lockdown. Si tratta di un settore che offre ampio margine di crescita sia a livello qualitativo che quantitativo: in Italia abbiamo un patrimonio da valorizzare, nomi da scoprire e da raccontare. Siamo un giacimento formidabile”.

Ne è ben consapevole anche Domenico Raimondo, Senior Director, Head of Department Europe and Senior International Specialist della casa d’aste internazionale Phillips. “Per il design italiano l’interesse è forte e continua a crescere. È qualcosa di cui ci prendiamo particolarmente cura in Phillips per diversi motivi: uno è ovviamente personale, essendo io italiano, e l’altro è la consapevolezza di quanto il design italiano sia davvero unico. La maggior parte dei designer italiani erano architetti, il che conferisce loro un notevole valore aggiunto. C’era una grande sinergia tra l’architetto e l’industria, e ovviamente l’artigianato. Questo ha permesso infinite declinazioni di oggetti, lampade, mobili, il che significa che il design italiano non diventarà mai noioso. Esiste una tale varietà di linguaggi nel nostro design, che è possibile presentare a ogni vendita delle novità. A differenza di altri mercati, dove si ritrovano spesso gli stessi modelli e serie, il mercato del design italiano offre infinite opportunità di scoperta. Per esempio, con Gio Ponti ci imbattiamo sempre in nuovi modelli e prototipi del tutto sconosciuti, eppure perfettamente in linea con l’evoluzione del suo stile e il suo modo di pensare. Scopriamo oggetti mai visti prima e che rappresentano un completamento della carriera e del percorso progettuale di Ponti. È molto importante anche il prezzo delle opere: noi siamo riusciti a crescere nel tempo sul mercato, ma abbiamo fatto attenzione a non gonfiare i prezzi e creare una bolla”.

Lo conferma Guido Wannenes, ceo della casa d’aste Wannenes con sedi a Genova, Milano, Roma, Montecarlo. “Il mercato del design è internazionale, trasversale e nomade nei gusti, oramai lontano da confini regionalistici. Quel che conta nel nostro lavoro è garantire l’autenticità dei pezzi e questo lo si fa recuperando la tracciabilità di un’opera, quando è possibile dalla Fondazione di riferimento, dal materiale di repertorio dell’epoca o dalla numerosa bibliografia che in questi ultimi anni ha fatto conoscere la creatività del design italiano del XX secolo. Sono essenziali i rapporti con gli organizzatori di mostre presso enti (pensiamo per esempio alla Triennale di Milano) o istituti privati, per i quali Wannenes rappresenta sovente un tramite essenziale tra curatori e collezionisti, anche per prestiti spesso importanti. Fra i pezzi che hanno raggiunto le maggiori performance vorrei ricordare due casi emblematici, entrambi legati al nome di Ettore Sottsass: il lampadario modello 12600, Balena, eseguito da Arredoluce nel 1957 in alluminio verniciato, perspex, ottone, nylon, aggiudicato a 111.600 euro, e una credenza in palissandro e legno laccato prodotta da Poltronova nel 1955 circa e venduta a 105.400 euro, un risultato che raddoppia la migliore aggiudicazione precedente. Stiamo dunque assistendo a una crescita costante che offre ancora ampi margini di espansione”. Patrizia Catalano