Alice Rawsthorn sceglie nove film per raccontare il design

Che cos'è un film di design?

A questa domanda ha risposto la scrittrice e critica di design inglese Alice Rawsthorn, guest curator della settima edizione del Milano Design Film Festival.

Con una selezione di nove film ne ha individuato tre tipi.

Potrebbe essere un oggetto di design in sé, sia per la qualità della sua direzione artistica, costumi e scenografie, sia per il geniale aspetto tecnologico con cui è stato realizzato.

Nell'idea del film come forma d’arte, o “poesia visiva”, tra i selezionati c'è l'Inhumaine di Marcel L'Herbier del 1924: un singolare mix di melodramma moderno e fantascienza antica, realizzato con il talentuoso scenografo brasiliano Alberto Cavalcanti e l'architetto francese Art Deco, Robert Mallet-Stevens, che progettò opulente case moderne come scenografie. Al film hanno partecipato anche l’artista Fernand Léger, il couturier Paul Poiret che ha ideato i costumi e il designer del vetro René Lalique che ha realizzato alcuni oggetti di scena.

Un film di design può essere una pellicola in grado di rivelare l'impatto, positivo o negativo, del design inteso come opera dell'uomo sulla nostra vita.

Tra questi film, il cortometraggio One Week, realizzato nel 1920 da Buster Keaton, che è un’incisiva critica alla civiltà dei consumi. O, sulla medesima scia, Due o tre cose che so di lei di Jean-Luc Godard del 1967 che compie un’analisi atroce del consumismo, paragonandolo alla prostituzione.

O ancora, la desolante visione del ruolo del design nell’alimentare l’emergenza climatica in Deserto Rosso di Michelangelo Antonioni del 1964, pellicola che descrive il brutale impatto dell’industrializzazione su una zona un tempo incontaminata delle pinete intorno a Ravenna.

Nelle forme più tradizionali del biopic o del documentario, un film di design è qualcosa che interroga un aspetto paradigmatico o pionieristico del progetto, sia nella sua accezione positiva che negativa.

In questo senso, Une Ville à Chandigarh del regista svizzero Alain Tanner del 1966, girato un anno dopo la morte di Le Corbusier, e narrato dal critico d’arte britannico John Berger. È un racconto lucido che mette in rilievo l'utopia e la positività del pensiero moderno nel progettare l'ordine per una vita più strutturata ed efficiente. Un'idea che si è scontrata con l'asistematicità e le caste della società indiana, difficili da “razionalizzare” senza incorrere in quelle modalità paternalistiche, spesso sottese alle politiche colonialiste.

Tanner racconta con lucidità ed equilibrio il “costo umano” di Chandigarh, città nata per ospitare mezzo milione di persone al confine tra India e Pakistan, e che, per la sua creazione, impegnò migliaia di operai edili, stanziati in baracche ai confini della città “moderna”. Questi operarono con strumenti manuali rudimentali e in condizioni climatiche estreme. Chandigarh esprime l'ambizione e le buone intenzioni del Pensiero Moderno e molti dei nodi ancora irrisolti nel dibattito sulla progettazione delle città.

La Rawsthorn è stata capace di selezionare preziose testimonianze cinematografiche che, pur appartenendo al secolo scorso, introducono temi di grande attualità.

La selezione è stata altresì un viaggio nei suoi gusti e interessi e nei capisaldi della sua formazione e cultura di provenienza.