Alla Galleria Mazzoli di Modena, l'artista meranese Marcello Jori celebra l’insolito tema della sacra rappresentazione della Natività

È nato di Marcello Jori

Galleria Mazzoli, via Nazario Sauro 62, Modena

Dal 7 dicembre 2019 al 26 gennaio 2020

Compito davvero titanico questo, di Marcello Jori, che, su commissione di uno dei più carismatici galleristi italiani, Emilio Mazzoli, si è proposto  di reintrodurre nell’arte contemporanea uno dei testi iconografici più complessi e affascinanti, quello della Natività di Gesù.

Analizzando un po’ più da vicino la parola che viene usata per definire l’insieme di elementi, figure e personaggi, che concorrono alla sacra rappresentazione, ovvero il termine latino prae-saepes, ci accorgiamo come questo contenga un’indicazione liturgica e simbolica molto precisa. Pre-sepe significa in effetti ‘fuori dal recinto’, fuori dal sacro luogo in cui si compie il mistero dell’incarnazione.

Se analizziamo una delle più belle rappresentazioni della natività, opera dell’immenso Tintoretto nella scuola di San Rocco a Venezia, troviamo una complessa benché precisa, rappresentazione della nascita del Cristo.

Disposta su tre piani, spazialmente differenziati, volti a rappresentare le tre dimensioni della manifestazione divina, troviamo in basso, fuori dal sacro recinto appunto, il mondo degli uomini, degli adoranti e dei testimoni. Posta su un piano più elevato, separato dalla plebe adorante, la mangiatoia, il bimbo, la vergine e il padre, collocati in uno spazio intermedio, laddove l’umano e il divino si possono incontrare. Infine, seguendo uno schema ormai consolidato, dalle travi del tetto della capanna fa capolino il terzo livello, il mondo angelico, silenzioso annunciatore della luce che si fa carne. Ritroviamo qualcosa di simile in molte tradizioni, in particolare nel mondo tripartito dal buddhismo Mahayana, il cosiddetto Trikaya.

Ma, tornando in Occidente e continuando il nostro breve excursus semantico, vediamo che in alcune lingue il presepe è anche indicato con la parola mangiatoia (der Grippe, the Grip, la Crèche), ovvero con il luogo fisico in cui si colloca l’in-carnazione della luce divina. Semantismo, questo, carico di significati, laddove il nutrirsi del corpo divino si ritrova riproposto al centro della struttura del tempio cristiano. L’iconostasi, il saepes-recinto, separa il mondo terreno dal luogo della manifestazione della presenza divina, e il tabernacolo-mangiatoia contiene in sé, attraverso il corpus christi, il senso dell’unità e dell’appartenenza.

Marcello Jori ricompone, intuitivamente, all’interno dello spazio della Galleria Mazzoli, trasformato per l’occasione in un luogo dalla densa sacralità liturgica, questa identica struttura, in un gioco sapiente che scompone e frantuma le spazialità dei tre mondi dell’enargeis cristiana, adattandola così ai linguaggi dell’arte d’oggi.

In primis gli ospiti – critici, galleristi, collezionisti e semplici spettatori-testimoni – convenuti in quel luogo la sera del vernissage, replicati specularmente nel bel dittico L’andata al presepe, omaggio dell’artista alla sua terra natale. In secondo luogo nelle sequenze della natività, nel trittico è nato e nelle singole rappresentazioni dei protagonisti del sacro evento. Infine il terzo livello è reso presente, a nostro giudizi,o dall’opera L’angelo annunciatore, necessaria quanto insolita citazione di quello straordinario momento, quell’Annunciazione di cui dettero testimonianza, tra gli altri, autori come il Lippi e il Beato Angelico.

Alla fine, ciò che rimane è la sensazione di un percorso, se pur necessario, ancora da compiere: una prima tappa, un sasso gettato nelle acque morte dell’arte contemporanea, che ci si augura possa trovare in un prossimo futuro ascolti altrettanto fecondi.

(Maurizio Barberis)