La nuova casa di Francesco Librizzi a Milano, concepita con piani-sequenza da regia cinematografica, all'insegna della massima visibilità e apertura sulla città

Lui è convinto che il senso dello spazio ce l'abbiano tutti, anche chi non è architetto, e che basti la maieutica a portarlo alla luce. Può darsi, ma la nuova abitazione che Francesco Librizzi, autorevole progettista palermitano di base a Milano, ha ideato per sé ha tutta l'aria di essere il risultato di una sfida difficile da affrontare per chi - diversamente da lui - non è stato educato all'arte della percezione visiva, all'ascolto di un luogo e alla declinazione di un consapevole stile di vita contemporaneo.


Francesco Librizzi
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Francesco Librizzi Studio, fondato a Milano nel 2005, si occupa di architettura, interni, allestimenti e product design. I suoi lavori si concentrano sulle caratteristiche essenziali dello spazio e sul modo in cui viene influenzato da oggetti, strutture e esseri umani. Trovare un equilibrio tra nuovi interventi e patrimonio architettonico esistente è stato finora al centro dei progetti realizzati e della ricerca teorica dello studio. Dal 2008 Francesco Librizzi collabora con università e accademie di design in Italia e all'estero. Attualmente ricopre la carica di Guest Professor in Interior Architecture presso il Master Interior and Living Design della Domus Academy e presso la Facoltà di Architettura di Genova.

La sua tesi secondo cui “lo spazio non esiste ma si può costruire” si è tradotta nella trasformazione di un interno domestico di medie dimensioni, segnato da un'infilata di cinque balconi, in una grande loggia che instaura intense relazioni reciproche con il palcoscenico urbano visibile oltre le vetrate. “Una casa non è solo proprietà o spazio di comfort ma è anche identità", riconosce. "Quando ho intercettato questo appartamento dalla posizione insolita in un palazzo d'angolo anni Cinquanta a metà strada tra Caiazzo e Centrale, stazioni della linea 2 verde della metropolitana, ho subito compreso che il mio rapporto con Milano e con l'architettura avrebbe trovato un'espressione diretta.

La sua conformazione complessa, una planimetria pentagonale tra due stecche laterali, che si piega e si apre in modo convesso a occidente verso la stazione Centrale, il grattacielo Pirelli, la torre di UniCredit, la città che sale e di fronte sul Palazzo Montedoria, consentiva di introiettare una molteplicità di proiezioni e suggestioni urbane, tra piani-sequenza e scorci”. Il tutto riportato dentro la grande libertà di una composizione spaziale aperta, fatta di ambienti resi passanti e dalla circolazione fluida, mix use, che appartiene da tempo alla ricerca dell’architetto in ambito domestico.

Anche in questo caso Librizzi ha eliminato barriere, all'interno di una pianta open concepita come uno schermo continuo formato da tanti punti di vista orientati in più direzioni verso la città e convergenti verso lo spazio baricentrico della casa che è il living. “Avere qui un punto focale diretto sulla facciata del Palazzo Montedoria progettato da Gio Ponti alla fine degli anni Sessanta”, ricorda, “rappresentava per me l’espressione di una sintesi, considerato che, nello stesso periodo in cui cercavo casa, ero diventato direttore artistico di FontanaArte e stavo vivendo una profonda assimilazione dei valori impressi dal maestro alla storia del brand".

Il progetto privato di Librizzi nasce dunque come una presa di posizione nei confronti della città. “È proprio l'unione casa-città che ti rende cittadino metropolitano e anche abitante della tua casa”, riflette. La pellicola della macchina fotografica impressionata da quello che passava attraverso l'obiettivo, la campionatura degli edifici visibili oltre il vetro, si è trasferita nel disegno di un pavimento che traccia l'articolazione grafica di attraversamento di tutto l'appartamento, la modalità a cui il progettista ha poi rapportato la distribuzione dell'arredamento e le relazioni costruite da ogni presenza, a partire dalla soglia d'ingresso.

Una casa non è solo proprietà o spazio di comfort ma è anche identità. Quando ho intercettato questo appartamento dalla posizione insolita, ho subito compreso che il mio rapporto con Milano e con l'architettura avrebbe trovato un'espressione diretta."

“Quadro e ideogramma - una via di mezzo relativamente inedita per me - questo manto tra il seminato e la palladiana, un cemento interstiziale a puntinatura millimetrica costante di marmo nero ritagliato da frammenti di marmo policromo, bianco Carrara prevalentemente, ma anche verde Alpi, rosso di Verona, nero Marquinia, disegna degli arcipelaghi mutevoli, quattro isole con diverse dimensioni e orientamento", spiega. Il contatto ravvicinato con il Montedoria ha invece dato il la a quello che l’architetto ha definito il primo “corto circuito” spazio-temporale per immaginare l'apertura cinematografica h24 di una città che entra in casa e di una casa che si rende visibile alla città in un loop di massima trasparenza. Il primo elemento di riferimento fondativo dello spazio è diventato, al centro del living, un monolite rivestito proprio dalle medesime piastrelle di klinker verde del palazzo.

“Sono realizzate da TeamWork, azienda di Reggio Emilia specializzata in realizzazioni personalizzate. Si tratta di un ultimo lotto che sono riuscito a recuperare mentre stavano restaurando la facciata dell’edificio nel 2012”, prosegue. “Sette metri quadrati che definiscono un interessante fuori-scala nella loro interrelazione, perché le stesse tessere che si percepiscono piccolissime all'esterno dentro risultano molto grandi". Questo primo elemento ha poi influenzato la forma e il proporzionamento del secondo volume rivestito in ebano Macassar, che isola la zona studio-biblioteca e musica.

“Per questo contraltare mi sono lasciato ispirare dall'opera di Mies van der Rohe a Villa Tugendhat, con l'idea di stabilire un dialogo anche manierista tra i due centri di gravità che bilanciano la temperatura calda e fredda dell'ambiente. La ricerca di altri punti di fuoco trasversali e fughe più avanzate che traguardassero i due totem e la loro bi-polarità - da una parte la dimensione piatta e profonda delle venature del legno, dall'altra lo smalto iridescente delle piastrelle tridimensionali di Ponti - mi ha permesso di completare il puzzle”. Così il retro del volume verde, che contiene gli elementi alti della cucina, si è preparato all'incontro con il fondale dedicato agli altri elettrodomestici bassi, tutti della gamma premium studioLine di Siemens, occultati dietro il rivestimento di una superficie continua riflettente in alluminio opaco e corrugato – “una memoria dei pannelli utilizzati da Jean Prouvé per realizzare i moduli di facciata nelle sue architetture” – bilanciata visivamente da un fondo specchiato color champagne che si ammanta di uno strano bagliore ambrato, con la luce esterna.

Il contatto ravvicinato con il Montedoria ha dato il la al primo “corto circuito” spazio-temporale per immaginare l'apertura cinematografica h24 di una città che entra in casa e di una casa che si rende visibile alla città in un loop di massima trasparenza."

Librizzi ha poi tracciato in modo netto una spina dorsale di separazione tra la base del pentagono che accoglie la zona privata, le due camere da letto e servizi dedicati, e il vertice aperto sulla città, che è il living. Una costolatura longitudinale che controbilancia la percezione radiale della planimetria con un telaio in alluminio pressofuso. “Questa linea rappresenta per me l'ago della bilancia. Per come lo so fare, il progetto si è infatti concluso quando ho raggiunto questo effetto di auto-bilanciamento nello spazio, che si è completato con il grande prisma triangolare nero, il contenitore che perimetra la parte dell'ingresso. E, non da ultimo, con gli oggetti inseriti: tutti, senza distinzione alcuna, chiamati a farsi carico del racconto coerente della casa". D'altronde uno dei suoi libri preferiti, riconosce, è quello dell'artista concettuale Lawrence Weiner, As far as the eye can see.

Progetto Francesco Librizzi - Foto Cortiliphoto prodotte da Twin Studio