Il XXVI Compasso d’Oro: 18 progetti premiati, una selezione equilibrata, trasparente, seria. Praticamente inattaccabile

Sono stati consegnati il 9 settembre, durante una cerimonia blindata dalle norme anti Covid-19, i Compassi d’Oro 2020. È la prima volta che l’evento di premiazione si svolge nel nuovo Museo del Compasso d’Oro di via Ceresio, la casa dell’unica collezione considerata patrimonio nazionale italiano. I Compassi d’Oro sono stati decisi dalla giuria presieduta da Denis Dantachiara e composta da monsignor Luca Bressan, Virginio Briatore, Jin Kuramoto e Paaivi Tahkokallio. Sostenbilità, sviluppo e responsabilità sono i temi che hanno guidato le loro riflessioni.

Diciotto i premi consegnati, più nove alla carriera nazionale, tre alla carriera internazionale e trentotto menzioni d’onore. Quest’anno si aggiungono anche tre riconoscimenti alla carriera del prodotto, che riconoscono gli esclusi eccellenti del premio nato nel 1954. Una categoria fortemente voluta da Beppe Finessi, che del Museo del Compasso d’Oro è curatore. La lampada Arco dei fratelli Castiglioni, il letto Nathalie di Vico Magistretti e la poltrona Sacco di Gatti, Paolini e Teodoro entrano quindi ufficialmente a far parte della collezione ADI. Saranno in mostra insieme ad altri 73 progetti della mostra del XXVI Compasso d’Oro Mettere Radici, aperta fino al 16 settembre.

“Mettere radici è una cosa semplice” spiega Luciano Galimberti, presidente dell’ADI. “Ha a che fare con il prendersi cura, con l’attenzione. E sono queste le cose necessarie a garantirsi un futuro, in una situazione di grande crisi”. Su tutta la cerimonia aleggia come sempre una grande emozione. In parte perché, come dice il presidente della Fondazione ADI Umberto Cabini, “finalmente siamo a casa”, nella nuova sede museale. In parte perché mai come quest’anno i premi sembrano equilibrati, motivati in modo semplice e comprensibile, frutto di un atteggiamento critico che si dà come obiettivo l’oggettività delle regole lineari del progetto industriale.

I temi del contemporaneo prima di tutto. Spiega Virginio Briatore: “Coscienza storica ma non ripetizione, innovazione, ma non fine a se stessa. E la ricerca del guizzo, dell’invenzione”. Più l’attenzione per l’uso consapevole dei materiali, la consueta dignità formale, la ricerca dell’invenzione e la centralità dell’uomo nei suoi bisogni più fragili. Contaminazioni che arricchiscono la cultura industriale di dimensioni sempre più profonde. “Ancora manca una valutazione esatta dell’aspetto immateriale del design” aggiunge Briatore. “Ma forse sono richieste altre competenze, altri tipi di professionalità”.

La giuria si è riunita ai primi di marzo, alla vigilia del lockdown, in un momento di già evidente emergenza. “Un’atmosfera di allarme metafisico” racconta Briatore, “che forse ci ha reso più sensibili all’idea di un ciclo che inizia e finisce. Non volevamo certo premiare un’altra sedia. Ma oggetti che contribuiscono al bene di tutti, non solo dell’industria o del designer”. Il resto l’ha fatto l’equilibrio fra culture diverse. E un’idea di serietà e di metodica analisi critica. “Professionisti provenienti dagli estremi del mondo. Da nord a sud, da est a ovest, in un clima di allarme epocale: non poteva che venirne un Compasso d’Oro importante”, conclude ironicamente Briatore.

Un Compasso d’Oro atteso e incontestabile è quello a Francisco Gomez Paz per la sedia Eutopia. Un esperimento progettuale e produttivo che dà un imprimatur a un modo diverso di guidare il processo, dal disegno al prodotto finito. Racconta Francisco Gomez Paz: “È un premio che mi ha profondamente commosso. E pur di essere presente alla cerimonia ho affrontato un viaggio rocambolesco, dall’Argentina all’Italia”. Eutopia è un progetto autarchico, rivoluzionario. Una sedia leggerissima in legno di Kiri, strutturata su un incastro a croce assemblato a dieci pezzi di legno massello. È autoprodotta con macchine industriali - taglio laser, fresa a controllo numerico, stampante 3D. “Volevo dimostrare che è possibile fare prodotti di design anche in luoghi remoti, dove non esiste quella situazione che Vanni Pasca ha ben definito metafisica’ che è l’humus ideale per lo sviluppo del design industriale” spiega Francisco. “Non sono una persona anti-sistema. Lavorare in solitudine a questo progetto mi è pesato molto, non lo nascondo. Ma ho voluto dare un segnale forte ai miei colleghi sudamericani. La tecnologia aiuta l’iniziativa personale e la realizzazione di sogni e utopie. Come quella di produrre design in Argentina, produrlo davvero”.

Gli altri progetti premiati variano molto per tipologia. Dal casco di Momodesign, su cui Paolo Cattaneo e Klaus Fiorino hanno ragionato dal punto di vista formale, alla brand identity per la Galleria degli Uffizi, di Carmi & Ubertis. Dal presidio sanitario D-Heart, di Design Group Italia, premiato perché “non fa paura e permette al paziente di essere seguito a distanza”, alla panchina E-Lounge di Lanzillo & Partners che invece “rappresenta una nuova tipologia di prodotto in grado di unire cultura del vicinato, arredo urbano, connessione e traduce così lo spirito del tempo”.

I premi si susseguono con motivazioni sempre trasparenti, precise e circostanziate. Ed è così per la stazione di ricarica per auto elettriche Juicepole, di Koz e Susani; per la Ferrari Monza SP1 di Flavio Manzoni e Ferrari Design; per il progetto sociale di Marco Bottura, Food for Soul, premiato perché “unisce due mondi, quello del bisogno e quello dell’arte”. O ancora la protesi Hannes, di Bartolomeis, Diamanti e Poli per ITT e Inail, “tecnologia ed estetica che aiutano a superare un deficit fisico e psicologico”.

Dodici i premi alla carriera, fra nazionali e internazionali. Anche qui la selezione è rigorosa e incontestabile. Gli italiani sono: Gilda Bojardi, Marco Ferreri, Carlo Forcolini, Carlo e Piero Molteni, Anty Pansera, Eugenio Perazza, Vanni Pasca e Nanda Vigo. La tentazione è di chiedersi chi si potrà premiare fra due anni: “Quello alla carriera è un premio che dovrebbe riconoscere persone nel pieno della loro attività” commenta Virginio Briatore. “Un peccato attendere così tanto per premiare Nanda Vigo, ad esempio”.

I premi internazionali vanno a Emilio Ambasz, Nasir e Nagis Kassamali e Jasper Morrison che, un po’ come Bob Dylan, non si è presentato a ritirare il Compasso d’Oro. Designer ritroso e discreto, la sua assenza in fondo non sorprende. Chiosa Virginio Briatore. “Ci sono premi che forse non vale la pena di ritirare, ma il Compasso d’Oro ha un peso, una storia. I progetti passano per tante giurie e, spesso, proposte scartate ai primi passaggi vengono riprese all’ultimo. È un percorso lungo, due anni che danno il tempo anche di capire meglio la vita di un prodotto”. O il paradigma professionale di chi ha dedicato una vita al design.