Si è spento un protagonista del sistema del design italiano; fondatore di Driade e innamorato della bellezza

Enrico Astori, scomparso il 17 maggio, era un uomo elegante, gentile e generoso, architetto e talent scout per la sua amatissima Driade, une delle aziende protagoniste del design italiano fondata nel 1968 con la sorella Antonia e con Adelaide Acerbi, moglie e compagna della vita e del lavoro. 

Da sempre concepita come una sorta di vivace laboratorio estetico, Driade rispecchia il carattere e la sensibilità di Enrico Astori convinto assertore dello slogan-programma “la bellezza salverà il mondo”. 

Questa propensione verso il valore della bellezza e la fiducia nella componente estetica di ciò che ci circonda come contributo indispensabile al miglioramento della vita di ogni giorno, si riversava sia nell’attività dell’azienda, dei prodotti presentati sul mercato e chiamati a comporre un’offerta polilinguistica in continuo divenire, sia nella comunicazione e nelle molteplici iniziative editoriali curate da Adelaide Acerbi con raffinata determinazione, sia infine nella vita sociale e privata, nelle cene sempre perfette, e nelle memorabili feste svolte nello showroom di via Manzoni a Milano e in altri luoghi.

L’unire in una sorta di sinergia virtuosa la vita privata con quella pubblica, la famiglia e le amicizie con la più ‘grande famiglia’ Driade è testimoniato dall’ultima avventura biografica Il Gioco della Vita (2017), un album di immagini commentate che unisce in un serrato percorso sentimentale ricordi di eventi privati e pubblici, di avventure imprenditoriali, viaggi, feste, amicizie che coinvolgono maestri del design italiano e protagonisti consolidati ed emergenti della scena internazionale.

Così Driade, nella continua ricerca stimolata da Enrico verso la bellezza estesa oltre ogni confine, assume nel tempo il ruolo di una sorta di flessibile Gymnasium della creatività progettuale in cui progettisti e designer di ogni Paese del mondo possono esprimere il proprio linguaggio.

Come racconta Enrico Astori, se nei primi anni di attività Driade si fonda sulla “dialettica tra i sistemi di contenimento flessibili di Antonia Astori – la regola – e una collezione di mobili singoli, costruita sulla ricerca dei linguaggi d’autore – l’emozione”, nella fase successiva, corrispondente al decennio 1980-90, “assolutamente in controtendenza rispetto al contesto del design italiano, Driade decide di registrare le nuove tendenze in uno scenario più vasto, sostenendo la ricerca di designer provenienti da scuole e aree geografiche diverse [da Enzo Mari a Nanda Vigo, Da Alessandro Mendini a Paolo Deganello, da Achille Castiglioni a Massimo Morozzi solo per citare alcune designer italiani per poi coinvolgere, a titolo di esempio, Philippe Starck, Borek Sipek, Ron Sarad e Osacr Tusquets, Toyo Ito e Ross Lovegrove]. Cominciò così a rivelarsi il carattere che contraddistingue Driade: l’eclettismo, la ricerca di linguaggi antitetici che si compongono nelle case Driade”.

Contro ogni omogeneizzazione dei prodotti, Driade fa del pluralismo espressivo e della continua ricerca di designer emergenti a livello internazionale il suo percorso di sviluppo commerciale e ‘culturale’. In tale prospettiva Enrico Astori alla figura tradizionale di imprenditore affianca quella di ‘operatore estetico’, nella rilettura forse inconsapevole della strada percorsa da uno dei padri del design italiano: Dino Gavina.

Della sua attività Enrico Astori affermava: il mio lavoro assomiglia a quello di un gallerista che sceglie artisti capaci di restituire lo spirito del tempo. Paradossalmente, se fossi stato architetto [nel senso di progettista], sarei stato un minimalista, alla Tadao Ando. Ma, avendo un altro ruolo, mi sono divertito a giocare con i linguaggi del design, senza privilegiare un’espressione in particolare, con l’obiettivo, invece, di costruire una torre di Babele di linguaggi poetici. In fondo è la vita stessa a essere varia”.

Mi sono divertito a giocare con i linguaggi del design, senza privilegiare un’espressione in particolare, con l’obiettivo di costruire una torre di Babele di linguaggi poetici"