Ci ha lasciato Efrem Raimondi, fotografo e amico

Hai sempre viaggiato “in direzione ostinata e contraria”, per dirla con De Andrè. “La fotografia è presunzione” amavi ripetere, e in questo Efrem sei sempre stato consapevolmente presuntuoso, tanto da accettare qualunque sfida nella tua professione, fino ad arrivare a sostenere che “la fotografia non esiste (senza di noi)”. E infatti, ogni soggetto ripreso attraverso il tuo obiettivo (dai ritratti di persone più o meno note, in cui sei stato maestro, fino a oggetti inanimati come potevano essere pezzi di design e d'arredo) era restituito filtrato dal tuo sguardo, raccontava l’idea che avevi del mondo.

Un mondo sul quale non ti interrogavi, non ti ponevi domande: semplicemente lo rappresentavi. “La fotografia alla quale penso e nella quale mi rifletto non è un vezzeggiativo. Non è carina, non è simpatica. Non ha alcuna pretesa, a parte quella di trovare sede in me”, ti ho sentito ripetere più volte nel corso degli anni, durante il lavoro condiviso insieme per Interni in occasione dei FuoriSalone delle Design Week di aprile.

Il tuo più grande insegnamento (lo so Efrem, questa parola non ti sarebbe piaciuta) è stato che “siamo ciò che fotografiamo”. E tu e la tua fotografia eravate proprio questo: immediatamente riconoscibili, semplicemente essenziali, autorevolmente rigorosi. Che tu fotografassi Vasco Rossi fradicio sotto la doccia in jeans e camicia bianca, Philippe Starck ricoperto da un telo di cellophane, i piedi rovinati e sporchi di terra di Zlatan Ibrahimović, tuo padre che hai sempre reputato il tuo maestro, Strip il tuo adorato gatto, tua moglie Laura, un pezzo o un arredo di design, la matrice è sempre stata quella della tua riflessione, immediatamente visibile. E per farlo ti esponevi, mettevi a nudo la tua visione del mondo. La fotografia alla quale pensavi è sempre stata questa.

Una volta mi hai detto: “Rimani sempre ingenuo, non emulare ma cerca di essere sempre coerente con la tua visione e trasforma in espressione ciò che vedi e pensi. È l’unico modo per emergere.”

Ora non ho più parole. Ti dico solo: grazie e fai buon viaggio...

 

In apertura: Efrem Raimondi fotografato da Matteo Cirenei nell’ambito del progetto Walkabout.