È mancato il primo luglio Claudio Campeggi, l’imprenditore degli arredi trasformabili che ha creato un’isola felice per il designer e i designer. Che lo ricordano così

Inventiva, gioco, innovazione, ironia. E il coraggio dell’imprenditore che sa come virare verso il giusto azzardo. C’è il design come dovrebbe sempre essere, nel mondo che Claudio Campeggi, scomparso il 1 luglio a 69 anni, lascia all’universo dell’arredo e in dote all’azienda che porta il nome di famiglia. Un mondo luminoso, “un’isola felice per il design e i designer”, per dirla con Denis Santachiara, storica firma del marchio lombardo. “Un uomo illuminato, modesto e coraggioso e, cosa non trascurabile, molto simpatico”, ha detto Gilda Bojardi, direttore di Interni.

Quella di Campeggi, fondata dal padre di Claudio negli anni 50, è la storia di un’azienda che ha saputo unire il lustro dei padri nobili del design, da Vico Magistretti e Italo Lupi (autore dell’immagine del marchio) alla freschezza dei talenti sconosciuti, i tanti che l’azienda comasca ha contribuito a lanciare con collezioni di pezzi giocosi e sopra le righe ma mai eccessivi e sempre utili.

Aveva un nemico dichiarato, Claudio Campeggi: la noia. Per sconfiggerla, aveva stretto un patto di ferro con il design. Frequentava i maestri, era loro amico. Coltivava i progettisti più giovani, con i quali aveva tesseva un filo ininterrotto, forse perché gli ricordavano se stesso entrato diciottenne nell’azienda di famiglia, ai tempi marchio specializzato in divani letto, quando a fabbricare arredi trasformabili erano ancora in pochi.

Con Claudio Campeggi, il know how del marchio si esalta e nasce un mondo fantastico fatto di mobili che si aprono e chiudono come giocattoli, pouf gonfiabili, poltrone con porte da calcio e canestri da pallacanestro che volano verso il soffitto di casa. Si era iscritto al Politecnico, Claudio, senza finire gli studi, ma dall’ateneo e dalle riviste di design e architettura aveva tratto la linfa che lo avrebbe ispirato per tutta la sua carriera di imprenditore illuminato.

“Aveva estro, non c’è pezzo della nostra azienda che non sia nato senza un suo contributo” racconta Marco Campeggi, dal 1978 braccio destro del fratello. “Braccioli che si allungavano, piedi che si accorciavano: i prototipi diventavano pezzi in commercio sempre dopo il suo contributo necessario. Claudio intuiva le esigenze del pubblico e le anticipava, grazie ai rapporti solidi con i maestri coltivati in azienda, a cena o davanti a un caffè”.

C’era il “dottor Vico”, per esempio, che si presentava in azienda chiedendo un blu “color cielo di Brianza”. Era da sodalizi come quello con Magistretti che nascevano pezzi emblematici di un modo di fare design coraggioso, ludico, a metà tra saper fare artigiano e scala industriale: in un parola, italiano. Kenia, la poltroncina di Magistretti dal telaio in alluminio che si apre e chiude con semplicità, esattamente come un ombrello, è del 1995, quando ancora parole chiave come modularità e nomadismo non erano di moda. “Le cose cambiano” ripeteva Claudio Campeggi, facendone poi il titolo del dizionario-manifesto che si può leggere sul sito dell’azienda.

“Campeggi è un’isola felice soprattutto per le nuove generazioni di designer” dice Denis Santachiara, che per l’azienda di Como ha firmato una serie di pouf in linea con le aspirazioni giocose e funzionali del marchio. “Ai più giovani, Claudio ha messo a disposizione coraggio e inventiva, con quel suo amore tipico del collezionista che lo spingeva quasi a mettere su una galleria di sensibilità diverse, eppure unite da un approccio unico e che sapeva guardare al mercato”.

Racconta Emanuele Magini, che ha iniziato a collaborare con Campeggi quando era un giovane talento e nel giro di pochi anni ha firmato una serie di pezzi brillanti: “Se gli proponevi qualcosa che gli piaceva si iniziava a produrla o comunque a prototiparla. Subito. Forse era questa la cosa che mi piaceva più di lui: in un mondo in cui i designer imparano a fare anticamera dalle aziende e a vendersi anche per quello che non sono, con lui le cose erano semplici, dirette, autentiche: un po'  come i prodotti che uscivano dalla sua azienda. Claudio aveva l'ironia e l'inventiva dei pezzi che produceva. La sua era un’ironia composta, sottile, elegante. Ricordo quando producemmo il primo prodotto insieme, Sosia. Aveva visto un mio progetto in Triennale, mi chiamò in azienda. Gli proposi questa coppia di poltrone unite da una sorta di grande mantello, che permetteva diversi allestimenti e una fruizione libera innovativa e anticonformista. Subito mi disse: bello questo! Iniziò a realizzare prototipi: il problema era realizzare il mantello perché fosse modellabile. Dopo varie prove, quando ormai pensavo che non ne avremmo fatto nulla, mi chiamò al telefono e mi disse di andare in azienda. Mi accolse con un sorriso, ce l'aveva fatta! Per Claudio il design era un territorio da esplorare, qualcosa che potesse ancora regalare sorpresa e libertà, gioco e ironia. Mi mancheranno i nostri progetti, le nostre chiacchiere sul design e sulla vita. Molto”.

 

In apertura, ritratto di Claudio Campeggi realizzato da Efrem Raimondi.