Marco Romanelli, la critica come conoscenza, l’architettura come passione

Con Marco Romanelli si discuteva e si parlava di tutto. Recentemente ci piaceva confrontarci sulla lettura dell’ultimo libro della trilogia di Pierre Lamaitre, “Lo specchio della nostra miseria”, che seguiva e concludeva il ciclo iniziato con “Ci vediamo lassù” e “I colori dell’incendio”; un affresco letterario sulla Francia del Novecento, ma Marco sosteneva la necessità di leggerlo in francese, commentando in modo non troppo positivo la traduzione dell’edizione italiana. Era un raffinato.

Colto e curioso, gentile e attento, appassionato della cultura degli interni in cui si è cimentato dal punto di vista progettuale come nel design, Marco Romanelli ha sempre affiancato a quella che chiamiamo professione la passione per la critica, per lo scrivere e per capire le vicende della storia, del design e dell’architettura, assunta come materiale da impiegarsi al meglio per agire nel presente. Dalla metà degli anni 80, collabora con Domus e poi con Abitare dove con Italo Lupi forma un gruppo di lavoro affiatato e coeso. Tra le varie avventure editoriali molti sono i libri dedicati a figure e temi del design, i cataloghi per mostre di cui è stato curatore e inventore, lavorando a fianco delle istituzioni culturali milanesi dalla Triennale al nascente ADI Design Museum, con una mostra sull’opera di Renata Bonfanti per cui è autore anche dell’allestimento.

Molti sono stati i suoi contributi critici, mai scontati, anche per Interni, e negli ultimi tempi quelli per il magazine on line del Salone del Mobile nella sezione Design e Dintorni. In uno scritto dello scorso maggio, dedicato al silenzio (“Le silence marchait, musique en tête”, citando la celebre frase di Cocteau) Marco rivelava tra le righe il suo carattere gentile, dove le parole non erano mai gridate, non slogan avanguardistici né preconcetti ideologici dettati da facili verità, ma riflessioni e letture, interpretazioni e critiche. “Non dimentichiamoci che il silenzio, tanto in architettura quanto nel design, rappresenta un valido antidoto alla usura. Come ben sappiamo, infatti, le parole e i segni si consumano nel tempo, provocando un meccanismo di obsolescenza e quindi di rifiuto. Gli oggetti rumorosi del nostro passato andranno, prima o poi, a costruire la discarica dei nostri figli, al contrario gli oggetti silenziosi continueranno a vivere con noi e con i nostri eredi (e impareremo a conservarli e a restaurarli)”.

Durante il primo lockdown, nell’aprile 2020, Marco intitolava il suo scritto “(di questi tempi) leggere, ma soprattutto rileggere!” e trovando nel Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry (un libro del 1941 tradotto in 120 lingue) un felice e sorprendente prontuario di design in pillole concludeva suggerendoci: “Ecco, dunque, l’esercizio da fare, in questi giorni: rileggere un’opera che avete amato, senza moralismi, ma trasformandola in un’occasione di riflessione progettuale. A chi fosse senza idee potrei consigliare l’Odissea”. Un lungo viaggio, come quello che troppo presto Marco ha intrapreso; ci manchi già vecchia quercia, come tu amavi chiamare ogni amico.