Le conversazioni del giornalista con 36 architetti, raccolte in un unico volume, svelano il pensiero, i sogni e le considerazioni dei grandi del progetto

«L’architettura è ora la mia musica, una musica capace di inventare spazi che risuonino di tutti i suoni del mondo che ci circonda e di edifici dove fermarci, guardarci dentro, concentrarci, sentire le giuste vibrazioni». Sono parole di Daniel Libeskind che si racconta in una intervista a Stefano Bucci, ora nel libro di conversazioni dal titolo L’architettura ha tante anime (Allemandi), una raccolta di interviste agli architetti del giornalista del Corriere della Sera.

Questa musica di Libeskind arriva dopo la musica del giovane Daniel che sognava di essere un musicista di professione. I genitori gli regalano una fisarmonica perché avevano paura di esporsi troppo a portare un pianoforte nel cortile del caseggiato dove abitavano, a Lódz, in Polonia 1946, epoca buia.

Così gli regalano quello strumento che «altro non è se non un pianoforte in una valigia», spiega Libeskind, ma intorno ai dodici anni aveva esaurito tutte le possibilità che quello strumento poteva offrire e ha capito che doveva passare all’architettura. Un sogno, un’illuminazione, anche, soprattutto un amore.

Quello per il disegno prima di tutto e il progettare: «Il disegno è qualcosa di divino, che non ha bisogno di tecnologie sofisticate, ma solo dell’ispirazione e della bellezza. Il disegno può mettere in scena con una matita la complessità dell’universo, il disegno è capace di sintetizzare quella stessa complessità su un pezzo di carta», continua Libeskind.

E alla domanda di Bucci su quale sia la dote fondamentale per essere un buon architetto, risponde: «Deve sorprendersi della meraviglia del mondo. Deve essere strabiliato da questa bellezza, da tutto quello che è successo dalle origini del mondo e non solo da un film o da un libro… E deve mettere amore in quello che fa».

Parla di Brunelleschi e di Michelangelo, di cupole e di pietà, di Rinascimento (ancora attuale perché racconta l’uomo) e di una città che deve proteggere i suoi abitanti, proprio come lo Storto, il suo grattacielo che da City Life protegge Milano.

Un samurai di Akira Kurosawa. Così Bucci definisce l’architetto Tadao b, un guerriero della vita, che usa il progetto come ragione dell’esistenza e obiettivo da raggiungere per restare nel cuore degli uomini. Era il 2019 l’anno dell’intervista qui riportata e l’architetto giapponese era a Milano per una mostra che l’Armani Silos gli dedicava.

L’uomo per cui «il più importante problema dell’architettura è quello di rimanere all’interno del cuore delle persone e la luce non deve illuminare soltanto lo spazio architettonico, ma anche il cuore degli uomini» ha una storia degna di un film: è stato camionista, poi boxeur finché non ha visto l’Imperial Hotel di Tokyo progettato da Frank Lloyd Wright: un edificio che è entrato nel suo cuore al punto da costringerlo a studiare architettura da autodidatta, fino a che, nel 1998, ha aperto il suo studio a Osaka.

Affascinato dall’idea di Lecorbusier secondo cui l’architettura è uno spazio all’interno della luce, Tadao Ando parla di gioia e di bellezza, elementi essenziali per creare un ambiente «bello, esteticamente interessante, spazi dove si possa vivere bene, dove si possa percepire le gioia di vivere, fare cose belle».

Le cose belle sono anche quelle che Mario Botta si concede di fare nel mese di agosto, nel suo studio a Mendrisio, in buona solitudine: di vacanze, tranne quando era adolescente, non ne ha mai fatte: «l’idea di una sosta che interrompeva in qualche modo i miei ritmi mi ha sempre dato molto fastidio», spiega, definendo però quel tempo sospeso dell’agosto in città come un tempo che aveva perso durante l’anno, «un tempo in cui posso ritrovare me stesso, in cui recupero il piacere delle piccole cose ben fatte che mi erano sfuggite».

Meditativo, quasi monastico, quell’attimo estivo è il momento in cui è possibile ritrovarsi e riflettere sul proprio lavoro. Disegnando, perché per lui il disegno incarna la visione del mondo e la matita, come scrive Bucci, è un sismografo che registra le sue emozioni.

Cita poi Louis Khan per definire il costruire un atto sacro di per sé, «un’azione che trasforma una condizione di natura in una condizione di cultura». Non solo: «Il bisogno che spinge l’uomo a confrontarsi con la dimensione dell’infinito è una necessità primordiale nella ricerca della bellezza che sempre ha accompagnato l’uomo nella costruzione del proprio spazio di vita».

Cino Zucchi parla di cohousing invitando a rivedere Animal House, pellicola cult di John Landis con un John Belushi straordinario, perché «quelle fraternity dei college americani immortalate da Belushi sono al momento l’organizzazione sociale più simile a quello che oggi chiamiamo cohousing, di cui si parla tanto in Italia ma che vanta ancora pochi esperimenti concreti».

Era questo il tema dell’intervista per La Lettura, ma poi inevitabilmente la conversazione si è messa a viaggiare lungo questioni più ampie, cercando di definire la città («il luogo del confronto tra soggetti e interessi diversi e quindi sia del conflitto sia del compromesso») e il territorio italiano, dove il progettare trova sempre territori ad alto tasso di antropizzazione e su cui riflette Zucchi al momento dell’intervista, precedente all’inaugurazione della Biennale che lo ha visto artefice del Padiglione italiano.

La sua risposta? «L’unica cosa che l’Italia non deve fare, è usare il patrimonio artistico come un blasone ereditato che giustifica la propria incapacità a darsi un presente e un futuro adeguati».

E poi prosegue, questa volta in territorio rock: cita Natalie Merchant che, durante un suo concerto ha presentato la canzone Life is sweet dicendo di aver scelto questo titolo per “ridare senso a una locuzione così abusata, come Jenny Holzer riesce a dare nuova vita alle frasi che scorrono sui suoi schermi video”.

Ebbene, prosegue Zucchi, «Non dobbiamo aver paura del banale, delle cose o dei luoghi collaudati dal tempo, specialmente quando sono in grado di accogliere ancora le nostre vite e le nostre aspettative».

Dunque, segue un confronto senza esclusioni di colpi tra arte e architettura citando Adolf Loos: «La casa deve piacere a tutti. A differenza dell’opera d’arte, che non ha bisogno di piacere a nessuno. L’opera d’arte viene messa al mondo senza che ce ne sia bisogno. La casa invece soddisfa un bisogno. L’opera d’arte vuole strappare gli uomini dai loro comodi. La casa è al servizio della comodità. L’opera d’arte è rivoluzionaria, la casa è conservatrice. L’uomo ama tutto ciò che serve alla sua comodità e odia tutto ciò che lo molesta. Ed è per questo che ama la casa e odia l’arte».

Sono 36 gli architetti che conversano con Bucci in questo volume e che delineano diverse anime, come vuole il titolo, dell’architettura. Ne ha tante, è vero. Scanzonata, meditativa, sociale, ecosostenibile, umanista, musicale, matematica, onirica, concreta, visionaria, innovativa, tecnologica, tradizionale, comoda, accogliente… bella: l’architettura punta alla bellezza. Poi cosa significhi bellezza è da rintracciare in queste pagine.