Un libro e un viaggio inconsueto in un’Italia lontana dai cliché: la prima mappatura scientifica della produzione architettonica sul territorio nazionale dal 1945 a oggi

Ereditare il presente” è il titolo di un lavoro necessario dedicato all’architettura contemporanea italiana. Si tratta infatti della prima mappatura scientifica della produzione architettonica sul territorio nazionale dal 1945 a oggi, con l’obiettivo di tutelarla e conservarla.

Il titolo completo del libro è infatti Ereditare il presente. Conoscenza, tutela e valorizzazione dell’architettura italiana dal 1945 ad oggi (Magonza Editore, 2024), promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura e dalla Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali.

Il volume, curato da Stefania De Notarpietro, Alessandra Ferrighi, Eliana Garofalo e Luciano Antonino Scuderi, restituisce gli atti delle due giornate di studio che si sono tenute a Roma l’11 e 12 ottobre 2022, in cui sono stati presentati gli esiti della ricerca Ereditare il presente, frutto della collaborazione tra la Direzione Generale Creatività Contemporanea e la Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali, a fronte di un lavoro di 20 anni e della creazione di una piattaforma online aperta a tutti con una supervisione scientifica che ha portato a uniformare i dati in schede facilmente consultabili.

Ma libro e sito in realtà aprono le porte a mille domande e mille ragionamenti su cosa significhi tutelare e conservare l’architettura, finendo naturalmente per domandarsi che cosa siano l’architettura, la memoria, il tempo e il territorio.

Catalogare il contemporaneo è già un’operazione complessa e il lavoro di “normalizzare” i dati ha richiesto di stabilire sette criteri in base ai quali selezionare le opere meritevoli di attenzione, in un panorama certamente composito e non uniforme, a partire da un censimento promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

Naturalmente occorre che gli edifici abbiano avuto un ruolo nell’ambito dell’evoluzione edilizia, introdurre e sperimentare significative innovazioni e ricoprire un ruolo nel contesto urbano in cui sono inseriti, oltre a criteri più scontati come comparire in pubblicazioni accademiche, sulle riviste di settore e circa l’importanza dell’autore.

La finalità di questa selezione è poi la tutela. Una questione sottile e complessa insieme, prima da un punto di vista normativo perché non esistono leggi che possano evitare trasformazioni o abbattimenti, poi da un punto di vista più filosofico.

Si tratta di architettura e le architetture devono essere abitabili, dunque, deve essere possibile adeguarle e rifunzionalizzarle: non sono opere d’arte, ma opere da usare e da vivere. Ecco quindi il senso del titolo di questo libro, Ereditare il presente: cosa significa avere opere contemporanee da lasciare al futuro?

Una primissima risposta potrebbe essere quella di fare di questo lavoro uno strumento per viaggiare. Ne verrebbe fuori un itinerario in un’Italia insolita e fuori dai cliché. È un uso improprio, certo, perché non era previsto, ma molto divertente.

Abbiamo selezionato sette tappe imperdibili che ci portano dal Lido Comunale Genoese Zerbi realizzato da Pier Luigi Nervi, Elisa La Face, Vincenzo Ziparo a Reggio Calabria, fino Brusson, in Valle d’Aosta, a vedere la Colonia Montana Olivetti di Claudio Conte e Leonardo Fiori.

Il lido di Reggio Calabria è stato costruito tra il 1957 e il 62 e la sua Torre Nervi, come viene abitualmente chiamata, è una vera chicca, un poligono di 16 lati tutto finestrato grazie a un sistema di montanti metallici e vetri che consentono una continua relazione tra interno ed esterno (inclusa una vista interessante sul fronte mare ma anche sulla città). Lo sviluppo dello stabilimento parte da qui su due linee di cabine che ridisegnano la costa (pur seguendone l’andamento).

Bari, per la precisione Noci, conserva la chiesa di Santa Maria Assunta e il relativo centro servizi, disegnato da Plinio e Paolo Marconi tra il 1959 e il 63. Un grosso complesso dalle forme insolite disegnate dai due architetti, padre e figlio, che si sviluppa in particolare nell’edificio per il culto, una struttura in muratura portante con volta conica ad asse decentrato a pianta ellittica e spessore variabile. La vela in facciata e il campanile sono stati realizzati usando in modo sperimentale cemento armato e laterizio, in un gioco che sembra quasi dare una nuova interpretazione di un gotico del sud.

Termoli (Campobasso) è teatro delle Rotonde sul mare di Antonio De Felice (1979/84), architetto che in città ha potuto esprimere molto di sé e che in questo lavoro di riqualificazione di un’area pubblica ingaggia i passanti in un gioco di attenzioni incrociate. La pavimentazione a mosaico racconta una storia e costringe a rallentare, in modo da ragionare sul paesaggio circostante che da un lato si affaccia sul borgo antico e dall’altro, dando le spalle all’antica chiesa di Sant’Antonio, affaccia sul mare Adriatico co i primi stabilimenti balneari dell’inizio del 900. L’area è adiacente al lungo mare Colombo e si dirige verso Vasto, in una sequenza di spazi pubblici che interagiscono tra loro.

Lignano Sabbiadoro con il suo litorale ospita il Padiglione Spiaggia disegnato da Giovanni Avon e realizzato tra il 1955 e il 56. Il progetto prevedeva 12 stazioni balneari ma poi ne vennero realizzate soltanto tre, tutte schiacciate a ridosso del lungomare e con una struttura simmetrica che ha il centro in un cilindro da cui partono due ali di cabine a 60 gradi, come a voler abbracciare la spiaggia. Il tetto piatto del cilindro da un tocco avveniristico alla struttura, realizzata in materiali semplici: cemento e mattoni a vista che ne decorano la facciata.

A Lido di Spina Comacchio (Ferrara) si trova una piccola meraviglia, la Casa Museo Remo Brindisi disegnata da Nanda Vigo nel 1973. Nato come Museo Alternativo Remo Brindisi, l’edificio era stato concepito per contenere la collezione d’arte di Brindisi e al contempo essere una casa vacanza. Lo spazio è ricavato in una struttura cilindrica disegnata dal corrimano cromato di una scala circolare che ne determina i volumi, tra pareti e pavimenti a piastrelle bianche. La zone delle scale e del piano terra è adibita alle opere mentre i due superiori sono adibiti a uso privato. In un gioco di volumi, luci e trasparenze, Nanda Vigo inverte le regole intonacando l’esterno e piastrellando l’interno e facendo entrare la lussureggiante vegetazione del giardino da ogni apertura.

Molino di Falcade è una piccola località montana in provincia di Belluno che accoglie lo studio per lo scultore Augusto Murer, realizzata da Giuseppe Davanzo tra il 1971 e il 72. L’edificio è pensato su misura per soddisfare le esigenze creative di Murer, che non voleva vedere le montagne dalle finestre dello studio: l’avrebbero intimorito durante il processo creativo.

Così la pianta a croce latina che divide gli spazi a seconda delle funzioni, l’area per la lavorazione del legno, quella del gesso e quello, a doppia altezza, per le sculture con un mezzanino per il disegno (e per osservare le sculture dall’alto), è illuminato da finestre fortemente strombate per fare entrare la luce senza vedere l’esterno e areato da prese d’aria circolari nel muro.

Grandi vetrate e due lucernari orientati a nord garantiscono luce uniforme durante le ore del giorno, mentre diverse pavimentazioni indicano le funzioni dei laboratori, in grès chiaro e listoni di legno. Lo studio è al primo piano e si raggiunge da una scala esterna o da una scala a chiocciola interna che lo collega al soggiorno a uno spazio per gli ospiti, ma adatto anche per esporre le opere.

Un caveau permette di conservare i materiali più preziosi, mentre un deposito esterno, protetto da una pensilina, accoglie i tronchi, osservabili durante la loro stagionatura, che poi possono essere trasferiti in studio grazie a un paranco. Anche gli esterni sono interessanti perché realizzati a moduli cubici che rendono esplicita la divisione interna degli spazi.

La provincia di Aosta, nella località di Brusson, è sede della Colonia Montana Olivetti disegnata da Carlo Conte e Leonardo Fiori e realizzata tra il 1955 e il 63. Un monumento alle vacanze estive e a quell’idea di fabbrica intesa non solo come luogo di lavoro ma come ambiente di aggregazione sociale.

Un luogo capace di valorizzare la persona, grazie a un sistema di servizi descritto da Adriano Olivetti con queste parole: «Il sistema di tali servizi tende a dare ad ogni sua attività non il significato immediato di un beneficio o di un adeguamento del lavoratore alla fabbrica e al suo posto, bensì quello più completo di una integrazione capace di restituire all’uomo la sua responsabilità di scelta e di giudizio».

L’edificio esprime tutto questo mettendosi in relazione con il territorio, sia per i materiali sia per il continuo rimando al paesaggio che si intreccia a sua volta a un’idea pedagogica e sociale dell’architettura.

Primo obiettivo è quello di far interagire i ragazzi ospiti della struttura tra di loro e con l’ambiente naturale. Così gli ambienti interni sono separati ma al contempo comunicanti con quinte mobili che favoriscono l’incontro e le relazioni.