“Un conto è ritrovare all’interno del proprio catalogo prodotti con un valore progettuale ancora attuale. Un altro è riproporre in modo fuorviante modelli del passato, con reinterpretazioni disinvolte”. Luciano Galimberti, Presidente ADI, sul senso della storia nel design

Heritage ovvero la voglia di attingere al proprio passato e di raccontarlo. Quasi una necessità per molte aziende del design a volte una forzatura. Ma il patrimonio storico del prodotto industriale italiano è un valore importantissimo al di là delle mode o delle necessità del mercato che va tutelato e comunicato. Ne parliamo con Luciano Galimberti, presidente di ADI, l’Associazione Disegno Industriale, che si accinge a inaugurare il prossimo dicembre, l’ADI Design Museum e di rendere visibile al pubblico la ricca collezione del Compasso d’Oro.

Nell’ultimo decennio abbiamo assistito a un’impennata delle attività volte al recupero della memoria del design. Da che cosa è motivato? C’è il rischio che questa sia una scorciatoia per ritrovare nel passato fonti di ispirazione che non si trovano altrove?

È vero in parte. Personalmente non sono sempre convinto delle operazioni di rilancio di prodotti disegnati in altri periodi storici. In particolare, per quanto riguarda le imprese, bisogna distinguere e capire la differenza tra memoria e nostalgia. Un conto è ritrovare all’interno del proprio catalogo prodotti con un valore – perché sono stati disegnati da un designer importante, hanno rinnovato il linguaggio del design, proposto un materiale innovativo – e ripresentarli al mercato come pezzi senza tempo, tutt’oggi bellissimi. Un altro è riproporre in modo fuorviante modelli del passato, con reinterpretazioni un po’ troppo disinvolte. Capita spesso di trovare arredi piuttosto che lampade ‘reinterpretati’ da art director con responsabilità importanti che non sempre tengono conto del valore storico del pezzo originale. In questo caso si tratta più di operazioni di marketing.

Che attività state svolgendo come ADI sul fronte della valorizzazione della memoria’?

Come associazione abbiamo proposto un coordinamento delle fondazioni dei maestri del design: Franco Albini, Achille Castiglioni, Vico Magistretti e altre. Diverso è il lavoro del Museo, che ha un patrimonio come la collezione del Compasso d’Oro da raccontare a un pubblico più allargato. Per questo, un anno fa, insieme alla Fondazione Triennale e alla Fondazione Musei di Impresa di Assolombarda, abbiamo dato vita a Musei Design Milano di cui è attualmente presidente Antonio Calabrò di Assolombarda. Un progetto condiviso da tre realtà che dialogano con Comune di Milano e a Regione Lombardia per poter organizzare un percorso comune.

Prendiamo per esempio un oggetto come la lampada Arco di Achille Castiglioni, che è nelle collezioni sia di ADI che di Triennale. Mettendoci insieme e facendo un lavoro programmato possiamo individuare delle modalità diverse di esporlo e di raccontarlo, si crea un circuito e una narrazione più articolata dello stesso prodotto.  Noi puntiamo su un pubblico molto allargato per esempio, per cui lo storytelling di un oggetto è molto importante.

Quest’anno per il Compasso d’Oro ADI ha istituito un premio dedicato ai prodotti storici, che affianca il Compasso alla carriera. Perché premiare degli oggetti?

Il premio al prodotto nasce da un esigenza del museo a cui talvolta mancano dei pezzi icona. Come si può fare un museo del design e non avere quelli che possiamo definire gli imprescindibili del design? Ma può succedere. Torno alla lampada Arco perché è stata uno dei tre pezzi premiati a questa prima edizione. Da sempre il premio Compasso d’Oro è calato nel suo momento storico e valutato da una giuria totalmente autonoma nelle scelte. Nel 1962 anno in cui la lampada Arco era in concorso i giurati preferirono premiare un altro oggetto dei fratelli Castiglioni, la macchina del caffè Pitagora della Cimbali perché, si dichiarò, erano già state conferiti Compassi d’Oro a diverse lampade nel corso degli anni, così scelsero di premiare dello stesso designer un prodotto diverso.

Per questa prima edizione abbiamo premiato tre pezzi perché portatori di innovazione culturale e tipologica: la Arco di Flos, una lampada freestanding pensata per  fare luce su un tavolo senza essere appesa a soffitto. La poltrona Sacco di Zanotta (del 1968) perché portatrice di un modello radicalmente nuovo di seduta, infine il letto Nathalie di Flou (del 1988), che trasferiva il concetto sartoriale del letto del tappezziere nel mondo dell’industria trasformandolo in un vero e proprio best seller.

Vi occuperete anche di restauro dei pezzi della collezione. In che modo?

Il tema del restauro dei pezzi originali di design è molto importante. Noi abbiamo già iniziato un processo di restauro già da una decina d’anni grazie alla Fondazione Miroglio tramite La Venaria Reale. Il design spesso è realizzato in prodotti che invecchiano, plastiche, schiumati, e altro, oltre che pezzi magari ancora oggi in produzione ma prodotti con materiali e metodologie diverse. Noi dobbiamo seguire un restauro filologico e quindi recuperare o ricostruire nel rispetto del periodo in cui le opere sono state realizzate. Per questo abbiamo stipulato un accordo con l’Accademia Galli di Como, credo la più importante istituzione nell’ambito del restauro contemporaneo, per istituire insieme un corso di laurea dedicato al di condition report un programma di restauro sul prodotto industriale. Questo ci garantisce un laboratorio permanete del restauro leggero nel museo ADI pensato all’interno di una struttura in vetro trasparente, affinché sia possibile coinvolgere il pubblico, in particolare i giovani, ad assistere alle operazioni di pulitura, rammendo, manutenzione. Quando si tratta di restauro pesante invece, trasferiamo i pezzi presso i laboratori dell’Accademia a Como dove ci sono lo spazio e le tecnologie necessarie per intervenire. In questo modo possiamo restituire al nostro pubblico gli oggetti esattamente come erano quando sono stati prodotti. Questo ci rende particolarmente orgogliosi. 

In apertura, foto di Saverio Lombardi Vallauri, parte di un progetto realizzato nel novembre 2013 da otto fotografi (sopra alcuni dei loro scatti) invitati dall’ADI a documentare lo stato dell’edificio che ospita l'ADI Design Museum prima della ristrutturazione.