Secondo l’architetto Davide Fabio Colaci, la casa è da sempre il teatro dell’esistenza. Ma il nostro rapporto con i suoi spazi e le sue superfici è mutato durante il lockdown: abbiamo imparato ad abbattere i dogmi

Architetto, docente al Politecnico di Milano e ricercatore colto e raffinato sui nuovi scenari dell'abitare, Davide Fabio Colaci considera la casa una macchina emozionale, dove forme, materiali e colori concorrono insieme a costruire la densità di un'esperienza.

Viene quindi quasi naturale interpellare lui per valutare, soprattutto alla luce del nuovo rapporto che abbiamo creato con le nostre case dal momento dell’inizio della pandemia, quale sia il ruolo chiave delle superfici nel nostro quotidiano domestico.

Che cambiamenti ha portato la riscoperta (forzata) durante il lockdown della dimensione fisica e materica della nostra casa?

La casa è da sempre teatro della nostra esistenza e rappresenta nel bene e nel male tutte le nostre forze e debolezze, spesso anche inconsciamente. Una cosa certa è che il periodo del lockdown ha generato una maggiore attenzione alla qualità dei nostri spazi. Certo, dobbiamo ancora risolvere problemi di esigenze abitative e standard minimi di comfort per le fasce più deboli che sono state le più colpite in termini di ‘risposta’ al cambiamento. Ed è troppo presto forse per dire se questa condizione abbia generato una spinta reale verso il rinnovamento. Sicuramente ha attivato una maggiore disponibilità a mettere in discussione alcuni dogmi.

Quale impatto avrà questa crisi sanitaria sul nostro modo di vivere il palcoscenico domestico e la relazione con gli oggetti?

Oggi è molto difficile individuare le tendenze, anche dopo che si sono compiute, proprio perché la nostra società tende sempre più ad autoriformarsi. Mi spiego meglio: attraverso la nostra capacità di adattamento, anche involontaria, generiamo domande e bisogni per una progettualità polverizzata e in costante evoluzione. E spesso questa progettualità non è sintetizzabile in una tendenza unica come succedeva nel Novecento.

Tutto ciò non sempre concorre a determinare equilibri positivi ma sicuramente ci sta aiutando a riscrivere la nostra idea di abitare. Lo spazio domestico ha acquistato durante questa crisi sanitaria la valenza di una prigione dorata, di una enclave pronta a essere rifondata, modificata, customizzata per le nostre esigenze e connessa con il resto del mondo. Forse tutto questo ci ha resi più aperti al mutamento, sia funzionalmente che in termini di visione. E quest’ultimo aspetto mi sembra francamente quello più interessante.

Tu disegni spesso mobili come dispositivi architettonici. In che direzione ti muoveresti ora? Li penserai per gli open space o per spazi modulabili secondo necessità?

Durante la pandemia gli arredi sono stati percepiti, anche se per me lo sono sempre stati, come dei personaggi di una commedia, come elementi di una vita quotidiana spesso scritta ma mai prevedibile, capaci di adattarsi e innescare processi inattesi. Sedie per fare ginnastica, tavoli come laboratorio... In verità non so quale ruolo avranno in futuro e quando faccio previsioni sbaglio sempre (ride). Ascolto i miei clienti e i miei studenti senza pregiudizi e tento di intercettare qualcosa di interessante. Forse sembra un po’ semplicistico ma la cosa che percepisco di più è il rifiuto del lusso inteso come ‘ottoni e passamanerie di velluto’. C’è bisogno di più freschezza, forse anche di meno fiction per i nostri interni. Anche i modelli presentati dai media iniziano ad essere avvertiti molto deboli, soprattutto dalla gente non interna al settore. Sarà necessario inventarsi un nuovo neo-neo-realismo? Forse.

Nei tuoi lavori per l'interior, il design e l'architettura, la ricerca sui materiali è sempre molto importante. Da dove e come nasce un buon progetto?

Forse il binomio del progetto contemporaneo potrebbe essere: etica/estetica. Due parole quasi in una che comprendono tutte quelle pratiche di attenzione e sensibilità al bello. Dobbiamo capire che la bellezza è un valore legato alla sostenibilità e che la bruttezza è una forma di inquinamento potentissima da non sottovalutare. Tecnicamente viviamo in un mondo che non vuole ridurre i consumi e chiede sempre più performance ai materiali e alle superfici, esasperando le loro prestazioni. Ma non viene mai preso in considerazione che al posto di implementare tali prestazioni, possiamo imparare ad accettare che un materiale invecchi, che si deteriori, che possa essere ‘rammendato’ o che necessiti di più cura. Insomma forse dobbiamo capire che l’innovazione non può passare solo attraverso la tecnica, proprio come un buon progetto.

Parliamo di progetto educativo. Cosa è importante comunicare agli studenti di oggi?

Ai miei studenti del Laboratorio di Architettura degli Interni del Politecnico di Milano dico sempre, citando un mio maestro, che la scuola può formare solo autodidatti. Non mi fraintendere, non intendo dire che la scuola non insegna niente, ma che la volontà di apprendimento e la curiosità sono l’unico motore per sviluppare la propria conoscenza personale.

Ogni anno infatti cambio il tema del laboratorio per tenere alto l’interesse del nostro gruppo di ricerca, eterogeno e interdisciplinare anche tra i docenti.

L’anno scorso abbiamo avuto un’esperienza di gruppo a Lanzarote (leggi qui). L’obiettivo era l’autocostruzione di una metafora (vedi Sottsass) inserita nel paesaggio. È stata l’occasione per immaginare una discontinuità formale e materica con il territorio dell’isola, lavorando sui temi che la cultura del progetto sta affrontando o dovrebbe affrontare: il cambiamento climatico, l’iperconnessione, la conquista di nuovi territori, la ritualità dei gesti quotidiani, il tema del sacro e molto altro. Gli studenti sono molto sensibili su questi temi e dobbiamo coltivare con cura questa loro attitudine.

I materiali hanno giocato un ruolo importante, sia dal punto di vista tecnico che simbolico. Abbiamo utilizzato materie primarie, presenti sull’isola: terra, lava, acqua e sabbie, lavorandole poco o ibridandole con materie artificiali come tessuti cangianti, elastici, specchi o pigmenti naturali. Questo ha portato gli studenti a progettare, elaborare e autocostruire le loro installazioni con tutti i limiti del caso; ma i limiti, come si sa, portano ad aguzzare l’ingegno. Abbiamo prodotto altre metafore molto interessanti.


A che tipo di progetti stai lavorando ora?

Il lavoro dello studio è sempre una sfida. Abbiamo appena ultimato il nuovo headquarter e showroom di una azienda leader nel settore delle maniglie: Dnd. Anche qui la nostra scelta è stata quella di creare uno spazio di lavoro ‘aperto’ e altamente modificabile. Con Giulio Iacchetti come art director, abbiamo immaginato un dispositivo in grado di essere sempre modificabile e reversibile nel tempo: un cloud che permette all’azienda di comporre in autonomia le nuove collezioni a seconda dei bisogni e dei clienti. Poi abbiamo i nostri interni sparsi per l’Italia: Roma, Milano, e, ti dirò, non ho mai rinunciato al progetto della dimensione domestica, per me unico vero banco di prova del progetto contemporaneo. In ultimo, ci stiamo occupando di due nuove piccole costruzioni: due residenze unifamiliari a Milano e nel tanto amato Salento. Ti confesso che mi piace pensarli come degli interni ‘vestiti’ di materia, ma questa è solo una mia perversione.