Gli architetti Giovanni Pacciani e Claudio Bignazzi raccontano a INTERNI come hanno trasformato un appartamento a primo impatto piatto e anonimo, in un luogo accogliente e di culto per gli amanti dello stile anni 70

Alla ricerca di un'abitazione d'epoca, che avesse molto da raccontare e che lasciasse ampio spazio alla contaminazione sperimentale, una coppia di architetti milanesi si è trovata a definire 'casa' un appartamento di 240 mq con studio annesso tipicamente anni Settanta, posizionato al primo piano di una palazzina d'allora.

Un'inversione di rotta che, nell'immaginario dei progettisti Giovanni Pacciani e Claudio Bignazzi, partner nella professione e nella vita, rappresentava una visione piatta e scoraggiante, ma che, di fronte alla possibilità concreta emersa con l'abitazione di via Trebbia, a Milano, ha imboccato una piega del tutto inaspettata.

Nonostante la privazione del forte contrasto tra contenitore d'epoca e arredi contemporanei, tanto desiderato sin dall'inizio, infatti, l'attuale soluzione si è rivelata un'opportunità creativa, in un mix variegato di elementi pre-esistenti pronti a essere rivalorizzati, come gli infissi in legno a incorniciare ampie finestre lungo tutto il perimetro dell'appartamento, e inviti alla libera reinterpretazione degli spazi.

Tra le chicche, tenute nascoste dalla precedente proprietà e riscoperte dagli architetti, i pilastri in cemento armato che donano un tocco brutalista all'abitazione (corrente da cui entrambi sono particolarmente attratti) e, in qualche modo, mantengono fede al desiderio originale di omaggiare le contaminazioni.

Un metodo adottato anche per pavimenti, tutti progettati ex novo e pensati con l'ottica di trasmettere un senso di preesistenze recuperate, nell'appartamento come nello studio.

Pacciani e Bignazzi sono cultori di un'estetica imperfetta, un approccio romantico al progetto, che identifica il bello in un luogo opposto alla ratio.

Ci siamo fatti raccontare come hanno fatto a riportare alla luce l'anima anni Sessanta dell'appartamento.

Perchè avreste preferito una casa d’epoca?

"Abbiamo sempre ritenuto che le case vissute con una storia alle spalle avessero maggiore fascino e fossero più interessanti magari in un gioco di contrasto tra un ambiente fortemente connotato da una epoca e un arredo 'fuori luogo'.

Siamo un po' cultori dell'architettura che al miraggio della perfezione preferisce sempre inserire un 'errore' concettuale o formale".

In quale contesto è immerso l'appartamento?

"L’appartamento è posizionato in un condominio terminato nel 1969 ma perfettamente collocato come finiture e tipologia negli Anni 70.

Dalle piastrelle in gres marrone sulla facciata principale agli infissi di alluminio, dal piano di ingresso ribassato rispetto alla quota della strada con un atrio su piloni in cemento rivestiti in bianco con gres marrone a pavimento e passatoie e zerbini in rosso.

Un atrio tipico dei condomini milanesi. All’inizio della fase di acquisto era stato proprio questo aspetto a spaventarci di più: non una casa d’epoca e neppure un'architettura contemporanea".

Quali stilemi Anni 70 avete utilizzato come punto di partenza per il progetto?

"Abbiamo pensato da subito di assecondare l’architettura del luogo rispettandone alcuni aspetti come certi materiali o la valorizzazione assoluta delle grandi finestre.

Gli infissi in legno di Daglas rossastri hanno fatto un po’ da guida per divisione degli spazi e anche per le finiture (un tappeto di parquet in daglas accompagna tutte le fasce di pavimento sotto finestre per dare risalto e continuità alle aperture valorizzandole nel migliore dei modi).

Su un impianto di rispetto abbiamo poi adottato schemi spaziali contemporanei per una casa che abbiamo inteso essere adatta a ricevere molte persone con molta facilità, dedicando pertanto un open space di 80 mq alla zona giorno".

Perché e come avete scelto di inserire un cenno brutalista?

"L’architettura brutalista è una passione di entrambi per formazione e studi universitari.

L’opportunità di poter riportare alla luce la lunga fila di pilastri in cemento armato che collegano per altro la pare di studio alla parte di soggiorno e cucina, ci ha subito entusiasmato.

Mettere in una casa anni 70 una 'materia' viva porta con sé un improvviso accenno di verità che in qualche modo dialoga con il senso costruttivo dell’immobile".

Qual è il ruolo della grande parete in ceramica nel living?

"Avevamo da subito pensato a una zona cucina aperta ma schermata da una quinta che la separasse dalla vista del soggiorno. Nella ricerca di materiali è poi emerso un artigiano della provincia di Modena che aveva realizzato le piastrelle per il palazzo di via Pergolesi a Milano di Gio’ Ponti.

Adepti dell’architettura di quest’ultimo abbiamo subito pensato di usare questo materiale per la quinta contenuta da due profili in ferro nero con calamina grezzi.

Inoltre questa scelta iniziale del progetto ci ha poi condotto anche in un filo conduttore cromatico fatto con il verde che dialoga con il colore cammello e l’intonaco grigio grezzo in Geocol con cui è stata intonacata la parete delle finestre. Una sorta di 'non finito' che fa da sponda ai pilastri lasciati in cemento a vista".

Come avete ragionato sulla palette cromatica?

"La palette cromatica è nata dall’idea di mischiare colori caldi e freddi: cammello per le pareti divisorie, cemento per le pareti esterne per poi passare alla camera padronale in un verde laguna molto spento su cui si colloca la testata del letto in mogano biondo del letto matrimoniale.

Non siamo amanti dei colori in genere e raramente di quelli timbrici usati nella loro purezza. Ci piace mettere mano alle cromie, sporcarle, farle convivere come fossero materia".

Parquet, resina e marmo: come avete individuato il giusto materiale per ogni stanza? E come li avete fatti dialogare?

"L’idea dei pavimenti come di altri elementi della casa (le uniche tre porte presenti) era quella di creare delle pezzature di marmo che interrompessero la resina quasi come se avessimo salvato delle preesistenze andando a demolire dei tramezzi. In realtà è fatto tutto ex novo.

Il marmo, una breccia lombarda di cava sopra Brescia è nel classico formato 40x40 tipico di questi condomini e ci è servita a disegnare delle ipotetiche aree distributive in particolare del soggiorno in cui l’effetto open rischiava di far 'galleggiare' le varie postazioni di salotti e pranzo in un vuoto effetto loft che non volevamo. Il legno segue il concetto delle finestre di cui parlavamo prima".

Nessun varco: qual è il valore aggiunto di un’abitazione senza porte?

"Abbiamo costruito e progettato una casa per noi. Una coppia di adulti cinquantenni e le porte ci sono sembrate un limite. Tutta la casa ne ha tre: bagno di cortesia della zona giorno e due per la camera ospiti con bagno annesso.

Le nostre tende di velluto ci hanno protetto e schermato a sufficienza garantendo allo stesso tempo un a fluidità dello spazio molto piacevole da vivere. E’ una casa progettata su misura da due architetti per abitarla con un fox terrier testardo compagno".

Qual è stata la prima necessità sia estetica che funzionale che ha guidato l'intero progetto?

"C’e stato un doppio apporto perché, tra noi, abbiamo due approcci diversi alla architettura.

Io (Arch. Pacciani) immaginavo una casa che avesse anche un valore di rappresentanza e pertanto anche funzionale al nostro ruolo di architetti con studio adiacente alla casa. Claudio (Arch. Bignazzi) forse in modo più affettuoso ha pensato anche alla costruzione di un guscio in cui stare, fatto su misura per noi.

Ci siamo trovati d’accordo su tutte le scelte e non abbiamo mai avuto discussioni nel corso di tutto il progetto e dei lavori. Rispettare l’immobile nelle sue caratteristiche peculiari è stato comunque sicuramente una delle prime considerazioni condivise.

È un approccio che usiamo in tutti i progetti, quello di cercare di non forzare mai la mano della preesistenza ma da questa trovarne spunto e traccia per il progetto stesso".