Emergono le tante anime – contrastanti – di Trieste nel progetto curato dall’architetto Egidio Panzera che ha rinnovato gli spazi del Grand Hotel Duchi D’Aosta e dell’Harry’s Bar al suo interno

L’imponenza imperiale, austera al tempo stesso dallaura fiabesca da Principessa Sissi , mischiata ai tratti – territoriali e caratteriali – aspri e ruvidi. Imbevuta di letteratura mitteleuropea, Trieste si erge e propende verso il mare, tra geometrie nette e maestose, caffè storici, vicoli abbarbicati, biblioteche polverose e librerie scricchiolanti.

Eretto nel 1873, il Grand Hotel Duchi d’Aosta, ha una storia antica che affonda le sue radici nel 1300 con l’Hospitium Magnum. L’attuale aspetto, che si distingue per l’eclettica facciata decorata da lesene corinzie e fregi floreali, deriva dal progetto di ricostruzione degli ingegneri Eugenio Geiringer e Giovanni Righetti.

Il recente intervento di riqualificazione delle facciate e degli interni dell’hotel, compresi gli spazi che ospitano Harry’s Bar e Harry’ Piccolo Restaurant, nasce invece da un accurato approfondimento storico/architettonico condotto da Egidio Panzera, fondatore dell’omonimo studio Egidio Panzera Architect, che ha rinfrescato il contesto classico con materiali e decori preziosi riletti in una chiave contemporanea rispettosa ma dinamica che dona leggerezza agli ambienti.

Leggi anche: la villa ristrutturata da Egidio Panzera Architect a Portopiccolo, nel Golfo di Trieste

Le anime e i contrasti di Trieste

Trieste ha tante anime: asburgica e selvatica, nordica e mediterranea, italiana e balcanica, opulenta e spigolosa, ventosa e rassicurante. Terra di confine, ponte tra culture. Ma è una a sovrastarle tutte è l’anima letteraria. La posizione regale di assoluto prestigio del Grand Hotel Duchi nella centrale e imperiale Piazza Unità dItalia, la più estesa dEuropa prospiciente il mare, imponeva un’attenta analisi del contesto sotto molti aspetti. E contrasti.

La complessità restituita dalla letteratura

Città mitteleuropea per antonomasia, Trieste nasce da diversità e contrasti. Posizionata sul mare ma protetta da un altopiano, la città è un crogiolo di popoli, civiltà e religioni che si sono impastate per secoli. Una complessità che ha sempre alimentato un fervore intellettuale e conoscitivo che lha resa una fucina creativa.

Trieste ha una scontrosa grazia. Se piace, è come un ragazzaccio aspro e vorace, con gli occhi azzurri e mani troppo grandi per regalare un fiore” scrive Umberto Saba della sua città, mentre Egon Schiele la descrive dipingendone il riflesso nel mare, quel riflesso che rompe l’immagine, la frammenta, mischia i colori sulla tela e restituisce la molteplicità poliedrica della città.

E sono complessità e contrasti, scintillii e riflessi ad aver ispirato il calibrato e sapiente progetto di rinnovo del Grand Hotel dei Duchi D’Aosta.

Il progetto di restyling: materiali locali e cromie asburgiche

Alla base del progetto di restyling del Duchi la volontà di mantenere l’heritage dell’albergo, reinterpretato però con sfumature contemporanee. Egidio Panzera ha voluto sottolineare l’importanza storica degli spazi attraverso materiali e tonalità cromatiche che rafforzano l’identità del luogo.

Propri degli interni asburgici, il verde, il rosso e il blu sono i colori che compongono la palette della nuova hall, mentre materiali locali, come i marmi Rosso Verona e Fior di Pesco Carnico, e tecniche artigianali antiche, come l’uso delle tesate di broccatello veneziano e dei decori manuali delle parti lignee, caratterizzano gli spazi comuni.

L’ingresso teatrale, aperto alla città

Uno degli obiettivi del progetto di rinnovo è stato quello di aprire l’albergo alla città. Varcando le porte in legno dell’originale bussola di ingresso, si viene accolti da uno spazio teatrale: un sontuoso lampadario di Barovier&Toso in cristallo veneziano nei toni acquamarina domina la scena, mentre un tappeto cangiante di G.T.Design richiama l’increspatura e i colori del mare di Trieste.

La hall, con colonne perimetrali rivestite con marmo Rosso Verona intarsiato come le lesene della facciata del palazzo e il parquet in legno di noce recuperato e impreziosito da fughe in ottone, si apre su due scale simmetriche; sullo sfondo si erge unantico bancone in legno, restaurato e riportato agli antichi splendori grazie a un piano in vetro cotto dai riflessi bronzei.

Il puntuale progetto di illuminazione

Particolare attenzione è stata riservata al progetto di illuminazione, curato dalla lighting designer Bianca Tresoldi, che enfatizza le forme dell’architettura, la ricercatezza dei materiali e l’intensità delle tonalità. Come nell’esclusiva saletta Svevo, dove un broccatello rosso della storica tessitura veneziana Luigi Bevilacqua riveste pareti e soffitto con una tenue velatura impreziosendo lo spazio. Nei diversi ambienti del Grand Hotel, l’atmosfera luminosa varia in funzione dei momenti della giornata.

Gli spazi dell’Harry’s: dal bar al ristorante stellato

I primi spazi oggetto di intervento sono stati quelli del mitico Harry’s Bar fondato a Venezia da Giuseppe Cipriani, che comprendono bar, ristorante, bistrò e pasticceria. L’esigenza era quella di ripensare gli ambienti di Piccolo, il ristorante guidato da Matteo Metullio e Davide de Pra, per accogliere un maggior numero di coperti e ottenere così la seconda stella. Lo studio Egidio Panzera Architect ha così dato vita a uno spazio dinamico: durante la giornata Harry’s Bar e ristorante sono un ambiente unico, mentre la sera l’Harry’s Piccolo viene schermato per garantire tranquillità e privacy ai commensali.

I tavoli ballerina volteggiano nello spazio

Il Club dei Club, che da salotto ora è inglobato al ristorante Harry’s Piccolo, è foderato dal broccatello verde muschio originale realizzato da Tessitura Luigi Bevilacqua che rende sofisticata, intima e ovattata la sala con vista su Piazza Unità d’Italia. A donare una leggerezza poetica all’ambiente i tavoli ‘ballerina’ disegnati da Egidio Panzera: si distinguono per le eteree ‘gonne’ in tulle trasparente che, grazie a una retroilluminazione morbida, paiono fluttuare nello spazio, come danzatrici che volteggiano su un palco.

Sensualità acquatica e straniante

Il dialogo tra i fasti di un tempo e le innovazioni contemporanee è continuo. All’imponente bancone dell’Harry’s Bar, tra i diversi arredi storici conservati, l’architetto Panzera ha affiancato due grandi cristallerie in ottone dotate di un sistema luminoso speciale che fa scintillare i calici sulle mensole.

Ma il piccolo gioiello è la stanza da bagno rinnovata nelle intense e brillanti tonalità verde acqua del mare di Trieste. Qui, un soffitto in lamiera accartocciata crea leffetto sorprendente e straniante delle onde increspate sulle quali si riflettono le luci della città.

Spazi comuni: da corpo scale a galleria d’arte

Il corpo scale dell’edificio è stato trasformato in una non convenzionale galleria d’arte: un percorso espositivo che si sviluppa sui pianerottoli, arricchiti di tesate in raso, e intorno agli ascensori, rivestiti in pregiato marmo Fior di Pesco Carnico e con dettagli in ottone.

I due concept delle camere raccontano complessità, contrasto e riflesso di Trieste

Il progetto delle nuove camere, suddiviso in due concept, nasce per raccontare gli elementi e i contrasti che connotano la città di Trieste: complessità, contrasto e riflesso. A spiccare, oltre alle configurazioni dinamiche degli arredi che separano le aree delle stanze senza bisogno di reali partizioni, i dettagli, le superfici e i decori, alcuni opulenti ma alleggeriti da trame evanescenti, luci morbide o tonalità acide.

Uno scrigno vestito di materiali nobili

Il primo concept prevede l’inserimento di uno scrigno contemporaneo all’interno di ogni camera preesistente. Il volume, circoscritto da sottili superfici riflettenti, racchiude cabina armadio e bagno. A vestirlo, tessuti, superfici e materiali nobili come le tesate damascate di Rubelli, le carte da parati in fibra di vetro di Inkiostro Bianco e i mosaici a terra. Le pareti della camera sono coordinate ai tessuti che rivestono i letti e gli imbottiti e alle tende di raso Dedar.

Tre scenografie luminose

Nelle camere da letto, la luce è progettata in modo chirurgico, per comporre tre diverse scenografie luminose, ma non solo. A sottolineare la storicità del luogo, sono previste illuminazione indiretta dei soffitti in marmorino, luce d’accento sui quadri e segni luminosi intorno agli arredi, a cui si aggiungono pendenti decorativi in vetro soffiato trasparente.

La complessità restituita da una porta segreta

Il secondo concept ideato per le camere interpreta la complessità creando uno spazio di accoglienza e servizio separati in contrasto dallarea notte. Una porta segreta, celata tra le cornici in gesso, divide i due ambienti. Allingresso, lo spazio contemporaneo è definito da superfici materiche preziose: soffitto in legno scuro, pavimento alla veneziana, resine cementizie e scenografica e cangiante una parete realizzata in marmi speciali: Fior di Pesco Carnico, Port Laurent e Palissandro.

Un diaframma e una nicchia

Un diaframma di vetro acidato decorato divide l’area ingresso-box dal bagno, mentre la cabina armadio, ricavata in una nicchia, riprende ed enfatizza, in tonalità acide, i colori delle vene del marmo. Soluzioni ricercate che da decorative diventano funzionali, per vivere la camera in modo confortevole e intimo.

Forme, materiali e tessuti

Tutti i materiali impiegati della stanza vengono restituiti dal riflesso nel grande specchio tondo, posto sulla parete di marmo in corrispondenza del lavabo. L’area notte dai toni classicheggianti è definita dalle cornici in gesso che racchiudono pareti in marmorino, dai preziosi arredi antichi restaurati e da due punti luce contemporanei, puntuali e al tempo stesso scultorei, firmati Catellani & Smith. Protagonista indiscussa l’ampia testata imbottita del letto. Realizzata su disegno è dotata di ali inclinabili che avvolgono, schermano, proteggono: dividono senza dividere.

Lasciamo il Grand Hotel Duchi D’Aosta avvolti dal fascino di Trieste, quello asburgico e quello ruvido, quello dei caffè storici e quello delle librerie. Quello di una terra di ventosa e rocciosa, una terra di confine, territoriale e culturale. Una terra e una popolazione pregna di storia, impasti e suggestioni, letterarie e fisiche. Tangibili.

 

Accanto alla Trieste austroungarica è sempre esistita un’altra Trieste. Accanto alla città dei caffè letterari, della composta amicizia di Svevo e Joyce, c’è sempre stata un’altra città morbida, disinvolta, picaresca, dai connotati quasi cariocaMauro Covacich.

 

Scendo verso Trieste percorrendo una costa mediterranea e insieme nordica, come Trieste stessa: scogliosa, ventosa, selvatica; con scintilli mediterranei, colori smorzati ma folli; con luci crude, bianco acuto, d’argento, di piomboGuido Piovene.

Trieste è un sussulto verticalizzato tra il Carso e il mare, una caduta libera quando il treno sbuca dalle gallerie, uno scossone dopo la noia padana se si inforca con l’auto la strada costiera. Niente è mediocre a Trieste, non la gente, miscuglio slavo ingentilito dai tratti latini, per dirla con Bobi Bazlen; non il dialetto che a forza di contrarre e tradurre fa precipitare qualunque cosa in un iperrealismo spesso sboccato; non l’aspetto da Vienna bianca, austera e a tratti popolana Cristina Battocletti.

L’imponenza imperiale, austera e al tempo stesso fiabesca da Principessa Sissi , mescolata ai tratti – territoriali e caratteriali – aspri e ruvidi, forgiati dalle raffiche di bora. Imbevuta di letteratura mitteleuropea, Trieste si erge e propende verso il mare, tra geometrie razionali e fregi aristocratici, caffè storici e vicoli intricati, biblioteche polverose e librerie scricchiolanti.

Eretto nel 1873, il Grand Hotel Duchi d’Aosta, ha una storia antica che affonda le sue radici nel 1300 con l’Hospitium Magnum. L’attuale aspetto, che si distingue per l’eclettica facciata decorata da lesene corinzie e fregi floreali, deriva dal progetto di ricostruzione degli ingegneri Eugenio Geiringer e Giovanni Righetti.

Il recente intervento di riqualificazione delle facciate e degli interni dell’hotel, compresi gli spazi che ospitano Harry’s Bar e Harry’s Piccolo Restaurant, nasce invece da un accurato approfondimento storico/architettonico condotto da Egidio Panzera, fondatore dell’omonimo studio Egidio Panzera Architect, che ha rinfrescato il contesto classico con materiali e decori preziosi riletti in una chiave contemporanea rispettosa ma dinamica che dona leggerezza agli ambienti.

Leggi anche: la villa ristrutturata da Egidio Panzera Architect a Portopiccolo, nel Golfo di Trieste

Le anime e i contrasti di Trieste

Trieste ha tante anime: asburgica e selvatica, nordica e mediterranea, italiana e balcanica, opulenta e spigolosa, ventosa e rocciosa eppur rassicurante. Città liminare, terra di confine, ponte tra culture. Ma è una a sovrastarle tutte è l’anima letteraria poliglotta. Trieste (...) è letteratura, è la sua cultura” scrive Claudio Magris.

La posizione di assoluto prestigio del Grand Hotel Duchi nella centrale fulgida, superba, imperiale Piazza Unità dItalia, la più estesa dEuropa prospiciente il mare, imponeva un’attenta analisi del contesto sotto molti aspetti.

La complessità restituita dalla letteratura

Città mitteleuropea, Trieste nasce da diversità e contrasti. Posizionata sul mare ma protetta dall’altopiano del Carso, la città è un crogiolo di popoli, lingue, etnie e religioni che si sono impastati per secoli. Una complessità che ha sempre alimentato un fervore intellettuale e conoscitivo, scientifico e psicoanalitico, che l’ha resa una fucina creativa.

Trieste ha una scontrosa grazia. Se piace, è come un ragazzaccio aspro e vorace, con gli occhi azzurri e mani troppo grandi per regalare un fiore” scrive Umberto Saba della sua città, mentre Egon Schiele la descrive dipingendone il riflesso nel mare, quel riflesso che rompe l’immagine, la frammenta, mischia i colori sulla tela e restituisce la molteplicità poliedrica della città.

E sono complessità e contrasti, scintillii e riflessi ad aver ispirato il calibrato e sapiente progetto di rinnovo del Grand Hotel dei Duchi D’Aosta.

Il progetto di restyling: materiali locali e cromie asburgiche

Alla base del progetto di restyling del Duchi la volontà di mantenere l’heritage dell’albergo, reinterpretandolo con sfumature contemporanee. Egidio Panzera ha voluto sottolineare l’importanza storica degli spazi attraverso materiali e tonalità cromatiche che rafforzano l’identità del luogo.

Propri degli interni asburgici, il verde, il rosso e il blu sono i colori che compongono la palette della nuova hall, mentre materiali locali, come i marmi Rosso Verona e Fior di Pesco Carnico, e tecniche artigianali antiche, come l’uso delle tesate di broccatello veneziano e dei decori manuali delle parti lignee, caratterizzano gli spazi comuni.

L’ingresso teatrale, aperto alla città

Uno degli obiettivi del progetto di rinnovo è stato quello di aprire l’albergo alla città. Varcando le porte in legno dell’originale bussola di ingresso, si viene accolti da uno spazio teatrale: un sontuoso lampadario di Barovier&Toso in cristallo veneziano nei toni acquamarina domina la scena, mentre un tappeto cangiante di G.T.Design richiama l’increspatura e i colori del mare di Trieste.

La hall, con colonne perimetrali rivestite con marmo Rosso Verona intarsiato come le lesene della facciata del palazzo e il parquet in legno di noce recuperato e impreziosito da fughe in ottone, si apre su due scale simmetriche; sullo sfondo si erge unantico bancone in legno, restaurato e riportato agli antichi splendori grazie a un piano in vetro cotto dai vibranti riflessi bronzei.

Il puntuale progetto di illuminazione

Particolare attenzione è stata riservata al progetto di illuminazione, curato dalla lighting designer Bianca Tresoldi, che enfatizza le forme dell’architettura, la ricercatezza dei materiali e l’intensità delle tonalità. Come nell’esclusiva saletta Svevo, dove un broccatello rosso della storica tessitura veneziana Luigi Bevilacqua riveste pareti e soffitto con una tenue velatura impreziosendo lo spazio. Nei diversi ambienti del Grand Hotel, l’atmosfera luminosa varia a seconda dei momenti della giornata.

Gli spazi dell’Harry’s: dal bar al ristorante stellato

I primi spazi oggetto di intervento sono stati quelli del mitico Harry’s Bar fondato a Venezia da Giuseppe Cipriani, che comprendono bar, ristorante, bistrò e pasticceria. L’esigenza era quella di ripensare gli ambienti di Piccolo, il ristorante guidato da Matteo Metullio e Davide de Pra, per accogliere un maggior numero di coperti e ottenere così la seconda stella. Lo studio Egidio Panzera Architect ha così dato vita a uno spazio dinamico: durante la giornata Harry’s Bar e ristorante sono un ambiente unico, mentre la sera l’Harry’s Piccolo viene schermato per garantire tranquillità e privacy ai commensali.

I tavoli ballerina volteggiano nello spazio

Il Club dei Club, che da salotto ora è inglobato al ristorante Harry’s Piccolo, è foderato dal broccatello verde muschio originale realizzato da Tessitura Luigi Bevilacqua che rende sofisticata, intima e ovattata la sala con vista su Piazza Unità d’Italia. Direttamente affacciata sul mare, la regale e maestosa piazza, di notte punteggiata da piccole luci integrate nella pavimentazione, sembra galleggiare nel suo biancore ieratico”, scrive Mauro Covacich.

A donare una leggerezza poetica agli ambienti del ristorante, invece, i tavoli ‘ballerina’ disegnati da Egidio Panzera: si distinguono per le eteree ‘gonne’ in tulle trasparente che, grazie a una retroilluminazione morbida, paiono fluttuare nello spazio, come danzatrici che volteggiano su un palco.

Sensualità acquatica e straniante

Il dialogo tra i fasti di un tempo e le innovazioni contemporanee è continuo. All’imponente bancone dell’Harry’s Bar, tra i diversi arredi storici conservati, l’architetto Panzera ha affiancato due grandi cristallerie in ottone dotate di un sistema luminoso speciale che fa scintillare i calici sulle mensole.

Ma il piccolo gioiello è la stanza da bagno rinnovata nelle intense e brillanti tonalità verde acqua del mare di Trieste. Qui, un soffitto in lamiera accartocciata crea leffetto sorprendente e straniante delle onde increspate sulle quali si riflettono le luci della città.

Spazi comuni: da corpo scale a galleria d’arte

Il corpo scale dell’edificio è stato trasformato in una non convenzionale galleria d’arte: un percorso espositivo che si sviluppa sui pianerottoli, arricchiti di tesate in raso, e intorno agli ascensori, rivestiti in pregiato marmo Fior di Pesco Carnico e con dettagli in ottone.

I due concept delle camere raccontano complessità, contrasto e riflesso di Trieste

Il progetto delle nuove camere, suddiviso in due concept, nasce per raccontare gli elementi che connotano la città di Trieste: complessità, contrasto e riflesso. A spiccare, oltre alle configurazioni dinamiche degli arredi che separano le aree delle stanze senza bisogno di reali partizioni, i dettagli, le superfici e i decori, alcuni opulenti ma alleggeriti da trame evanescenti, luci morbide o tonalità acide.

Uno scrigno vestito di materiali nobili

Il primo concept prevede l’inserimento di uno scrigno contemporaneo all’interno di ogni camera preesistente. Il volume, circoscritto da sottili superfici riflettenti, racchiude cabina armadio e bagno. A vestirlo, tessuti, superfici e materiali nobili come le tesate damascate di Rubelli, le carte da parati in fibra di vetro di Inkiostro Bianco e i mosaici a terra. Le pareti della camera sono coordinate ai tessuti che rivestono i letti e gli imbottiti e alle tende di raso Dedar.

Tre scenografie luminose

Nelle camere da letto, la luce è progettata in modo chirurgico, per comporre tre diverse scenografie luminose, ma non solo. A sottolineare la storicità del luogo, sono previste illuminazione indiretta dei soffitti in marmorino, luce d’accento sui quadri e segni luminosi intorno agli arredi, a cui si aggiungono pendenti decorativi in vetro soffiato trasparente.

La complessità restituita da una porta segreta

Il secondo concept ideato per le camere interpreta la complessità creando uno spazio di accoglienza e servizio separati in contrasto dallarea notte. Una porta segreta, celata tra le cornici in gesso, divide i due ambienti. Allingresso, lo spazio contemporaneo è definito da superfici materiche preziose: soffitto in legno scuro, pavimento alla veneziana, resine cementizie e scenografica e cangiante una parete realizzata in marmi speciali: Fior di Pesco Carnico, Port Laurent e Palissandro.

Un diaframma e una nicchia

Un diaframma di vetro acidato decorato divide l’area ingresso-box dal bagno, mentre la cabina armadio, ricavata in una nicchia, riprende ed enfatizza, in tonalità acide, i colori delle vene del marmo. Soluzioni ricercate che da decorative diventano funzionali, per vivere la camera in modo confortevole e intimo.

Forme, materiali e tessuti

Tutti i materiali impiegati della stanza vengono restituiti dal riflesso nel grande specchio tondo, posto sulla parete di marmo in corrispondenza del lavabo. L’area notte dai toni classicheggianti è definita dalle cornici in gesso che racchiudono pareti in marmorino, dai preziosi arredi antichi restaurati e da due punti luce contemporanei, puntuali e al tempo stesso scultorei, firmati Catellani & Smith. Protagonista indiscussa l’ampia testata imbottita del letto. Realizzata su disegno è dotata di ali inclinabili che avvolgono, schermano, proteggono: dividono senza dividere.

Lasciamo il Grand Hotel Duchi D’Aosta avvolti dal fascino di Trieste, quello asburgico e quello ruvido, quello dei caffè storici e delle librerie antiche e quello dei vicoli e delle osterie. Quello di una terra granitica, dove soffia impetuosa la bora, dove le falesie a picco sul mare sono addolcite da odori e colori mediterranei. Una terra di confine, territoriale e culturale. Una terra e una popolazione pregna di storia e contraddizioni, impasti e suggestioni, letterari e fisici. Tangibili.

 

Accanto alla Trieste austroungarica è sempre esistita un’altra Trieste. Accanto alla città dei caffè letterari, della composta amicizia di Svevo e Joyce, c’è sempre stata un’altra città morbida, disinvolta, picaresca, dai connotati quasi cariocaMauro Covacich.

 

Scendo verso Trieste percorrendo una costa mediterranea e insieme nordica, come Trieste stessa: scogliosa, ventosa, selvatica; con scintilli mediterranei, colori smorzati ma folli; con luci crude, bianco acuto, d’argento, di piomboGuido Piovene.

Trieste è un sussulto verticalizzato tra il Carso e il mare, una caduta libera quando il treno sbuca dalle gallerie, uno scossone dopo la noia padana se si inforca con l’auto la strada costiera. Niente è mediocre a Trieste, non la gente, miscuglio slavo ingentilito dai tratti latini, per dirla con Bobi Bazlen; non il dialetto che a forza di contrarre e tradurre fa precipitare qualunque cosa in un iperrealismo spesso sboccato; non l’aspetto da Vienna bianca, austera e a tratti popolana Cristina Battocletti.