Gabriele Chiave ci apre le porte della sua nuova abitazione di Greenpoint a Brooklyn, New York: dove il piacere degli oggetti ha ancora un valore primario in un mondo che va verso la dematerializzazione

Un nuovo Paese, un nuovo lavoro, una nuova casa-atelier: Gabriele Chiave, VP Creative Direction – Design&Innovation del gruppo Estée Lauder e co-fondatore di Controvento, il creative collective che raccoglie l’esperienza maturata nello studio olandese di Marcel Wanders, è un progettista impegnato in molte sfide. Gli chiediamo come sta andando?

Gabriele Chiave: "Ci stiamo stabilizzando, anche se non era proprio il momento per metterci anche il trasloco. Tutto è nato inaspettatamente per mille motivi. Sono arrivato a New York un anno e mezzo fa come vicepresidente di Estée Lauder per curare l’innovation design center globale dei 25 marchi del gruppo, progetti d’innovazione spinta sul futuro del beauty, dal packaging all’user experience al retail.

Nel frattempo, Controvento è cresciuto e sta andando molto bene. Mi aiuta il fuso orario a tenere insieme il tutto.

Anche relativamente al tempo da condividere con Sanne Faber, mia moglie, e nostra figlia Coco di tre anni. Sanne poi è un’artista e anche lei è impegnata in molte mostre, prossimamente per The Art Fair - Brooklyn edition".

Questa di Brooklyn è diversa dalle abitazioni che hai conosciuto ad oggi in diversi Paesi e città?

Gabriele Chiave: "Intanto è la casa di famiglia, la nuova di oggi e non quella di provenienza. Le case sono un’evoluzione della vita e, riflettendoci, in tutte quelle che ho abitato in Francia, Senegal, a Caracas, Buenos Aires, con i miei genitori diplomatici (prima di approdare a Milano e poi ad Amsterdam), gli oggetti sono stati l’unico appiglio che portavo con me, viaggiando da un posto all’altro.

Un po’ come quei crostacei che si muovono col guscio. Crescendo, mi sono reso conto che la casa ha sempre più importanza per me non tanto come teoria di muri, pavimenti, soffitti, viste, ma proprio per gli oggetti che contiene: ti circondano, ti rassicurano e hanno una storia, un’identità, un substrato anche evocativo in cui ti riconosci ovunque tu sia.

La casa attuale è un’estensione di me perché ci sono le cose che ho portato dall’Europa e mi ricordano chi sono e come vivo. Senza, sarebbe vuota, inanimata. Poi c’è il luogo, la seconda componente, a fare la differenza. E qui siamo a Greenpoint".

Che cosa vi ha affascinato di più del quartiere?

Gabriele Chiave: "Il fatto che questa parte di Brooklyn, confinante con Long Island City, Williamsburg e l’East River, vive sull’acqua e a dispetto dell’imprinting industriale-portuale della zona è cresciuta con la comunità polacca che qui storicamente si è insediata, restando autentica, animata da fermenti culturali e artistici, vecchi edifici, ristoranti-bar accoglienti e negozi vintage.

Poi, essere da questa parte del River è come abbracciare lo skyline di una New York da cartolina. Prendi the best of it insieme a una tranquillità e qualità di vita impagabili con la famiglia".

Quindi la vostra abitazione si affaccia sull’acqua...

Gabriele Chiave: "Sì, e questa condizione è molto importante perché la trovo pacificante. Proprio sotto casa c’è la fermata del traghetto. Ma siamo anche al 34° piano, quindi al tempo stesso nel cuore della città e in un’oasi sospesa sull’acqua. Soprattutto, finalmente, abbiamo uno spazio strutturato, non più il loft indiviso, bensì una successione di stanze compiute nella loro fluidità percettiva.

Una è diventata lo studio-atelier, poi ci sono la stanza di Coco e la nostra e infine il soggiorno con la cucina e il terrazzo in continuità tra loro e con le vedute meravigliose da lower Manhattan ad Harlem.

In più, c’è la possibilità interessante di usufruire degli spazi comuni e di relazione che questa recente tower di appartamenti progettata nell’architettura da Ismael Leyva offre sui primi due livelli, dal giardino con barbecue alla palestra, agli spazi di lavoro, incontro ed eventi prenotabili, alle conviviali lobby. Un modo per rendere più vicina la comunità che abita qui".

Cosa non dovrebbe mai mancare in una casa e nella fattispecie non manca a Greenpoint?

Gabriele Chiave: "La luce, che in questi 150 metri quadri circa è fantastica e ci ha restituito subito la sensazione di respiro e leggerezza degli spazi, nel dialogo con i pavimenti in legno massello scuro che scaldano l’atmosfera, i soffitti alti e le piastrelle di maiolica sui toni dei bianchi e neri che rivestono i bagni con cornici lignee enfatizzate da luci di gusto art déco.

Nulla che ricordi uno stile high tech da grattacielo. Sembra quasi di stare in una brick town house ma calata in un altro contesto. Certamente abbiamo dovuto calcolare alla perfezione come disporre ogni oggetto. Siamo arrivati da Amsterdam con i nostri container di circa 40 piedi, ricordando il crostaceo di prima. Ma siamo stati fortunati.

Sono riuscito a ritrovare esattamente negli ambienti la coerenza della visione dell’interior che ho costruito negli anni. Uno sguardo eclettico, un mix di contrasti materico-cromatici che rende protagonista ogni presenza nelle relazioni reciproche e con il contesto: i tappeti colorati di Moooi, i tessuti scuri, le sculture degli oggetti africani ricordo di viaggi, le librerie anni Sessanta della nonna che mi seguono ancora oggi, i libri di fotografia, arte e design, i quadri di Daniele Innamorato e ovviamente le opere di Sanne, tra collage surreali e fotografia…

Un patckwork narrativo valorizzato dalla scelta di uno sfondo il più possibile neutro e puro".

Quale immagine rappresenta meglio ai tuoi occhi il sapore dell’abitazione?

Gabriele Chiave: "L’oggetto che ho messo contro la vetrata: una vetrina in vetro fuso con le luci incorporate. L’ho disegnato per Fiam, quando ero direttore creativo da Wanders, e crea un piacevole effetto cambio di scala al cospetto dei grattacieli vetrati di Manhattan e delle loro luci".

Hai un posto che ti appartiene di più?

Gabriele Chiave: "Sicuramente la cucina perché amo cucinare, anche per gli amici, mi rilassa. Abbiamo scoperto che culturalmente a New York non è molto comune invitare per cena a casa. A noi piace farlo.

L’ambiente, che è generoso nelle dimensioni e superattrezzato, è stato corredato con un tavolo di Moooi lungo tre metri: è il nostro posto della condivisione e della convivialità per eccellenza. In connessione con il verde delle piante e della natura che vive sul terrazzo".

Qual è il pezzo al quale non avresti mai voluto rinunciare?

Gabriele Chiave: "Difficile dire, sono legato a tanti oggetti. Forse uno in particolare c’è: la scultura di un guardiano che arriva dalla Tanzania, scavato nel legno di rosa, la figura simbolica di un vecchio saggio della tribù, che è in un angolo della mia camera da letto. Mi ricorda quello simile che mia madre aveva preso in Senegal e che ci ha accompagnato in tante case".

Del Made in Italy che cosa ti sei portato in questo interno?

Gabriele Chiave: "Degli oggetti che ho disegnato per Alessi, Fiam, Flos ma anche molto di Moooi che è stato prodotto in Italia. Senza dimenticare la libreria anni Ottanta in alluminio di Driade, la Olivetti Lettera 22 e altri pezzi storici del design italiano. Devo riconoscere che a New York percepisco un’accoglienza molto più aperta dei brand e della creatività italiana rispetto a quanto ho constatato ad Amsterdam".

Se fossi un regista, quale film vedresti ambientato nelle stanze?

Gabriele Chiave: "Il piccolo mondo fantastico-colorato di Coco. Surreale, poetico ma anche pragmatico. Immagino che in un futuro sostenibile avremo necessariamente meno manufatti fisici e che la progettazione si misurerà sempre di più con l’intelligenza artificiale.

Ma l’oggetto di durata e qualità, con dei valori intrinseci da tramandare di generazione in generazione, persisterà. Non è detto che tutto quello che è nuovo sia meglio.

Così, a dispetto degli studi che calcolano a priori il tempo di vita di un prodotto in chiave consumistica, sarebbe bello prevedere le fasi di riparazione e upcycling dello stesso già in fase ideativa e realizzativa".