Christoph Radl, curatore della mostra Memphis Again alla Triennale, ci ha raccontato gli anni d’oro del design italiano

Christoph Radl non ha bisogno di grandi presentazioni. Grafico di formazione, lavorò per anni a fianco di Ettore Sottsass, disegnando l’immagine di Memphis.

Con la sua agenzia Italiana Comunicazione e con R.A.D.L.& ha lavorato per i grandi marchi della moda e del design da Armani a Ferragamo, Pucci e Trussardi, da Alessi a Cassina, Magis, Sony, Zanotta, e realizzato iniziative editoriali con gallerie e fondazioni: da Palazzo Grassi al Museum of Contemporary Art di Chicago, dal Guggenheim di Bilbao alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino. Art director di INTERNI per quasi vent’anni e tutt’ora collaboratore attivo, ci ha dedicato un po’ del suo tempo per raccontarci Memphis secondo il suo sguardo di insider in occasione dell’inaugurazione della mostra Memphis Again, che ha curato alla Triennale.

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Christoph Radl, quando e come è nata l’idea di Memphis Again?

L’idea era nell’aria, ma quando si è concretizzata era già fine febbraio. A conti fatti in otto settimane abbiamo messo in piedi un progetto espositivo completo. Sono circa duecento pezzi: rappresentano in modo consistente le prime o sei collezioni di Memphis. Abbiamo rinunciato ad esporre solo le lampade a soffitto e alcune ceramiche.

L’idea di base era di evitare in tutti i modi di fare una mostra storicizzante o celebrativa. L’intento era diverso: volevamo mostrare chiaramente cosa è stato Memphis, la sua libertà e la scelta di provocare e contestare in modo creativo lo status quo

Il lay out ricorda le atmosfere clubbing degli anni Ottanta…

Abbiamo usato due metafore per descrivere l’atmosfera di quegli anni. Il clubbing è la prima e descrive un fenomeno nato in quel momento e che ancora caratterizza l’epoca. La seconda metafora è quella della sfilata, perché c’è un’analogia molto chiara che spiega l’atteggiamento di Memphis.

Ci vestiamo per ragioni funzionali, pratiche, per proteggerci. Ma ci vestiamo anche per esprimere un aspetto della nostra personalità, per cambiare, per giocare con la parte emozionale. Ci vestiamo per comunicare, non per assolvere una funzione. È quello che cercava Memphis. Uno spazio in cui esprimere la componente allegra, emozionale, completamente libera del progetto. L’unico vincolo era che i pezzi fossero riproducibili serialmente. 

Com’era Milano in quegli anni?

Sono arrivato a Milano nel 1977. Era una città buia, impaurita, piena di scontri. Poteva capitare di camminare per strada e trovarsi in mezzo a una manifestazione o al lancio di lacrimogeni. La sera era tutto chiuso e nei ristoranti si entrava dopo aver suonato il campanello. Poi improvvisamente, all’inizio degli anni Ottanta, tutto è cambiato. C’è stata un’esplosione di entusiasmo, di voglia di vivere e di creatività. Non è durato molto: una volta accumulata della ricchezza si pensa solo a conservarla e si diventa noiosi. Del resto questi sono normali cicli storici. 

Esiste qualche analogia fra il design di allora e il design di oggi?

Il designer oggi non hanno nessuna libertà. Il brief di progetto parte da ragioni commerciali. Il target, la vendibilità di un prodotto. L’esperienza di Memphis ha lasciato tracce profonde nella cultura progettuale e le aziende sono più aperte. Ma non vedo niente che mi ricordi la vivacità di Memphis. Forse oggi i pezzi di Memphis servono da stimolo a ricordare che le regole possono essere infrante. E che si può trovare del sostegno quando accade: senza l’aiuto di Ernesto Gismondi e dei 40 milioni di lire che ci ha dato per la prima collezione, Memphis non sarebbe mai nata.