In Porta Romana, il FuoriSalone 2021 mette in scena la ricerca ibrida tra arte e design

In quanto esseri umani, siamo attesi a un appuntamento con la distopia dell’antropocene. Un incontro invocato da antropologi, scienziati, filosofi e progettisti. E una delle prime occasioni buone è questo FuoriSalone 2021.

Il luogo è il distretto di Porta Romana. Sarà perché questa zona è spesso stata ai margini dei circuiti commerciali del design. Sarà perché qui, tra la Fondazione Prada al confine con la periferia e il centro cittadino ci sono molti luoghi adatti ad essere occupati il tempo di una mostra. Sta di fatto che se si vuole uno spazio di riflessione progettuale (a cavallo fra design e arte), conviene dirigersi qui e fare un giro fra la Fondazione ICA Milano in via Orobia 26, lo spazio Ordet di via Adige 17 e lo spazio espositivo di Marsèll Paradise in via Privata Rezia 2.

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Fondazione ICA Milano, via Orobia 26. Cheerfully optimistic about the future di Michael Anastassiades

Michael Anastassiades si affida alla curatela di Alberto Salvadori per la mostra di 27 pezzi unici e una glossary room, da cui sembra che tutto sia iniziato. Non è chiaro se per scelta del designer o per pura casualità, prima si visita il grande spazio industriale dove sono esposte le lampade di bambù, filo di lino, cavi e circuiti elettrici. L’insieme è straordinario. Nel senso originale dell’aggettivo: fuori dall’ordinario codice della Design Week.

La luce, il silenzio, la pace di questa zona in mezzo al niente urbano (e non importa se a pochi passi c’è la Fondazione Prada, qui Milano è decisamente una città ancora in attesa di Glasnost), le lampade di Anastassiades hanno l’aspetto di una ricerca sull'essenza materica e formale portata al margine del possibile. I materiali sono significativi in modo universale, comprensibili nella loro purezza e nella loro semplicità. Ogni cosa è mostrata, ogni passaggio costruttivo denunciato. La trasparenza del processo che istintivamente colleghiamo al riutilizzo, all’invenzione dello scarto.

La glossary room, che forse andrebbe vista prima del resto, è commovente. Una raccolta ordinata da Anastassiades di sassi e piccole materie insignificanti, che creano un silenzio geologico, primitivo. Prima che tutto cominci, ci si raccoglie nella bellezza irragionevole e muta dei minerali. Per capire Michael Anastassiades, passare da qui è un obbligo.

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Spazio Ordet, via Adige 17. Unnatural practice di Marcin Rusak

Marcin Rusak fa il designer e l’artista, spesso allo stesso momento. Polacco, giovane e pieno di talento, crea pezzi unici in cui l’elemento vegetale è presenza pragmatica e ripetitiva. In questa mostra milanese, curata dalla brava Federica Sala e intitolata Unnatural practice, l’esplorazione affronta il tema della decadenza. Rusak procede a muso duro, “con il corpo e con la mente”.

All’ingresso una prima installazione copre il pavimento: una stratificazione vegetale e minerale fermata in un eterno processo di distruzione. Ma quello che colpisce è l’odore. È riconoscibile, spiacevole eppure inevitabile. Si respira profondamente per capire di cosa si tratta.

E poi diventa chiaro: è l’odore della marcescenza, rivisto e corretto da Barnabé Fillion che, in questa mostra, è decisamente accanto a Rusak. Si prosegue in uno spazio occupato da mobili, complementi e lampade. Le foglie secche, ricoperte di resine trasparenti, metalliche o colorate, sono la struttura scheletrica e vegetale di ogni pezzo. Sulle sedie, utilizzabili, cuscini tricottati sembrano tappeti di muschio e piccola vegetazione spontanea. E un altro odore/profumo di Barnabé Fillion, questa volta metallico e sulfureo. Nella terza stanza un video in cui il racconto della natura marcescente incalza.

C’è tutto il lavoro di Daniel Spoerri in questa mostra. L’insegnamento di un processo fermato in un momento che diventa imperituro. Ma lo sguardo di Rusak è più contemporaneo: vede e cerca altre cose, lontane dalla civiltà.

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Marsèll Paradise, via Privata Rezia 2. Fluid Crust Surgery di Raquel Quevedo

Un’installazione multimediale in cui si mescolano materiali comuni come la plastica e la ceramica. L’obiettivo è la creazione di una materia nuova, fatta di frammenti e scarti, di avanzi di civiltà e industria. Il processo è quello di sempre: l'aggiunta di sostanze artificiali, l'intervento estetico sulla casualità che così diventa progetto. Raquel Quevedo lavora con fluidi che trasformano l'apparenza delle cose per costruire un universo formale post-antropocene.

Il testo di presentazione dice che “le sculture risultanti simboleggiano strutture geologiche oltre il naturale”. Una punto di vista che suggerisce una visione artificiale dell'ambiente, assoggettando il futuro ancora una volta all'intervento umano.

Una soluzione progettuale non nuovissima, eppure interessante per la sua caratteristica di mostruosa ibridazione. Gli antropologi come Matteo Meschiari sostengono che è attraverso la capacità di immaginare i mostri che possiamo riappropriarci del futuro.

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Articolo in aggiornamento

 

Foto di copertina: Michael Anastassiades, Cheerfully Optimistic About the Future, alla Fondazione ICA Milano, via Orobia 26, fino al 6 gennaio 2022.