Ursula Tischner e Studio Plastique: due generazioni e due attitudini diverse nei confronti della sostenibilità, per la quale il design, dalla formazione alla comunicazione, al riuso di materiali anche imprevedibili, rivendica un ruolo fondamentale

C’’è stato un momento, qualche decennio fa, in cui il design ha smesso di parlare di ecologia e ha cominciato a occuparsi di sostenibilità. Probabilmente è stato il momento in cui è diventato chiaro che essere ecologici non bastava più. E siamo passati da una posizione ideologica di generico amore per la natura e gli animali ad approcci sistemici, strutturali per la soluzione di problemi urgenti in un’agenda non rimandabile. La differenza fra prima e dopo è nell’attitudine, nel pathos.

 

Un’emotività che forse giusto Greta Thunberg ha riportato a galla nei giovanissimi ma che, spesso, è subordinata a un atteggiamento riflessivo e pragmatico. I millennial sono nati in un mondo digitale sull’orlo del baratro climatico e economico. E ne sono ben consapevoli, ancor prima di aver letto From cradle to cradle, la bibbia della convivenza fra natura e sviluppo. La cosa buona è che ora esistono almeno due generazioni, forse anche tre, di designer totalmente dediti alla sostenibilità. Le più vecchia ha dalla sua parte la forza dei pionieri e dello slancio verso l’esplorazione. La seconda fa la conta dei danni e cerca modelli quantificabili e funzionanti. Insieme creano un patrimonio di saperi e di strumenti che fa ben sperare per il futuro. Perché, incredibile a dirsi, il design è davvero necessario alla transizione.

Lo spiega Ursula Tischner, che nel 1996 ha fondato l’agenzia per il design sostenibile Econcept a Colonia. “Ho cominciato a occuparmi di eco design molto tempo fa. A distanza di tanti anni mi è chiaro che chi progetta è il ponte fra l’industria e le persone e il suo ruolo è fondamentale. Al di là delle ideologie o di qualsiasi teorizzazione, oggi sappiamo che educare, formare alla sostenibilità e progettare economie circolari sono le azioni più valide per creare un’economia quanto più possibile adatta alla sopravvivenza del pianeta”.

I nuovi designer vedono il mondo attraverso le lenti critiche e costruttive di chi vuole inventare una nuova relazione con gli oggetti, passando per la realtà poco incoraggiante di pratiche di consumo compulsive."

Forse è per questo che Ursula Tischner passa molto del suo tempo a progettare programmi e corsi per università e aziende. “Insegnare è fondamentale, almeno quanto progettare una comunicazione evoluta per spiegare la sostenibilità al grande pubblico. In fondo è uno dei modi più semplici per evitare il greenwashing e mettere al riparo persone e prodotti da pratiche inutili o, peggio, dannose”.

Nonostante anche un gigante del furniture come Ikea si sia posto l’obiettivo di diventare climate positive entro il 2030, pare difficile pensare che l’industria riesca a creare una rivoluzione generalizzata e impattante in tempi brevi. O perlomeno questa è l’impressione generale. “Non so se io riuscirò ad assistere al cambiamento di cui abbiamo bisogno”, prosegue Tischner. “In realtà non so nemmeno se abbiamo davvero il tempo per costruire questo cambiamento, non ne sono sicura. Ma posso testimoniare che l’interesse per l’economia sostenibile è diffuso e l’impegno è onesto. Non ci sono solo i cattivi là fuori. Ci sono persone che sinceramente vogliono fare qualcosa di buono, avere la coscienza pulita e la consapevolezza di fare la cosa giusta”.

Quindi il combustibile della rivoluzione necessaria è ancora una volta nelle coscienze individuali. “Ed è per questo che la comunicazione è così importante. Parliamo di progetti che coinvolgono numerose competenze e un’interdisciplinarità molto complessa. Occorre trovare le parole giuste per ogni target, perché tutti possano partecipare. In effetti spesso noi ci occupiamo di social design, di formazione, di educazione continuativa, di riprogettazione dei processi. La differenza di base fra un designer tradizionale e un eco designer è che l’eco designer non disegna nuovi prodotti quando può evitare di farlo. Disegna soluzioni”.

Evitare la catastrofe climatica, sempre che sia possibile, significa in ogni caso cambiare radicalmente il modo di vivere di miliardi di persone. “Credo che le idee a riguardo siano confuse, che ci sia una radicalizzazione delle visioni che crea confusione e paura. Così come è molto facile perdersi nella grande quantità di progetti naïf o nella comunicazione non veritiera. In realtà le cose stanno già cambiando e l’impegno di tutti è di creare una sostenibilità diffusa, buona per le persone, l’ambiente e l’economia”. Ursula Tischner fa sembrare questo processo appassionante e quasi divertente.

C’è stato un momento, qualche decennio fa, in cui il design ha smesso di parlare di ecologia e ha cominciato a occuparsi di sostenibilità. Probabilmente è stato il momento in cui è diventato chiaro che essere ecologici non bastava più."

Ma “transizione” è proprio una parola che fa paura. Descrive quello che viviamo, ma in modo impietoso. È una di quelle parole amate da chi si occupa di futuro, di progettazione di nuovi modelli economici e, ebbene sì, di progetto. La buona notizia è che il cambiamento passa per una compagine molto decisa e competente di giovani designer che forse andrebbero definiti “ibridi”, tanto ampie sono le loro aree di interesse. “Appena terminati gli studi (alla Design Academy di Eindhoven, ndr) ci siamo accorti che eravamo interessati alla relazione che i prodotti hanno con le persone e l’ambiente”, racconta Archibald Godts, fondatore di Studio Plastique insieme a Theresa Bastek. “Abbiamo radicato la nostra pratica progettuale nelle domande cruciali”.

Un approccio valso a incuriosire brand e istituzioni che lavorano con i due designer belgi. Ma è evidente che il primo ostacolo da superare, quando si decide di cambiare, è capire come funziona davvero il ciclo di vita di un prodotto, e normalmente si tratta di un percorso molto complesso, dai risvolti poco apparenti e complessi. “Questa è la responsabilità del designer”, sottolinea Godts. “Indirizzare l’attenzione sui prodotti all’interno di un sistema. E il materiale, il suo riuso e il recupero rappresentano una delle parti più interessanti, perché possiamo trasformare un’abbondanza indesiderata in una risorsa”. Lo dimostra la ricerca radicale che ha dato vita a Common Sands, il progetto che ha portato Studio Plastique all’attenzione del pubblico. Dai materiali di origine silicea recuperati da comuni elettrodomestici, Studio Plastique ha recuperato il vetro per una collezione di oggetti per la tavola. È evidente che i nuovi designer vedono il mondo attraverso le lenti critiche e costruttive di chi vuole inventare una nuova relazione con gli oggetti, passando per la realtà poco incoraggiante di pratiche di consumo compulsive.

Evitare la catastrofe climatica, sempre che sia possibile, significa in ogni caso cambiare radicalmente il modo di vivere di miliardi di persone."

Il lavoro di Studio Plastique è continuato con Linen Lab Project, una ricerca che ha esplorato l’uso alternativo dei prodotti del lino e dei loro derivati. Il lino è una pianta tipicamente europea, la cui produzione è entrata in grande crisi nel confronto con la delocalizzazione e l’importazione di merci da paesi extra europei. L’approccio dello studio belga è radicale e organico: dal seme ai diversi tipi di pianta, dalla materia prima agli usi alternativi che se ne possono fare. La complessità che Studio Plastique decide di abbracciare è disarmante, soprattutto se paragonata al mestiere del designer tradizionale. Ma le competenze in materia di estetica e nella capacità di integrare forma e funzione rimangono le stesse, nonostante le funzioni stiano mutando molto rapidamente in risposta alle emergenze della crisi ambientale. “La riflessione sulla forma ha un ruolo fondamentale nella relazione fra l’uomo e gli oggetti. I bisogni emergenti devono avere una risposta razionale che include anche la bellezza, una qualità che rende il cambiamento accettabile e desiderato. E in realtà il cambiamento che stiamo vivendo crea estetiche nuove che presto saranno ovvie e naturali”.