Affrontare la crisi climatica ed energetica, ripensare l’intera filiera in chiave sostenibile, puntare sulla ricerca per migliorare la vita di tutti. Sei visionari ci anticipano quali sono le sfide che il mondo del progetto dovrà affrontare nel prossimo futuro

Quali saranno le tematiche più urgenti che il mondo del design dovrà affrontare nel 2023?

Lo abbiamo chiesto a sei visionari, che con il loro impegno nella ricerca e sperimentazione stanno riscrivendo le regole della progettazione e produzione, per un domani più sostenibile per tutti gli esseri viventi.

Mario Cucinella, architetto e fondatore di MCA - Mario Cucinella Architects: "Il futuro è riusare"

"La crisi energetica ha causato forti ripercussioni sul mondo del design, un sistema produttivo strettamente legato al costo del gas e al reperimento di materiali.

È il momento di accelerare sui nuovi processi produttivi che possano basarsi su fonti energetiche rinnovabili e spingere su ricerca e produzione di materiali non più derivanti dal petrolio; di riscoprire l’artigianato legato ai territori e ai suoi materiali, ottenuti a partire dagli scarti e dalle filiere naturali.

Un esempio è Rilegno, la piattaforma del Conai che recupera tonnellate di rifiuti di legno in Italia, le trasforma e le rimette in circolo per fare nuovi prodotti nello stesso materiale, senza dover tagliare ulteriori alberi. Viviamo in un mondo che butta incoscientemente: se realizziamo un edificio e diciamo che è sostenibile ma allo stesso tempo abbiamo prodotto tonnellate di rifiuti dalla sua costruzione, allora non abbiamo capito cosa vuole dire essere sostenibili.

I settori del design e dell’edilizia dovrebbero sfruttare di più le filiere del recupero.

In studio abbiamo un dipartimento che si chiama Design for recycling che si occupa di progetti di design con materiali di riciclo o da filiere naturali; noi designer dobbiamo prenderci il rischio di essere portatori di innovazione e di cambiamento. L’altro passo importante da fare è consumare meno, stare attenti a cosa e come consumiamo, che è un aspetto in primis culturale e poi produttivo.

Un’altra riflessione per il 2023: noi che siamo la patria del design non siamo riusciti a sviluppare un design per tutti come ha fatto Ikea. È vero che l’Italia è sinonimo di manifattura di alta qualità, un’eccellenza che dobbiamo tenerci stretta, però la qualità creativa del nostro Paese dovrebbe proporre anche soluzioni democratiche, oggetti semplici, pensati per la vita di tutti i giorni: un cavatappi, un tagliere, un portalibri.

Il design è anche un veicolo di cultura, educa ai valori della bellezza e del ben fatto, ecco perché dovrebbe entrare nelle case di tutti, essere inclusivo e non esclusivo.

Oggi le filiere si sono accorciate, si possono produrre collezioni più piccole, semplici ed accessibili. Anche sul fronte dell'edilizia residenziale si deve puntare alla sobrietà: prima di lanciarci in architetture fantasiose e mirabolanti, noi architetti da un lato dobbiamo recuperare l’esistente, dall’altro dobbiamo rispondere al bisogno di chi ancora oggi non ha accesso a una casa, progettando abitazioni contemporanee semplici e per tutti”.

Daniele Lago, ceo & head of design di Lago: "Cambiare tutti per cambiare davvero"

"L’insegnamento ereditato da questo periodo di pandemia e crisi è che non si può più pensare e programmare il lavoro a un anno, ma a cicli, a lungo termine. In questo cambio di frequenza, c’è ancor più bisogno di coesione e inclusione sociale, di rispetto per le persone e per la natura.

Un’urgenza di equilibrio che si traduce in prodotti ma anche, e soprattutto, nella progettazione di ecosistemi di impresa e di filiera.

La sostenibilità è un tema in primis culturale che riguarda tutti, c’è bisogno di cooperare, di ripensare l’intero modo di produrre, di condividere conoscenze e competenze. Noi cerchiamo per osmosi di influenzare l’intera filiera, con modelli virtuosi. Un esempio è lo stand riutilizzabile che abbiamo presentato in occasione del Salone del mobile 2022, uno stand che a fine fiera è stato smontato e verrà riutilizzato per il prossimo Salone, con un abbattimento delle emissioni fino all’87 per cento.

Leggi anche: Uno stand riutilizzabile in fiera: è possibile?

Questo dovrebbe essere il presente. Stiamo accelerando sul tema della sostenibilità sociale e ambientale, stiamo organizzando delle giornate di consulenza con dei professionisti e delle open factory per capire come migliorare in svariati ambiti, dalla collaborazione ventennale con le cooperative sociali a quella con il carcere di Padova, che ha un laboratorio di pasticceria di alto livello.

Nel frattempo, stiamo realizzando a San Gimignano un luogo dove ripensare il futuro a 360 gradi, è un progetto ancora embrionale, che abbiamo affidato a un grande architetto. Dell’agenda ONU 2030 molti punti per fortuna diventeranno legge, come la tassonomia legata alle metriche ambientali e sociali che prima non erano misurabili, e l’obbligo di redigere i bilanci di sostenibilità. Sono attività che facciamo da tempo, e stiamo cercando di spingere anche le aziende più piccole a farle.

Questo è il tema: dobbiamo cambiare tutti insieme per far sì che le cose cambino davvero. Non basta presentare la capsule collection in tessuto biodegradabile, che incide minimamente sulle vendite, bisogna ripensare l’intera filiera, puntando ad avere meno sprechi, meno consumi, meno emissioni, più efficienza.

Dobbiamo disimparare velocemente la modalità produttiva che abbiamo acquisito nei decenni, e reimparare un nuovo approccio, che al profitto affianca anche altri parametri, come la sostenibilità sociale ed ambientale, concetti che fino a dieci anni fa erano impensabili.

Nel lontano 2008 abbiamo scritto un documento che si chiamava La grande idea, di fatto non c’era nessuna grande idea, ma c’era la voglia di portare avanti un approccio più umanistico al mondo dell’impresa, mi ricordo che in quegli anni sembravamo degli alieni, adesso invece sento tanti approcci simili, ed è positivo, mi fa ben sperare sul miglioramento del settore design".

Carlotta de Bevilacqua, ceo e presidente di Artemide: "L'energia luminosa circolare e per tutti"

"Se dovessi scegliere una parola chiave per il 2023 parlerei di energia circolare, nel nostro caso di energia luminosa circolare che mette al centro l’uomo e la natura, che migliora la vita di tutti gli esseri viventi, che sanifica gli ambienti, che nutre dal punto di vista psicologico e fisiologico. Un’energia luminosa che sia accessibile a tutti, nessuno escluso.

Il primo ad avere avuto un approccio circolare è stato Ernesto Gismondi, che già a partire dal 1960, anno di fondazione di Artemide, ha immaginato l’azienda con una visione olistica, in rapporto con gli architetti, la ricerca, ma anche il territorio e i suoi dipendenti.

Ernesto, fin dall’inizio, ha pensato ai prodotti come soluzioni durevoli e aggiornabili nel tempo, che non diventano mai obsoleti. Un esempio è la lampada Tizio che ha compiuto cinquant’anni, ancora bellissima e attuale, aggiornata con le nuove sorgenti a led, così come la Tolomeo, prodotti pensati fin dall’origine in chiave circolare, che si fanno carico di una lunga durata di vita.

Un altro tema importante è quello dell’educazione all’energia, una risorsa preziosa, da usare con cura e intelligenza. Noi abbiamo messo a punto una app che si scarica su qualsiasi dispositivo, che offre la libertà di scegliere la luce in base ai propri bisogni, ma allo stesso tempo educa e responsabilizza a dosare la luce, riducendola di intensità e spegnendola quando non serve.

Le nostre lampade sono delle piattaforme aperte che si evolvono nel tempo, dei sistemi che si adattano agli spazi e alle diverse esigenze, configurabili e riconfigurabili senza dover fare nuovi impianti, con sistemi di gestione collettivi ma anche individuali all’interno dello stesso spazio. Per me questa è una rivoluzione, in termini di sostenibilità, durabilità, responsabilità e libertà.

Abbiamo studiato ottiche brevettate che non sprecano ma anzi massimizzano il flusso luminoso, incrementando la quantità di luce emessa anche oltre il 30 per cento a parità di consumi. Dobbiamo partire dalla ricerca e dalle collaborazioni con gli istituti scientifici e i grandi architetti per progettare il futuro, per supportare la collettività e l'ambiente".

Michele De Lucchi, architetto e fondatore di AMDL Circle: "Il ruolo del designer sta cambiando, bisogna ripensare il modo di insegnare questa professione"

"La tematica più importante è la sostenibilità, non solo ambientale, ma che riguarda la condizione degli uomini, l’equilibrio sociale ed economico. Un altro tema cruciale secondo me è legato a come sta cambiando il design e il ruolo dei designer, e come dovrebbe cambiare il modo di insegnare questa disciplina.

Di recente ho partecipato a un incontro a Monaco intitolato Designing design education - Impulse for a new curriculum: il convegno partiva dall’analisi di come insegnare il design, in funzione di come si sta evolvendo il bisogno di design, per far sì che gli studenti e i progettisti di domani siano pronti ad affrontare le nuove esigenze.

Durante l’evento, Christoph Böninger, ex capo del design della Siemens e Chair iF Design Foundation, ha raccontato che le grandi aziende tedesche, come Siemens, Bosch, Mercedes-Benz, stanno assumendo più designer, chiamati a contribuire in vari ambiti, dal marketing a quello finanziario.

Stiamo vivendo un momento di passaggio in cui il design sta cambiando, e sta maturando una nuova figura professionale, non necessariamente il progettista che propone la forma di un oggetto, ma un designer capace anche di ripensare i comportamenti aziendali, per un approccio produttivo più sostenibile ed efficiente.

Cosa si cerca nei nuovi designer? L’intelligenza emotiva. L’intelligenza razionale, di chi capisce come rendere più efficienti i passaggi, non è più sufficiente se non include anche una dose di emotività, che renda il processo più attraente e piacevole da essere applicato e introdotto. Secondo la prospettiva tedesca, l’intelligenza emotiva è al centro del nuovo modo di insegnare il design agli studenti.

Io l’intelligenza emotiva la chiamo banalmente arte, perché secondo me è proprio quel connotato che rende tutte le cose speciali. Il design, da disciplina apparentemente arida e tecnica, potrebbe diventare il sale del futuro, l’argomento che dà sapore e qualità alla nostra voglia di guardare e cercare il domani, in modo che il futuro sia migliore del passato".

Andrea Trimarchi e Simone Farresin, designer fondatori dello studio Formafantasma: "Noi designer consulenti per affrontare la crisi climatica"

"Il tema più urgente è quello della crisi climatica, è la principale sfida che dovremo affrontare a tempo indeterminato.

Per far fronte a questa emergenza, crediamo che i designer non possano fermarsi a disegnare solo il prodotto, ma debbano ripensare l’intera filiera, insieme alle aziende. Il designer deve essere visto più come un consulente, come qualcuno che può fare ricerca, una sorta di R&D esterno.

I brand, a loro volta, devono saper mostrare al designer non solo i punti di forza ma anche quelli di debolezza dell’azienda, per individuare insieme gli aspetti da migliorare, e lasciar operare il designer in modo più olistico".

Nicola Coropulis, amministratore delegato di Poltrona Frau: "Essere sostenibili significa anche produrre localmente e tramandare i saperi ai giovani"

"Una delle sfide che dobbiamo affrontare è quella di realizzare dei prodotti sempre più sostenibili e che durino nel tempo. Poltrona Frau è da sempre sinonimo di durabilità, le nostre poltrone e i nostri divani si tramandano di generazione in generazione.

Il tema della sostenibilità non è una lista di azioni da fare, ma è una strategia complessiva dei comportamenti di un’azienda su tutta la filiera, sia a livello di progettazione con il design for disassembly, cioè gli oggetti pensati per essere facilmente smontati, riparati per aumentarne la durata, ed eventualmente riciclati a fine vita, sia a livello produttivo nella scelta dei materiali, dei fornitori, delle fonti di energia.

Noi, per esempio, a fronte della crisi energetica vogliamo fare un ulteriore investimento per rinnovare e ampliare il nostro impianto fotovoltaico installato nel 2010. Essere sostenibili significa anche scegliere di produrre a Tolentino, nella valle del Chienti, una terra fin dal Medioevo vocata alla lavorazione della pelle e del cuoio.

Produrre localmente, e con una rete di fornitori a pochi chilometri, significa abbattere drasticamente le emissioni di CO2 del trasporto, ma vuol dire anche sostenere l’economia del territorio, riattivando i saperi e le capacità del fare che rischiano di andare perse.

Abbiamo aderito all’iniziativa Adotta una scuola di Altagamma per mantenere vivo il know-how artigianale e tramandarlo alle nuove generazioni, valorizzando la manualità con le nuove tecnologie, come la macchina digitale che scansiona automaticamente la pelle e definisce le dime di taglio, per lavorare con più precisione, in sicurezza e ridurre al minimo gli scarti e gli sprechi".