Nostalgia, sfida delle convenzioni estetiche e valorizzazione delle maestranze storiche: c’è un’interpretazione molto particolare della memoria in Souvenir, la collezione di oggetti ispirati agli anni 90 della designer Rini Giannaki realizzata dal soffiatore di vetro Manuel Crestani

Nasce per aggiornare una serie di stereotipi legati agli anni Novanta, per dare un nuovo valore quello dell'artefatto artigianale, con tanto di grafica super glamour, divertente e accattivante a oggetti considerati di poco valore.

Souvenir è una collezione di oggetti decorativi in vetro tribali, piercing, nippy egg, clippy, delfini e polipi ispirati a forme e immagini, pratiche e suggestioni anni Novanta, ideata dalla designer Rini Giannaki e realizzata artigianalmente in Veneto dal soffiatore Manuel Crestani. Il design ricercato e giocoso, la scelta dei colori, ma anche la grafica e la comunicazione emozionale, sono curatissimi, a restituire un'immagine fresca, vibrante e briosa che esula le pratiche vintage e retrò più scontate.

Il progetto nasce dall'esplorazione della nostalgia degli anni Novanta combinata con la volontà di sfidare la convenzione degli oggetti decorativi più comuni. Una pratica alimentata contemporaneamente dal desiderio di valorizzare una maestranza storica come la lavorazione artigianale del vetro, localmente marginalizzata dal mercato.

Gli oggetti della prima collezione di Souvenir interpretano le icone a cavallo del millennio cercando di elevarne il valore (“basso”) solitamente percepito, applicando a questi elementi, attribuiti alla cultura mainstreaming, lavorazioni alte, spesso percepite come di nicchia, quindi inaccessibili.

La fusione di intenti tra Rini Giannaki, designer greca che vive a Londra ma conosce bene il Veneto, e Manuel Crestani, soffiatore di vetro nato vicino a Venezia che, dopo un periodo a Milano a fare il modello, è tornato a casa per affinare la professione artigiana, si conferma nella scelta del materiale di base, il vetro pyrex solitamente scartato dai maestri vetrai di Murano , e nell'appropriazione dell'arte dell'aerografo che richiama l'immaginario dei ricordi.

Ne abbiamo parlato con la creativa Rini Giannaki che ha fondato il brand e curato in ogni aspetto questa prima collezione.

Si parla tanto di vintage, ormai è quasi una banalità, come si esce dallo scontato quando si crea qualcosa di retro?

Che bella domanda! Beh, per prima cosa non ho mai visto Souvenir come un retro-throwback o come qualcosa ispirato al vintage fine a se stesso. Souvenir per me è sempre stato inteso come un'esplorazione di oggetti o temi comuni”, fortemente ispirati dagli anni Novanta, elevati agli standard degli artefatti attraverso un'arte, che è anche contemporanea, spesso trascurata e stagnante, come la soffiatura del vetro. Inoltre, cerco volutamente il modo di sfidare i concetti di sicuroe di ovvio. È il minimo che si possa fare quando si vuole creare qualcosa di originale.

Come hai scelto le “icone” su cui hai lavorato?

Scavando nel mio passato. Volevo celebrare forme e significanti che fossero rilevanti sia per coloro che erano in giro a viverli negli anni Novanta sia per le generazioni successive che li hanno fatti rivivere come icone retrò: quasi come una seconda rinascita. Ho fatto molte riflessioni tra me e me, poi anche con Manuel (Crestani, il mio soffiatore di vetro), e abbiamo scartato un bel po' di idee lungo la strada che non ci sembravano abbastanza iconiche o ironiche.

Perché gli anni Novanta e non i classici del vintage come gli anni Cinquanta?

Nel 1995 avevo 15 anni, quindi personalmente sento di poter affrontare empiricamente quel decennio. Non penso necessariamente che uno abbia bisogno di essere un testimone diretto di un'epoca per crearne un commento artistico ma sicuramente sento che, avendo vissuto gli anni Novanta, mi è concessa una sorta di diritto di controlloconcettuale. Di sicuro non potrei collegarmi agli anni '50 nello stesso modo.

 

Quando parli di oggetti che interpretano le icone cercando di elevare i significanti comunicosa intendi?

Sfidare le immagini e le forme che da stereotipo sono classificate come significanti di bassa o sottocultura: come i disegni flash dei tatuaggi tribali.

Perché lavorare con un soffiatore di vetro?

In primo luogo, perché volevo lavorare con qualcuno che potesse fare qualcosa che io non potevo fare. Questo è il vero senso di uno sforzo collaborativo, secondo me. Poi perché concettualmente volevo infondere valore artigianale a icone e temi di cultura “non alta”. È un rapporto che mi ritrovo a esplorare nella maggior parte dei miei progetti personali.

Il Veneto, dove trascorro buona parte dell'anno, esercita un ruolo particolarmente attivo nella tradizione artigianale; sfortunatamente una buona parte di quel commercio e di quel talento è raramente messo a frutto in progetti contemporanei e molti di questi artigiani finiscono per perdere interesse nell'espandere e aggiornare creativamente il loro portfolio, e quindi anche il loro mestiere.

C’è più desiderio di memoria o di futuro oggi, nell’era post pandemica?

Penso che sia storicamente che a livello umanistico, i tempi difficili favoriscano un certo grado di evasione. A questo proposito, in un'epoca post pandemica, vedo la necessità di una ricostruzione accattivante della memoria collettiva rispetto alla nostalgia. E in extremis, nel caso in cui non fossimo ancora al 100% fuori da quest'era, penso che possiamo affidarci alla memoria come mezzo per un necessario respiro estetico.