Una INTERNI Designer’s Week che prepara alla ripresa. E che serve a capire, semmai ce ne fosse bisogno, che il sistema design è pronto per il futuro

Questa Interni Designer’s Week ha avuto un grande pregio, oltre alle tante incertezze, prudenze e piccole frustrazioni di una settimana del design a un quarto della sua potenza. Ha riportato l’attenzione sul prodotto. Girare in uno showroom quasi da soli, in grandi spazi un po’ silenziosi, obbliga a guardare e a vedere. Dopo tanto tempo abbiamo avuto il tempo di osservare da vicino, toccare, maneggiare. Seguire con i polpastrelli il profilo della cucitura di un divano Frau, non è la stessa cosa che guardarla distrattamente mentre si parla con un collega o un designer nel bailamme di un evento mondano.

Ci vuole attenzione per cogliere l’importanza e il significato di quella cucitura, di come è fatta, di cosa parla. Recentemente in un’intervista Monica Mazzei, founder di Edra, sottolinea l’importanza di lasciar parlare il prodotto e superare la tentazione di sostituire una narrazione all’autenticità. Non si può che darle ragione, perché il made in Italy parla chiaro e forte di una qualità che è il miglior esercizio di durata estetica e funzionale. Parla senza bisogno di grandi interpreti di un’attitudine radicata, solida, che nemmeno una crisi come quella del 2020 può far vacillare.

Nel mondo della tecnologia esiste un trend cavalcato da tutti i marchi big tech: il post functional. La parola descrive una performance centrata sull’infinita variabilità umana, a cui la funzione risponde adattandosi alle caratteristiche individuali dell’utilizzatore. È una radicalizzazione dell’idea di design inclusivo, ed è interessante perché modifica il modo in cui noi usiamo e percepiamo gli strumenti tecnologici. Questa post-funzionalità rappresenta una piccola rivoluzione per il design dell’interazione. Ma è invece intrinseca al modus operandi del design italiano. Ed è uno di quegli aspetti solidi e immutabili da cui il made in Italy può pensare di costruire un design post pandemico.

Facendo il tour degli showroom, da via Durini a Brera e Porta Nuova, è un susseguirsi di geniali trascrizioni estetiche non solo di funzioni, ma di modi di essere, di stili di vita, di desideri e di aspirazioni. Tradurre l’uomo in un oggetto è una competenza che si esprime in mille modi, ma che nell’incanto di un giunto ben risolto, di una scocca disassemblabile (e quindi sostenibile), di una citazione formale ironica, di una cucitura perfetta, si incontra con la meraviglia e, quindi, con la speranza.

Per accorgersene basta posare uno sguardo attento, un po’ più lungo dell’abituale, sul mobile Houdini di Roberto Lazzeroni per Giorgetti; oppure sul separé Plot di GamFratesi per Poltrona Frau. Fermarsi qualche minuto da Porro per la nuova collezione di Storage di Piero Lissoni o da Minotti per guardare da vicino il sistema di sedute Connery disegnato da Rodolfo Dordoni. O passare da Riflessi per capire come funziona il nuovo tavolo allungabile Square, un progetto generato da un nuovo brevetto.