In conversazione con il paesaggista olandese nel giardino che ha progettato per il Vitra Campus a Weil Am Rhein: “chi crea con passione permette agli altri di guardare lontano”

È estate e il giardino che Piet Oudolf ha progettato e realizzato al Vitra Campus, inaugurato lo scorso settembre e immediatamente chiuso causa Covid, è un’esplosione di colori, fragranze e ronzii di api. Perdercisi è bellissimo.

Il modo migliore per coglierne il senso è però di immaginarlo in inverno. I colori saranno diversi, smorzati, caldi, gli steli più snelli. Scompariranno foglie, fiori, profumi, insetti.

Ma sarà ugualmente bellissimo perché Oudolf, 77 anni, olandese, il paesaggista più famoso al mondo (autore, tra le altre cose, della High Line di New York), da sempre progetta i suoi giardini partendo “dalla forma, presenza e personalità delle piante e dalla loro evoluzione in tutte le stagioni”. Inverno compreso.

È questa centralità della singola pianta, proposta come una presenza degna di rispetto, trasformata in una protagonista di uno spazio (invece che un mero tocco decorativo e stagionale) la vera rivoluzione che Piet Oudolf ha portato nel mondo del paesaggio, fin dagli anni 80, sconvolgendolo.

Piet Oudolf, qual è lo scopo di un giardino?

Un giardino è un mezzo per poter godere dello spazio aperto, per avvicinarsi alle cose belle. Per me, però, è soprattutto un modo di esprimermi, di mettere nel mondo qualcosa che sia parte di me.

Cosa vuole portare al mondo Piet Oudolf con i suoi giardini?

Felicità. Progetto giardini per sentirmi felice e aiutare gli altri a esserlo. Quando creo uno spazio verde e mi ci sento bene anche tanti altri provano la stessa cosa: scatta quindi quella bella sensazione di condividere un’emozione che nasce grazie a qualcosa che ho dato agli altri.

Forse è per la passione che ci mette dentro, che si percepisce…

Penso proprio che sia così. Chi crea con passione offre uno sguardo che porta lontano. E la gente lo sente, ognuno a suo modo. Io amo intensamente le piante: le ho scoperte durante un lavoretto fatto da ragazzo in un garden center ed è stato un innamoramento vero, quasi ossessivo. Volevo sapere tutto di loro: capirle, coglierne il carattere. Poi ho capito che potevano essere un mezzo per esprimermi, come i colori per un pittore.

Come si conosce il carattere di una pianta?

Passando tanto tempo a osservarla: come cresce, come reagisce alle diverse situazioni, come cambia con le stagioni. Da giovane ho passato un numero enorme di ore e giorni circondato dalle piante: nella nursery che ho costruito insieme a mia moglie Anja avevamo 1000 varietà: le raccoglievamo, le scambiavamo con altri appassionati, le compravamo. Le conoscevamo tutte una per una. Così oggi, se vendo una varietà, so benissimo cosa farà quando viene il freddo, quali riti compie nell’arco dell’anno, cosa la fa star bene e da quali specie si vuole circondare. Alcune piante sono aggressive, altre placide, altre ancora accoglienti. Come le persone…

Per questo i suoi giardini sono godibili tutto l’anno…

Esattamente. Niente va sprecato, nemmeno in termini estetici.

È un approccio opposto a quello del garden design tradizionale. Cosa non le piace del modo classico di creare e curare un giardino?

Il giardinaggio tradizionale è una pratica dogmatica. Bisogna tagliare, eliminare il fiore morto, avere un calendario di attività, posizionare i bulbi in un certo periodo. Lo scopo è sempre puramente decorativo e il consumo idrico è spesso altissimo. Quando ho iniziato, frequentando persone che dedicavano la vita alla protezione della fauna selvatica ho scoperto un mondo diverso. Ho capito il senso della biodiversità. Ho visto piante che provenivano dall’altra parte del mondo ma che sarebbero vissute benissimo di fianco alle nostre. Ho scoperto che, circondandole di erbe, le piante cambiavano personalità all’improvviso: diventavano più vere, più spontanee, autentiche. Benché, ovviamente, non lo fossero. Tutto questo è progetto, è design, non natura.

Chi visita i suoi giardini capisce quanto è importante il design nella creazione di questa “autenticità”?

Alcuni sì. La maggior parte ovviamente no. E va bene così. Non progettiamo perché la gente parli del design ma perché sia felice nel nostro giardino. Il design non esiste per essere analizzato ma vissuto.