L’arredo mostra un valore sempre più “rappresentativo senza essere figurativo”, come ricostruzione di un ordine scenografico negli spazi abitativi in risposta alla diffusa incertezza della contemporaneità

Fin dalle origini, il campo disciplinare del design è stato contrassegnato dal rilancio dialettico tra due opposte concezioni dell’oggetto, quella decorativa propria delle arti applicate e quella razionalista figlia della società industriale. A partire da questa dicotomia, per almeno un secolo (dalla fine dell’Ottocento fino agli anni Ottanta del Novecento) il progetto d’arredo ha oscillato fra lo spettro dei linguaggi più ornati e figurativi da un lato, legati a doppio filo alle vicende dell’arte visiva, e quello dei linguaggi astratti e strutturali dall’altro, contraddistinti da una concezione ‘architettonica’ del prodotto interprete dell’efficientismo funzionalista interno al paradigma capitalistico. Il pensiero architettonico in particolare ha avuto un ruolo decisivo nel dar vita a un pensiero moderno dell’oggetto d’uso. La ‘missione storica’ propria alla disciplina architettonica, che persegue l’inserimento delle sue opere in un quadro di senso più ampio rispetto a quello della committenza a cui sopravvivono, è stata infatti traslata nel progetto d’arredo che, durante il secolo scorso, si è autoassegnato il compito di provvedere alla ricostruzione razionale della società.

In questo processo di trasferimento della vocazione a trascendere del manufatto materiale è rimasto fuori l’altro grande portato del pensiero architettonico, quello relativo al potenziale “rappresentativo ma non figurativo”, che riconduce le opere edificate ad aeree di senso eccedenti la vita dei singoli individui (come nel caso del potere politico e religioso). Nel suo travagliato percorso di individuazione di una propria via alla modernità, il design storico ha fatto riferimento quasi esclusivo alla logica costruttiva della composizione architettonica, lasciandone da parte la capacità di evocare, senza esplicitare, contesti di riferimento più ampi.

È solo con il postmoderno che l’organizzazione formale di elementi astratti come ‘facciate’, ‘pareti’, ‘colonne’, ‘architravi’ e ‘pilastri’, declinati alla scala ridotta dell’oggetto domestico, diventa un motivo centrale del complemento d’arredo, trasfigurato in presenza non (più) solo razionale ma non per questo dichiaratamente figurativa. Il postmoderno è stato anche il momento che ha segnato la fine del design storico aprendo la via all’epoca contemporanea del progetto, che vede il progressivo attestarsi dei linguaggi del design in un’ampia zona di mezzo popolata da forme post-razionali quasi-figurative, mai totalmente astratte né mai apertamente rappresentative, in cui si collocano oggi progetti come le sculture in travertino OgniDove di Gumdesign per Alfaterna Marmi e Ma.Vi. Maioliche Vietresi o come i vasi in ceramica Marcello, Massimo e Vittorio realizzati da Virginia Valentini e Francesco Breganze per il loro marchio LatoxLato, eredi diretti del postmoderno italiano fino al riferimento alle architetture metafisiche di De Chirico. E così pure il tavolino Dome del designer cinese Ren Hongfei, elegante nel superare la propria stessa ossatura razionale per alludere, senza mostrare, a qualcosa che va oltre sé.

Il diffondersi del razionalismo quasi-figurativo di questi oggetti risponde a un’esigenza precisa del periodo che stiamo vivendo, offrendo una possibile via alla ricostruzione (filosofica prima che materiale) di una dimensione d’ordine in un’epoca che la pandemia da coronavirus ha reso incerta e minacciosa."

Lo stesso sentore di un ‘al di là’ evocato di rimbalzo dalla rigorosa squadratura di un ‘al di qua’ si avverte anche, con un livello di sofisticazione più sottile, negli specchi Archway e Arcade dello studio newyorkese Bower, che portano il senso simbolico dell’oggetto a grandezza d’uomo coinvolgendo l’utente nella quotidianità misterica di quelle superfici finite ma infinite, chiuse ma aperte che sono gli specchi. Invero, il fatto stesso di applicare questa estetica ‘evocativa’ alla tipologia specchio è sintomatico. Lo specchio infatti è una tipologia d’oggetto mondana ma allo stesso tempo ‘aggettante’ per sua natura su una dimensione altra. È allora specchio anche il progetto Miasma di Donut Shop, pensato come divisorio da tavolo appena un po’ più figurativo, addirittura sobriamente ornamentale, ma ancora di matrice saldamente architettonica e in grado di porsi per questo come un piccolo, solenne portale da attraversare tramite la relazione a distanza di sicurezza tra i commensali. Mentre il funzionalismo curvo del sistema Deviation Space di Bilge Nur Saltik torce il corpo del prodotto sul filo della razionalità, non rinnegandola ma, di nuovo, spingendola a mostrare il proprio potenziale ornamentale (si veda il servizio “Razionalismo non euclideo” su Interni n. 691).

Il diffondersi del razionalismo quasi-figurativo di questi oggetti risponde a un’esigenza precisa del periodo che stiamo vivendo, offrendo una possibile via alla ricostruzione (filosofica prima che materiale) di una dimensione d’ordine in un’epoca che la pandemia da coronavirus ha reso incerta e minacciosa. E lo fa, a differenza del razionalismo storico, valorizzando il proprio potenziale espressivo e allineandosi con ciò all’onnipresente preponderanza della dimensione visiva, a cui l’intensa frequentazione di emoticon e icone ci ha abituati. 

Il progetto d’arredo ha oscillato fra lo spettro dei linguaggi più ornati e figurativi da un lato, legati a doppio filo alle vicende dell’arte visiva, e quello dei linguaggi astratti e strutturali dall’altro, contraddistinti da una concezione ‘architettonica’ del prodotto interprete dell’efficientismo funzionalista interno al paradigma capitalistico."

Non solo. Trattenendosi sul crinale tra astratto e figurativo, razionale e narrativo, questa tendenza valorizza il ruolo di ‘scenografia’ che gli interni domestici assumono nell’epoca dello smart working e delle riunioni da remoto (si veda “Eternità temporanea” su Interni n. 707). Riferimento alla consistenza fantasmatica degli spiriti digitali poeticamente accarezzato anche da una spettacolare installazione artistica come Opera di Edoardo Tresoldi, serie di eteree colonne disegnate al tratto (vettoriale) ma scalate in ambiente reale sul lungomare di Reggio Calabria, come a reggere – o, di nuovo, evocare – l’insostenibile apertura del cielo.