“Una persona verrà sempre raccontata dalla sua casa”, diceva Vico Magistretti. Non gli interni però di questa villa unifamiliare nel verde di Hampstead, che sono un autoritratto della progettualità architettonica e spirituale di Claudio Silvestrin, benché non siano stati pensati né da lui per lui, né per un abitante con una propria storia personale. Perché si tratta di una proposta ‘chiavi in mano’.

Ma si sa, “il progettare è un atto creativo grazie al quale ciò che amo si manifesta”, ha più volte riconosciuto Silvestrin. E, anche in questo caso, nell’originalità delle circostanze in cui è maturato l’intervento, il suo “progettare voce del verbo amare” ha configurato la messa in scena di qualcosa di unico e non riproducibile, dove tutto è nuovo e, nello stesso tempo, niente lo è.

A partire dall’involucro della casa, un’architettura cottage style, con tanto di giardino romantico all’inglese. Porta la firma di architetti locali legati alla municipalità del piccolo sobborgo londinese, che ha segnato storicamente il passaggio dalla Città giardino al Garden Suburb: “Si cela a occhi indiscreti e si percepisce come poco visibile, sotto tono”.

Il vero spettacolo lo riserva infatti l’interno: un altro mondo, forte e austero, asciutto nelle forme e radicale nell’ espressione, curatissimo nei dettagli e ispirato a un ideale di purezza assoluta. Restituisce uno spazio dove estraniarsi, atemporale, permeato da un’atmosfera di tranquillità.

D’altronde Silvestrin non ha mai fatto mistero della sua metodologia e dei paradigmi di riferimento relativi: “Sia nell’architettura che nel design”, ha spiegato, “ricerco l’emozione della materia – perché possa emergere la potenza di una fisicità che, con il minor rumore visivo possibile, veicoli energia e vibrazioni, riportandoci in contatto con il nostro centro troppo spesso frastornato da infinite sollecitazioni”.

Pochi e selezionati, dunque, ancora una volta, i materiali che rivestono uniformemente i cinque livelli di sviluppo dell’edificio, di cui due interrati: grandi lastre in pietra di porfido giallo (fornite dai fratelli Pedretti) per l’80% di pareti e pavimenti; ottone brunito effetto bronzo, (di Intek) per infissi, telai e maniglie di segno essenziale, legno di rovere (di Itlas) per gli armadi su misura e per le pavimentazioni delle camere da letto al primo e secondo piano che condividono ponderate campiture bianche delle pareti e generose lastre di vetro trasparente, a sottolineare l’unione con gli spazi esterni.

“Tutti i materiali sono di provenienza italiana”, ha commentato l’architetto. “Come lo sono gli ebanisti, i posatori delle pietre, e tutti gli artigiani (di Archimax) altamente specializzati che hanno partecipato al progetto”.

Senza dimenticare l’arredo che, accanto ai pezzi fissi su misura, contempla quelli iconici disegnati da Silvestrin per le major italiane del settore. Quali Boffi Bagno o Minotti Cucine o Viabizzuno per le luci, che si effondono dai tagli dei muri, come fossero tele di Lucio Fontana.

Dal canto suo, la maestosa piscina, organizzata nel basement, con le sue pietre dal look millenario, sembra appartenere a questo luogo da sempre, mentre il coup de théâtre, nella giustapposizione di pesi e leggerezze, pieni e vuoti, restituisce precisi cannocchiali visivi e punti di fuga.

Al piano terra, dedicato allo spazio giorno, la medesima sinfonia compositiva si ripropone nella relazione dialettica tra le curve lapidee che accompagnano lo sviluppo plastico dei due vani scala sul lato sud e l’infilata delle vetrate continue a nord aperte sulla terrazza affacciata sul giardino.

Nulla doveva infatti interrompere la percezione di una fluidità continua, aperta e nitida. E il dialogo con i quattro elementi della natura – pietra, aria, fuoco e acqua – che richiamano il legame con la terra, da sempre l’anima del gesto architettonico di Silvestrin (pensando anche ai negozi per Giorgio Armani o Giada). A oggi questa casa vive solo di essenziale e di rigore formale.

Domani, ci penseranno i colori della vita degli abitanti ad ‘accendere’ altre tavolozze.

Foto di James Morris – Testo di Antonella Boisi

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Un suggestivo scorcio della piscina, foderata come tutto l’involucro con grandi lastre in pietra di porfido giallo (fornite da Porfido Fratelli Pedretti). Apparecchi illuminotecnici di Viabizzuno.
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La zona dining. Tavolo e panca in legno riprendono il modello Millennium Hope disegnato da Silvestrin per Cappellini nel 2000. Le sedie sono prodotte da Carl Hansen & Son, design Hans J.Wegner. All’essenzialità della mise-en-scène partecipa la nicchia per il fuoco ritagliata nella parete lapidea.
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Scorcio esterno dell’architettura cottage style della casa.
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La zona living connotata dallo sviluppo continuo e plastico delle vetrate a tutta altezza sul giardino, con infissi e maniglie in ottone brunito effetto bronzo di Intek. Divano Minotti. Scultura fornita dalla Victoria Miro Gallery.
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La zona d’ingresso disegna un cannocchiale visivo verso il living, mentre l’acqua scorre inaspettata nella feritoia orizzontale agganciata alla parete lapidea e, sul lato opposto, si sviluppa l’infilata degli armadi a tutta altezza in rovere (produzione Itlas) su disegno.
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La cucina Terra in porfido e rovere disegnata nel 2005 da Claudio Silvestrin per Minotti Cucine.
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Scorcio della scala di collegamento interna segnata dalle luci da terra progettate per Viabizzuno.
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Le planimetrie dei tre piani fuori terra della casa.
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La vasca Tevere disegnata per Boffi, realizzata in porfido e parte della collezione I Fiumi (1999), come protagonista della salle de bain principale.