Quattro progettisti di successo, formati nello studio di Monsieur Design, raccontano il suo metodo e perché funziona

Precursore, enfant prodige e maestro del design internazionale in quanto creatore di un linguaggio caratterizzante e di una visione interdisciplinare, inclusiva, impegnata e ottimista del progetto, Philippe Starck ha tenuto a battesimo molti designer nel proprio studio, a partire dagli anni Ottanta.

Generazioni che si sono confrontate con le istanze e lo spirito di quel tempo e che hanno maturato nel proprio approccio progettuale una parte di quell'esperienza.

Che cosa rimane in loro dell'eredità di Starck? Lo chiediamo allo stesso progettista: “Non saprei e non sono convinto di poterlo sapere. Ogni generazione di designer, per fortuna, cambia in modo importante, più velocemente e profondamente. Ho notato che la nuova sta riscoprendo i principi etici, una visione umanista e sociale e valori comunisti”.

Alla domanda se la sua visione del design abbia dato vita a una scuola di pensiero, la risposta è, come sempre, provocatoria: “Da Memphis in poi, il design è diventato formalista: è molto semplice, non richiede tecnologia né intelligenza e quasi nessun talento. Quindi ci sono state almeno una o due generazioni di inutilità nel design.

Oggi l'istanza ecologica porta nuove motivazioni e preoccupazioni nei progettisti. Spetta a loro trasformarla in un’ecologia 'adulta', padroneggiarla senza essere caricaturali.

Inoltre, che si tratti del design o di qualsiasi altra disciplina, bisogna meritare di esistere servendo la nostra comunità e partecipando, ciascuno con le proprie possibilità, all'evoluzione e continua trasformazione della nostra specie umana.

L'idea è quella di innovare costantemente, creare idee e prodotti a beneficio della società. La creatività deve essere ovunque e in tutte le professioni, dall'uomo d'affari all'idraulico.

La vita sarebbe più piena di significato se fossimo meno consumatori e più umani, onesti, visionari e responsabili. Creatività, longevità, trasmissione sono le parole chiave; intelligenza artificiale, bionismo (incontro tra tecnologia e natura, ndr) e dematerializzazione i prossimi passi”.

Christophe Pillet sul metodo Starck

Christophe Pillet lavora nello studio Starck dal 1989 al 1992. “Ciò che impariamo da lui”, spiega Pillet, “non sono nozioni pratiche o tecniche, anche se in realtà ci insegna molto anche in questi termini, bensì è dare forma a una visione, a un'immaginazione, a un sogno.

Impariamo che tutto è possibile, che un ideale si formalizza, si materializza, si condivide. Che lo scopo del design non è disegnare bene questo o quell'oggetto, ma è costruire adeguatamente il mondo e immaginare gli oggetti giusti che lo descrivano e lo compongano.

La sua lezione ancora attuale è rintracciare e distruggere i luoghi comuni, imparare a guardare in modo diverso, offrire alternative anziché fare affidamento sul convenzionale o il consolidato, riportare i margini al centro... Tutto questo è di urgente attualità, quali che siano i temi di indagine”.

Matali Crasset sul metodo Starck

Matali Crasset è presente nello studio Starck dal 1993 al 1997 come responsabile del progetto multimediale Thomson e del centro di design Tim Thom.

Anche lei sottolinea che l'eredità del maestro è soprattutto un modo di pensare e di superare i limiti, applicabile a qualsiasi contesto e scala. “Abbiamo un debito di gratitudine”, spiega Crasset, “senza di lui non avrei potuto fare lo stesso lavoro.

Perfino sulle questioni ecologiche Starck è stato controcorrente, a volte pioniere: si pensi al catalogo Good Goods o alla riflessione su come realizzare televisori senza plastica per Thomson Multimedia.

Oggi, in un momento in cui la sovrapproduzione e l’estrazione delle risorse sono cruciali per il riscaldamento globale, progettare oggetti è un’attività che deve essere fatta con la coscienza pulita.

Da parte mia mi impegno a lavorare in modi nuovi, sfruttando al meglio le risorse materiali e lavorando su scala locale con aziende certificate che hanno abbracciato i principi della sostenibilità”.

Ambroise Maggiar sul metodo Starck

Ambroise Maggiar, parigino di stanza a Milano, collabora con lo studio Starck dal 2011 al 2017. Riferisce di aver scoperto in quell'esperienza “la disciplina della creatività alimentata da una curiosità panoramica”. Concetti apparentemente distanti che nel progetto creano equilibrio.

“Questa metodologia mi ha consentito di affrontare serenamente temi molto vari, dal mondo del lusso all'artigianato locale. Mi ha anche dato gli strumenti per elaborare micro-architetture ricercando il punto d'incontro tra ragionamento analitico e metodico e dimensione culturale artistica e sensibile.

Tendo a pensare che non sia soltanto la metodologia di Starck a rendere pertinenti le sue realizzazioni, ma anche la sua sensibilità nel calibrare gli innumerevoli parametri del progetto; sempre a contatto con presente e futuro.

Nella sua carriera pluridisciplinare di creativo, ha dimostrato una capacità unica di anticipare le sfide della società contemporanea: dalla sostenibilità, naturalmente affrontata molto presto, al concetto di spazio pubblico, concepito come luogo dell'inclusione dell'individuo e della sua integrazione in una società multiculturale in trasformazione”.

Athime de Crecy sul metodo Starck

Appartenente alla generazione dei Millennials, Athime de Crecy lavora nello studio Starck dal 2017 al 2022. “La realtà della sua pratica è di estremo rigore intellettuale, lontana dall'immagine di poeta fantasioso. Tutto viene misurato, classificato e calibrato in un processo creativo quasi scientifico. Non abbiamo mai parlato di design in quanto tale, ma sempre di come le persone usano gli oggetti.

E cerco di perpetuare quest'approccio nel mio lavoro. Inoltre, Starck usa la sua posizione privilegiata nel settore come leva per spingere i produttori a ricercare i materiali più all’avanguardia, ai limiti delle possibilità tecniche.

E quando utilizza ancora la plastica stampata a iniezione, spinge verso plastiche di origine biologica, biodegradabili e non derivate da prodotti agricoli.

È stato il primo designer a dotarsi di una 'carta etica' che lui applica con rigore, perché l'etica non è una questione di responsabilità individuale, ma è legata alla forma che le strutture devono assumere per generare effetti virtuosi.

Credo fermamente che i nuovi problemi del mondo impongano modi alternativi di organizzare la produzione e di pensare le relazioni tra progettisti, industrie, risorse e utenti. Ma nelle attuali logiche produttive, ritengo che il metodo Starck sia da annoverare tra le istanze etiche del design”.

Foto di copertina: Ph. James Bort, courtesy: Starck