Roberto Palomba e Ludovica Serafini sono i fautori di un ritorno al design di Ideal Standard. Il brand torna così alle proprie origini, back to the basic

Quella del corpo e del suo accudimento tra le mura domestiche è una storia semplice ma allo stesso tempo complicatissima. Per ripercorrerla, Roberto Palomba (che con il suo studio ps+a Palomba Serafini Associati è art director di Ideal Standard) si è immerso nel lavoro dei grandi maestri come Gio Ponti e Achille Castiglioni, che hanno disegnato i primi bagni quando in Italia di bagni in casa ce n'erano davvero pochi. Come? Semplicemente – si fa per dire ridisegnando il loro lavoro. Il risultato sono Tipo-Z e Linda X, omaggi contemporanei a due archetipi d'autore. Dai quali si distinguono in modo deciso: i materiali e i processi industriali sono cambiati, le architetture anche. Ma soprattutto siamo cambiati noi, che del bagno abbiamo un’idea diversa. Ecco perché questa chiacchierata sembra un po' anche un excursus nella cultura sociale italiana oltre che una lezione di design...

In cosa siamo cambiati dal 48, quando Gio Ponti ha disegnato Zeta?

Quando Gio Ponti disegna la linea Zeta, l’Italia si stava inurbando. Era il Dopoguerra, meno del 50% delle case aveva un bagno al suo interno. Ponti fa un lavoro che all’epoca non ha un nome: è art director di un’azienda che si è data il compito di produrre industrialmente i bagni per un’Italia che rinasceva in quel momento. Achille Castiglioni, qualche anno più tardi, osserva come si muove il corpo e disegna Linda, un’altra serie rivoluzionaria, che suggerisce un uso rituale della stanza da bagno. Ne riconosce la parte di benessere, il corpo che si avvicina, il movimento delle mani, ridefinisce un ruolo e gli dà un ruolo.

Nel lavoro di Ponti e Castiglioni c’è la ricerca dello standard ideale, di un progetto industriale che porta a un prodotto inclusivo, adatto a tutti.

Perché tornare a lavorare su queste serie ormai “antiche”?

Quando Ideal Standard ci ha chiesto un nuovo prodotto, ho proposto al ceo Torsten Tuerling qualcosa che probabilmente lui aveva già in mente: tornare a ragionare col design. L’azienda negli anni si è concentrata sull’evoluzione industriale. Ha raggiunto una competenza produttiva incredibile. Ora le occorre una direzione culturale. Ideal standard ha nella propria storia i valori eterni del design. Tornare a frequentare quei valori impone una riflessione sulle origini.

La collezione Atelier nasce dalla volontà di agire sui modelli e di esaltarli in un progetto originale, il cui il valore è dichiarato ed è scelto, è intrinseco al prodotto. È stato un lavoro archeologico: ho ritrovato i disegni definitivi per la produzione, le varie evoluzioni tecniche, in un archivio dimenticato.

Ricostruiamo la nomenclatura progettuale della collezione Linda X?

Linda è un oggetto meraviglioso, che non ha vissuto un’obsolescenza evidente. Ma ci sono degli elementi che andavano riraccontati. Linda X attribuisce un valore estetico al materiale. Il Diamatec ha capacità espressive straordinarie, consente spessori minimi e lavorazione a un solo muro. È leggero, sostenibile, se ne usa il 40% in meno e i cicli produttivi sono più ecologici e economici. Su un prodotto industriale c’è un impatto significativo.

Abbiamo disegnato uno scalino che permette di appoggiare il prodotto su superfici ridotte. Linda X è un bagno per case vere, come è nelle corde di Ideal Standard:  sul piano della proporzione e dell’impatto visivo è completamente diverso dal suo predecessore.

Queste sono le innovazioni tipologiche, accanto alle citazioni amorevoli del lavoro di Castiglioni. Non possiamo partire da zero, non avrebbe senso. Stiamo ricostruendo il percorso per preparare la riedizione del Linda originale.  Voglio che venga riconosciuto, che faccia esplodere il cuore. Ho amato Achille in modo spropositato e voglio che la riedizione lo celebri. Per questa ragione sto facendo dei ragionamenti lenti, sui dettagli, in modo che ci sia una base culturale forte per dare il giusto spazio e la giusta attenzione alle eredità culturali del brand.