Dagli allestimenti spettacolari dei primi tempi, pensati per stupire, a interventi in cui il digitale crea nuovi contenuti ed esperienze, altrimenti impossibili. Ecco come l’interaction design sta diventando il driver di una progettualità futura

In principio fu l’effetto wow: dettagli di capolavori dell’arte svelati su maxischermi, la realtà virtuale usata per entrare nel paesaggio della Gioconda o in un quadro di Vermeer. “Era l’epoca, non lontana, in cui il digitale veniva concepito come un valore aggiunto nel senso letterale del termine: qualcosa che arrivava dopo, e serviva soprattutto a stupire”, dicono Alessandro Masserdotti e Laura Dellamotta di Dotdotdot, studio multidisciplinare fondato a Milano nel 2004 e che da allora ha diffuso e fatto crescere con i suoi progetti la cultura dell’interaction design. “Quell’epoca non è del tutto finita, ma ne è già iniziata un’altra, più avanzata, in cui il contributo del digitale non è solo quello di fare spettacolo, ma di offrire un senso nuovo di scoperta, attraverso la creazione di contenuti. Per questo, il nostro lavoro non è semplicemente portare la tecnologia in un progetto, ma strutturarne il contributo dal principio, creare un linguaggio comune ai professionisti di settori e discipline diversi, perché l’apporto del digitale sia sostanziale”.

Che cosa vuol dire fare interaction design in chiave sostanziale, lo spiega il progetto più recente dei Dotdotdot, l’allestimento – questa volta è proprio il caso di dire – immersivo della Domus Aurea a Roma, riaperta dopo anni con una mostra multimediale che racconta le opere e le vicende legate alla pittura antica sepolta nelle “grotte” della residenza neroniana. Quelle pitture vennero scoperte intorno al 1480 dagli artisti che per primi si calarono nelle cavità del colle Oppio per ammirarle e furono riproposte da Raffaello in tanti capolavori. Sono proprio le “grottesche” che l’allestimento di Dotdotdot svela grazie al digitale, trasformando quella che anni fa sarebbe stata una dimensione puramente spettacolare in nuovo significato, connettendo momenti e luoghi lontani nel tempo.

“Non è l’opera in sé al centro dell’installazione, quanto l’esperire una storia con tutti i sensi. Emozione, sorpresa e la sollecitazione della curiosità spingono il visitatore ad apprendere in modo innovativo la molteplicità dei contenuti che si celano nelle vicende di Raffaello e della Domus Aurea. Grazie al digitale la narrazione si fa più libera, dinamica, flessibile e meno prevedibile, e diventa possibile ricostruire pezzi di storia, trasportare i visitatori in ambienti spazio-temporali altri, ricostruire processi, creare connessioni visive e concettuali, fornire punti di vista curatoriali e riflessioni che intrecciano elementi materiali e immateriali, e mixarli a piacere in maniera personale”.

La nuova sfida è calare questa progettualità nell’abitare, tanto più adesso che le frontiere tra fisico e virtuale sono sempre più labili. Anche per questo, sono una novità le due gaming room firmate da Fabio Novembre per Favij e per Pow3r, giovani star internazionali dello streaming, pensate proprio per essere l’habitat ideale del giocatore tecnologico, e quindi innanzitutto polifunzionali, tra led, neon, grafismi sci-fi e qualche icona del design made in Italy. “Come progettista il mio dovere è raccontare il tempo in cui viviamo, e la nostra contemporaneità è un mix di fisico e digitale. Questi ragazzi sono dei professionisti affermati che trasformano quel mix in uno spettacolo. Ho sempre progettato spazi che servissero a far incontrare le persone e in questi due appartamenti arrivano nello stesso momento più persone che in uno stadio di calcio”, spiega Novembre.

Sia negli allestimenti che svelano brandelli inediti di storie millenarie, sia nella progettazione di case a misura di virtual heroes, la parola chiave dell’interaction design è sempre una: multidisciplinarietà. “Che non vuol dire, banalmente, mettere uno psicologo, un filosofo o uno sviluppatore al fianco di un architetto o di un designer”, spiegano i Dotdotdot, “ma creare un team in cui tutti parlino un linguaggio comune, si facciano interpreti di una realtà che sta diventando sempre più complessa, in cui l’integrazione di servizi è necessaria e il pubblico ha bisogno di soluzioni semplici e comprensibili. Per questo motivo, le professionalità diverse vanno riunite fin dal momento del brainstorming. Questo processo crea una sorta di serendipity, ovvero una forma di creatività a tutto campo dagli sbocchi inattesi, più ricca della creatività tradizionale. È un approccio che finalmente inizia a farsi strada anche negli ambiti più tradizionali della progettazione d’interni. Sempre più spesso siamo chiamati a dare il nostro contributo nella lettura delle possibilità di uno spazio – che sia residenziale, commerciale o di cura – e di come può essere disegnato per essere vissuto al meglio. Arriverà il momento in cui le nostre competenze saranno sfruttate anche nella fase precedente, di vera e propria progettazione architettonica”. Ed è allora che si apriranno scenari ancora più interessanti.