Un movimento internazionale e popolare chiede a gran voce leggi sulla riparabilità. Parlamento Europeo, aziende e designer rispondono così

I movimenti popolari nascono spesso dalla frustrazione di un diritto percepito.

E i movimenti per la riparabilità non fanno eccezione. Sono nati spontaneamente, dall’aggregazione di persone che sentono l’urgenza di riappropriarsi del controllo di oggetti, strumenti e prodotti che possiedono e che vogliono conservare e utilizzare il più a lungo possibile.

È un desiderio comprensibile, visti i tempi. Riguarda la sensibilità ai temi del consumo e della produzione. Ma è innegabile che coinvolga anche un bisogno di cambiamento più radicale, che mette in discussione le logiche del mercato.

Cos’è il diritto alla riparabilità

Right to Repair Europe è il network che riunisce le diverse realtà, associazioni ambientaliste, repair café, associazioni professionali e aziende, vicine ai temi della riparabilità.

Cristina Ganapini è la sua portavoce. Italiana, vive a Bruxelles dove Right to repair Europe lavora in concerto con l’Unione Europea nella redazione di normative che regolano la riparabilità dei prodotti messi in commercio.

Non è un tema semplice: riguarda non solo la possibilità di manutenere autonomamente i propri oggetti, ma anche l’accesso a manuali e parti di ricambio, certificazioni, trasparenza commerciale realmente utile.

"I movimenti che convergono in Right to Repair hanno preso forma negli Stati Uniti e si sono rapidamente diffusi in ogni parte del mondo, dall’Europa all’Oriente, fino ai campi rifugiati del continente africano", spiega la portavoce. "Sono nati da una ribellione popolare spontanea che mette in discussione il concetto di proprietà".

Possediamo davvero ciò che non si può riparare?

Sappiamo tutti di cosa stiamo parlando: un device tecnologico spesso è impossibile o estremamente costoso da manutenere. Se si rompe anche una parte semplice ma vitale come la batteria, a volte è concretamente molto difficile, se non impossibile sostituirla.

La reazione abituale è comprare un prodotto nuovo e buttare quello danneggiato.

Ma c’è chi si domanda, viste queste premesse, se davvero ci si può definire proprietari di un oggetto di cui non possiamo decidere la resilienza. È una domanda legittima e, a suo modo, rivoluzionaria, appassionante.

Passione, impegno, aggregazione gli ingredienti del movimento per la riparabilità

"I movimenti sono nati soprattutto da spazi aggregativi come i repair café, dove le persone si riuniscono per scambiarsi informazioni e procedure, in cui la partecipazione collettiva è altissima", commenta Cristina Ganapini.

Non stupisce, perché: "Fino a pochi decenni fa esisteva una cultura della riparazione radicata. L’avvento dei device tecnologici, smartphone e computer in primis, ha completamente stravolto la relazione con gli oggetti".

La domanda che Right for repair Europe pone insistentemente alla UE è: perché permettiamo che i prodotti usa e getta circolino nel nostro mercato? La soluzione evidentemente è politica e legislativa.

L’obsolescenza programmata non è importante

"Non ci interessa addentrarci nel tema dell'obsolescenza deliberata: abbiamo ormai una certa esperienza nel formulare richieste politiche.

Per come funziona il sistema giuridico, sappiamo che è difficile dimostrare che esiste una progettazione finalizzata a disegnare prodotti destinati a durare poco. È più funzionale richiedere un framework politico e legislativo che obblighi le aziende ad accedere alla riparabilità".

Una richiesta che viene ascoltata con interesse dall’Unione Europea soprattutto dall’entrata in scena Ursula von der Leyen. I risultati si cominciano a vedere (qui è spiegato qual è lo stato dell’arte), ma la strada è ovviamente lunga.

Part pairing e design i nodi della riparabilità

Il nodo centrale è lo slalom fra le norme del diritto costituzionale che giustamente proteggono la proprietà intellettuale.

"Le aziende fanno scelte economiche: spesso la non riparabilità di un prodotto dipende dai costi di produzione, dalla (mancata) ricerca progettuale e dalle strategie di marketing", spiega Cristina Ganapini.

"La UE sta lavorando bene, ci sono leggi nuove che impongono alle aziende di usare razionalità, buon design e ricerca trasparente. Come si progettano i prodotti è ovviamente una parte fondamentale.

Ma esistono due problemi difficili da risolvere. Il primo è il software, la cui proprietà è protetta. Il secondo è il tema del part pairing, ovvero una tecnica che rende ogni parte sincronizzata e dipendente dall’altra.

Un atteggiamento che non ha alcuna apparente ragione d’essere, se non quella di renderci sempre meno capaci di riparare".

Le aziende riparabili

Le aziende si stanno però accorgendo che qualcosa deve cambiare, se si vuole continuare ad avere accesso al mercato.

"Ci sono nuovi brand che nascono proprio da imperativi criteri di riparabilità. Un esempio: l’olandese Fairphone.

Nascono anche marchi specializzati in refurbishment, in pezzi di ricambio, in mercato dell’usato", elenca la portavoce di Right to repair.

Ma ci sono anche molti esempi di 'repairwashing', ovvero tentativi di dimostrare un atteggiamento trasparente e disponibile, ma mai esaustivo e interamente accessibile.

Il buon design crede nella riparabilità?

Lato design brand, la riparabilità è una caratteristica ormai immancabile di qualsiasi azienda evoluta e impegnato nella transizione ecologica.

Il buon progetto nasce per essere duraturo, resiliente, per rimanere il più a lungo possibile nella vita delle persone. È un imperativo contemporaneo, ma anche una logica umanistica che tiene conto dell’affezione agli oggetti.

Paolo Brambilla, design director di Flos insieme a Fabio Calvi, spiega: "Il concetto di 'riparabilità' è uno dei temi che chiediamo ai designer di affrontare fin dal principio del percorso progettuale, ma soprattutto è il dipartimento di Ricerca e Sviluppo di Flos che deve affrontare le sfide più eclatanti.

Nel recente passato, quando vennero introdotte le prime sorgenti LED, era comune l'utilizzo di colle ad alta prestazione per ottenere facilmente un buon risultato estetico: questo tipo di soluzioni non sono più accettabili"

Bilancio di sostenibilità e riparabilità

Quello della riparabilità quindi è un framework consapevolmente sviluppato dalla singola azienda, una scelta.

"Nel bilancio di sostenibilità di ogni lampada la durabilità è un elemento importante: la possibilità di sostituire singole parti consente di allungare la vita di ogni prodotto," continua Paolo Brambilla.

Precisando che: "uno dei temi più complessi è la gestione dell'incessante evoluzione delle fonti luminose. Per questo, anche nei prodotti più tecnici stiamo introducendo il concetto di lampade 'future-proof', ovvero di apparecchi che sono in grado di accogliere anche moduli LED che ragionevolmente verranno disponibili negli anni a venire".

Cosa vuol dire davvero riparabilità?

L’autonomia della manutenzione rende il percorso progettuale e lo sviluppo tecnologico del prodotto un vero esercizio virtuoso: "Tra gli esempi più eclatanti posso citare, tra le novità, Luce Orizzontale e Skynest.

Svitando le teste di Luce Orizzontale è possibile non solo sostituire gli elementi in vetro colato a mano, ma anche le singole strisce LED che costituiscono il cuore tecnologico della lampada.

Ogni singolo modulo luminoso di Skynest ha due spinotti alle estremità e può essere cambiato molto facilmente, senza l'intervento di un tecnico specializzato".