I segreti di una professione ancora poco conosciuta, ma fondamentale nella progettazione degli spazi, raccontati dalla lighting designer Giorgia Brusemini

Il primo luogo comune da sfatare, quando si parla di lighting design, è che un conto sono le belle lampade, un altro il buon progetto di illuminazione. "Quando, nove anni fa, decisi di occuparmi esclusivamente di progettazione della luce, capii che avrei dovuto fare in modo che tutti, anche i non addetti ai lavori, si accorgessero di questo straordinario 'materiale' impalpabile nel quale siamo costantemente immersi e che spesso non scegliamo", racconta Giorgia Brusemini, designer specializzata in lighting designer e creative advisor per diverse aziende del settore.

"Ho così aperto il blog Ogni casa è illuminata e iniziato a parlarne con un approccio più divulgativo, emozionale e meno tecnico. E sono partita proprio dalle lampade icone del design, da quello che noi italiani comprendiamo meglio per cultura, ma facendo un focus e raccontando aneddoti sulla luce che queste icone emettono.

Alla fine, Castiglioni e Magistretti disegnavano lampade con lo specifico intento di indirizzare la luce. Quindi, no: il lighting design non è una lampada, ma ogni lampada o soluzione luminosa può diventare parte del progetto di lighting design".

Proviamo a dare una definizione allo stesso tempo tecnica ed emozionale della disciplina?

"Lighting design si può tradurre con 'progettazione illuminotecnica', ma è riduttivo e perde tutto il suo fascino. Io preferisco parlare di progettazione della luce, sia artificiale che naturale, e della sua integrazione, per la valorizzazione degli spazi e dei paesaggi.

Il nostro è un lavoro che unisce sapere tecnico e sensibilità estetica. Significa saper utilizzare la luce come mezzo sia funzionale che espressivo e sapere influenzare con essa la percezione di quello che ci circonda grazie alla creazione di gerarchie visive, determinando con precisione l’esperienza di chi utilizzerà quello spazio, visiterà quella mostra, quel museo, frequenterà quella piazza o quel parco.

Il lighting designer lavora in team a stretto contatto con l’architetto, ma a seconda del contesto, anche con l’urbanista, il biologo, il curatore della mostra e altri professionisti“.

In quali settori c'è più consapevolezza dell'importanza strategica del progetto della luce e in quali meno?

"Il mondo del retail, della moda in primis, è stato tra i primi a comprendere quanto il lighting design potesse essere strumento di vendita e influenzarla, quanto l’utilizzo di apparecchi con una qualità della luce eccellente contribuiva a migliorare l’esperienza di acquisto e molto altro ancora. In questi contesti si ha una esperienza più diretta legata ai benefici e quindi la strada per un professionista è più in discesa.

Altri settori oggi si stanno sensibilizzando, mossi anche dalle necessità oggettive, per esempio, di conservazione, di sostenibilità, risparmio energetico e anche di benessere.

Occupandomi molto di illuminazione per il residenziale, una delle prime cose che faccio nel proporre un concept illuminotecnico è un’intervista molto mirata sul tema luce al cliente. Sono domande inusuali, anche.

Dal confronto emergono tutti quei luoghi comuni che io chiamo false convinzioni e che sono fisiologiche, poiché ognuno di noi ha un suo personale rapporto con la luce e di conseguenza con il buio, che deriva dal proprio vissuto e dalla propria memoria visiva.

Quest'ultima non va sempre combattuta, anzi va rispettata e spesso è anche occasione per noi professionisti di creare realizzazioni su misura straordinarie".

Dunque non esistono regole universali?

"È sbagliato pensare che ci siano regole standard per l’illuminazione di ogni zona specifica della casa: per esempio, che la luce sul tavolo da pranzo o dell'ingresso sia una e una sola. Ogni ambiente ha le sue peculiarità e tutte influiscono sulla scelta del tipo di illuminazione. Questa 'non regola' vale moltissimo per lo spazio urbano, dove c'è la falsa convinzione che più luce significhi più sicurezza.

Ultimamente mi sto occupando di progettazione della luce in città unendo lighting design ed urbanistica di genere l'urbanistica agli studi di genere, e questo mi ha portata ad approfondire quanto sia importante misurarsi con la percezione della paura nello spazio pubblico.

Bisogna essere consapevoli che più illuminazione a livello quantitativo non assicura una visione migliore in assoluto, ma può fornire informazioni visive sbagliate, abbagliamenti, generando veri e propri 'muri visivi' in presenza di troppo contrasto tra zone buie e illuminate”.

Quanto è valorizzata la figura del lighting design e quanto, invece, il progetto della luce è ancora affidato ad architetti generici?

"Per fortuna anche qui in Italia la maggior parte degli architetti con i quali collaboro comprende appieno le mie competenze e la potenzialità nell’avere accanto una figura specializzata.

Il coinvolgimento avviene quindi fin dalle prime fasi di layout e organizzazione degli spazi affinandosi poi con la definizione del posizionamento arredi.

Non bisogna inoltre sottovalutare il fatto che dal Led in poi la tecnologia si è evoluta, gli apparecchi d’illuminazione hanno cambiato forma, si sono miniaturizzati, i prodotti architettonici quintuplicati, possono essere inseriti in cartonassi, nicchie, nei muri spesso prima dell’intonaco, le sfide sono diverse e se si vuole beneficiare di queste soluzioni bisogna che siano inserite in progetto con largo anticipo".

Come si decide di diventare un lighting designer?

"In genere, parliamo di una persona innamorata della luce che può arrivare alla professione da percorsi formativi molto diversi. Io, per esempio, dopo la laurea in disegno industriale ho iniziato a lavorare in uno studio di architettura a Milano e i principali progetti che mi furono affidati riguardarono proprio la progettazione di lampade.

Per me, dunque, è stato un caso. Ma la luce è così: se fino a un certo punto non ne hai notato l'importanza, un attimo dopo te ne sei innamorato. Ho avuto occasione di confrontarmi e lavorare sin da giovane con gli uffici tecnici di famosi brand italiani di illuminazione.

In quegli anni, disegnando forme, sperimentando con le nuove sorgenti Led e con i materiali, ho iniziato a farmi sedurre dalla componente luminosa e da lì ho approfondito.

Chi si specializza in lighting design ha già alle spalle una formazione in architettura o design o in ingegneria; ai miei tempi faceva parte del biennio al Politecnico ma ora non più. In Italia ci sono alcuni corsi e master a Milano e Roma.

E poi ci sono ottime scuole all’estero come KTH in Svezia e UCL in UK. Aggiungo che la professione cambia con l’evolversi delle tecnologie, richiedendo sempre nuove competenze: basti pensare all’utilizzo di nuovi software per il calcoli e le verifiche illuminotecniche, l’evoluzione e diffusione dei sistemi domotici e molto altro ancora. Tutto questo oggi viene affrontato seguendo questi corsi di specializzazione".

La pandemia sembra averci illuminato tutti sull'importanza della luce: è così?

"Sicuramente i vari lockdown ci hanno aiutati a farci capire se viviamo in spazi ben illuminati. Si sono rimesse in discussione moltissime priorità e chi viveva nelle grandi città ha capito, per esempio, che un primo piano di 200 metri quadrati, seppur in zona 1, non riceve abbastanza luce naturale e questo influisce sul benessere di chi ci vive.

In quel periodo le persone erano molto sensibili a tutto quello che riguardava soluzioni per migliorare la permanenza in casa.

Ricordo che coinvolsi alcune colleghe lighting designer nella creazione di un format di interviste molto seguito, #soslighting. Queste interviste erano ricche di indicazioni pratiche e di aneddoti 'luminosi' da mettere subito in pratica per rendere più confortevoli le stanze della casa e più piacevole la permanenza forzata".