Il furniture design va in cerca di nuove icone. Ma il grande classico di questo tempo è la capacità di dialogare con i pezzi storici esplorando temi nuovi

Parlare di icone significa entrare in un tipico ginepraio della cultura progettuale. Tipico perché il concetto di icona è la tentazione, manifesta o no, dei designer e delle aziende. Disegnare un’icona, produrre un’icona. Consegnare alla storia un pezzo capace di parlare dal passato, del presente e al futuro grazie a misteriose qualità indefinibili e ineffabili. Chiara Alessi lo dice nel suo “Le caffettiere dei miei bisnonni”: le icone comprimono il tempo. “Gli autori delle nostre icone lavoravano immersi nel presente, erano in grado di instaurare delle relazione con esso, ma le loro idee non coincidevano perfettamente con le istanze del tempo”. Nello scarto si inserisce la distanza che rende possibile l’interpretazione, il racconto di un momento. Il passaggio simbolico è talmente complesso e variabile da risultare misterioso.

Meglio limitarsi a esplorare come mai è così difficile produrre icone oggi. L’opinione generale è che questo tempo è innanzi tutto troppo veloce. In un senso molto concreto e pragmatico: per trent’anni le aziende hanno prodotto molto rapidamente per cavalcare il downshifting delle proposte e il boom dei nuovi mercati. Nella fretta si perde la distanza, lo scarto di visione che consente di progettare in modo prudente e riflessivo. Le icone di oggi sono prodotti tecnologici, portatori di contenuti e funzioni moltiplicate. Una seduta è una seduta, anche se si chiama Sacco ed è uno dei progetti più flessibili mai pensati. Un telefonino invece è un modo per comunicare, un distributore di contenuti, un mezzo educational, un’arma, una mappa… Soprattutto è uno degli oggetti che simbolizzano la rivoluzione digitale. Un’icona destinata ad avere numerose versioni e altrettante vite.

Quel che accade sempre più spesso, in mancanza di nuove icone furniture, è il dialogo con quelle esistenti. In tempi incerti le presenze rassicuranti di oggetti conosciuti sono un balsamo per l’anima. Le icone lo sono a maggior ragione perché vivono olimpiche ovunque. Così i brand cercano la strada della relazione fra vecchio e nuovo. Succede a Knoll, che con la serie KN firmata da Piero Lissoni, esplora la funzionalità degli spazi. I grandi classici di Eero Saarinen, Mies van der Rohe e Harry Bertoia convivono con le identità ibride dei nuovi pezzi. Quest’anno è la volta delle sedute KN06 e KN07, di memoria modernista.

Cassina nel 2021 presenta i pezzi di Michael Anastassiades, Patricia Urquiola e Philippe Starck, accanto alle “novità” firmate da Franco Albini, Bodil Kiaer e Charlotte Perriand. L’intenzione dichiarata del brand è di comporre un catalogo iconico e contemporaneo, soprattutto per la nuova serie Pro dedicata a hospitality e workplace. Un concetto ripreso anche l’anno passato con The Cassina perspective goes outdoor che abbina pezzi classici rinnovati nei tessuti e nelle finiture adattate agli esterni al lavoro di designer contemporanei.

Infine un modo un po’ diverso di ridefinire il senso dell’icona è ripercorrere le lavorazioni del passato. Come ha fatto Philippe Nigro nella nuova collezione Opéra per Barovier&Toso: una serie che reinterpreta il “rostrato”, una delle tecniche più complesse della manifattura veneziana.