La mostra centrale allestita fra i Giardini e l’Arsenale ridisegna le mappe dell’arte e si trasforma nella rivincita di tutti quei popoli da troppo tempo penalizzati dal sistema

Che non sarà una Biennale Arte come tutte le altre si capisce quando ci si ritrova davanti all’ingresso del Padiglione centrale dei Giardini, stravolto nella sua estetica originaria dalle pitture amazzoniche in technicolor del collettivo Mahku (Movimento dos Artistas Huni Kuin), che ha portato in Laguna lo spirito della foresta, degli animali e delle comunità indigene. Tutto questo, in perfetta coerenza ed armonia con “Foreigners Everywhere – Stranieri ovunque”, il titolo della kermesse scelto dal brasiliano Adriano Pedrosa, primo curatore latinoamericano della storia.

Guarda i padiglioni della Biennale Ate 2024

La mostra principale è un viaggio nella ricerca, nell’approfondimento, nell’apertura al diverso. Si fa la gimcana fra installazioni, fotografie, performance, murales e soprattutto dipinti, ce ne sono tantissimi, che arrivano da lontano lontano lontano. Come i lavori ai Giardini di Chang Woosoung, artista di spicco della tradizione coreana della pittura a inchiostro, che con il quadro “Atelier” (1943), racconta in modo raffinatissimo la vita urbana modernizzata condizionata dalla colonizzazione giapponese e occidentale.

O di Louis Fratino, star dell’arte figurativa di oggi, che - a pochi metri dalle opere di Filippo de Pisis - presenta nuovissimi oli che esplorano l’universo LGBTQ+ e le complesse dinamiche familiari che le persone queer affrontano dall'infanzia all'età adulta. O, ancora, di Teresa Margolles, che lavora da sempre con la presenza della morte dentro e oltre i confini messicani che con “Tela venezuelana” (2019) sbatte in faccia al pubblico una silhouette impressa col sangue di un migrante trucidato. Fra i must dell’Arsenale c’è invece la sezione “Italiani Ovunque”: un vero e proprio excursus fra i lavori - tutti esposti su pannelli in vetro trasparente ispirati all’allestimento progettato da Lina Bo Bardi - di maestri italiani che hanno vissuto gran parte della loro vita artistica (e non solo) all’estero.

Su tutti, brilla di luce propria il quadro firmato da Domenico Gnoli su cui campeggia la maxi suola di una scarpa. Uno scorcio solitamente invisibile, che qui si trasforma nel paradigma dell’invisibilità a cui sono stati costretti moltissimi degli artisti presenti in Laguna. Sempre alle Corderie dell’Arsenale, un altro lavoro da non perdere è “Disobedience Archive” di Marco Scotini. Si tratta di un archivio di immagini video concepito in varie fasi che mixa pratiche artistiche e azione politica. Dal 2005 il progetto è stato presentato in vari paesi ed ha cambiato costantemente la sua configurazione, rivelando forme di resistenza contemporanea. In occasione della 60esima edizione della Biennale sono state inserite altre due macro sezioni con ben 40 film: "Diaspora Activism”, che affronta i processi migratori transnazionali e “Gender Disobedience”, dedicata alla rottura del binarismo assoluto eterosessuale.

Il patriarcato è, infine, al centro del video “Void” di Joshua Serafin. Per realizzare il film, l’artista multidisciplinare originario di Bacolod nelle Filippine, ha attinto ai miti che raccontano la creazione dell’arcipelago della sua terra natale e, grazie a una performance queer, ha immaginare un nuovo domani per una specie non binaria, nel regno della diversità di genere. A fare da lei motiv a tutte queste creazioni, le scritte luminose del collettivo Claire Fontaine che Pedrosa considera il lavoro simbolo di tutta la Biennale.
Più in generale, come se il voler tirare le somme fosse una necessità fisiologica, si può affermare che “Stranieri ovunque” è riuscita nell’impresa di spingere il confine un po’ più in là, mettendo una volta per tutte l’Occidente di fronte alle reali proporzioni del mondo. Le opere scelte, infatti, non sono tutte dei capolavori ma stravolgono l’ordine a cui siamo stati abituati fin dalla notte dei tempi, mettendo in primo piano chi da sempre è stato relegato nelle retrovie. “Stranieri Ovunque” è però anche un monito per tutti noi, che crediamo - chissà poi perché - di essere il vero fulcro del mondo. Pedrosa, attraverso artisti e artiste provenienti da Asia, Africa, Centro e Sudamerica e Oceania, ci dice di resettare la bussola e ripensare alle coordinate territoriali e storiche del modernismo. “C’è tempo affinché tutto ciò avvenga - ha raccontato lo stesso curatore - La mia mostra coinvolge 80 Paesi e tra questi anche stati con non sono ufficialmente nazioni, come Hong Kong, Portorico e la Palestina. L’esposizione veneziana durerà sette mesi e sono certo che molte cose cambieranno. Cambieranno le letture, le interpretazioni e le recensioni. E spero che molte persone imparino qualcosa”. Per scoprire se ciò avverrà davvero, bisogna aspettare almeno fino al 24 novembre...