Curiosa, vivace, fresca, la casa di Andrea Caputo a Milano declina un modo sperimentale di concepire lo spazio dell’abitare, un fast track di arrivo e di ripartenza chel’ha già portato molto lontano

Entrare nella casa milanese di Andrea Caputo, giovane architetto di base a Milano e con sede anche a Shanghai, significa ‘scandagliare’ un universo creativo stimolante. Dopo un’ora circa di intervista nel suo studio di Milano, parlando delle fotografie dell’abitazione e di approcci sullo spazio dell’abitare, tra mix funzionali, ibridazioni e influenze fluide, connessioni dinamiche e oggetti di alto artigianato, esci con l’idea che questo interno porti in nuce quella visione che l’ha reso un progettista riconoscibile e richiesto in tutto il mondo.

Da Shanghai, dove Caputo con il suo team ha già realizzato interessanti edifici concepiti come piazze e contaminati con spazi culturali e ricreativi, a Gangnam, quartiere di punta a Seoul, dove sta costruendo un building cielo terra ex novo che raduna retail, uffici e ristoranti, architettura e interni, come interessante innesto tra una porzione di struttura portante in cemento e una in acciaio – una doppia ossatura che si compenetra e genera un volume altisonante dal punto di vista tipologico e delle complessità spaziali.

Partiamo da questo doppio sguardo. Qual è secondo te, in Asia, il valore aggiunto di un architetto italiano con il tuo mood?

Non sta a me definirlo. Posso dirti che abbiamo aperto lo studio a Milano dieci anni fa in piena crisi economica, paradossalmente un vantaggio in quanto destrutturati e quindi competitivi per un mercato difficile. Poi il volume degli affari si è ampliato, oggi siamo una quarantina di progettisti suddivisi in tre macro aree: architettura, interni e ricerca. Quest’ultima area è per noi strategica, di grande stimolo per esplorare ambiti trasversali all’architettura, slegati dai temi di progettazione che affrontiamo nel quotidiano. Per esempio la ricerca sulle connessioni – U-Joints, iniziata nel 2018 e attiva ancora oggi – è volta a comprendere la complessità di elementi e materiali una volta assemblati. È una questione intrinseca all’architettura e al design, ma per qualche ragione nessuno aveva mai pensato di indagarla a fondo. Da questa analisi, sviluppata insieme ad Anniina Koivu, è nata anche una mostra al FuoriSalone del 2018 che è andata ben oltre le nostre aspettative. Poi quattro anni fa, forti di esperienze simili, abbiamo aperto la sede a Shanghai, dove si ha l’opportunità di costruire in tempi relativamente inferiori rispetto ai canoni europei. Le fasi più concettuali del progetto vengono comunque elaborate a Milano e poi sviluppate localmente dai project manager.

Di quali riferimenti elettivi si nutre il tuo immaginario?

Ti racconto la mia casa, che può rendere l’idea. Qui vivo con mia moglie (Elisa Sabatinelli, apprezzata scrittrice di narrativa di origini italo-spagnole cresciuta a Barcellona, ndr) e i nostri due bambini. Filippo Bamberghi ha iniziato a scattare le foto che pubblicate alle sei del mattino, in quell'arco di tempo sospeso, dalle 5.00 alle 8.30, che oramai da anni dedico alla parte meno pragmatica del lavoro, un momento di riflessione e pausa dalla frenesia del quotidiano.

Ma la casa non è enorme, perché gli hai chiesto questa levataccia?

Lo spazio della casa non è enorme, ma il momento migliore per capirne il senso era quello. Il lungo piano di lavoro è un tavolo di Maarten Van Severen, pezzo iconico della sua serie in alluminio a campata unica. Coincide con una vera workstation, pensata prima delle esigenze di homeworking generate dalla pandemia. La condivido con mia moglie, lei utilizza la postazione accanto, anche se per qualche ragione quando viaggio siede dove sto io: le sedie (di Herman Miller) sono modelli identici, non ho ancora compreso questa sua occupazione temporanea. Lei usa una luce di Van Severen, io una piccola lampada chiamata Scintilla, frutto di una collaborazione tra i fratelli Castiglioni e Gae Aulenti per FontanaArte. È alogena e ogni quarto d’ora devo scuoterla per farla rinvenire, ma non riesco a farne a meno. Il tavolo affaccia su uno spazio aperto che comprime il resto della vita quotidiana: divano, daybed, tavolo da pranzo, isola cucina, cucina. Quel che serve durante il giorno, in un ambiente.

D’accordo. Invece sul piano del progetto architettonico come sei intervenuto?

Viviamo nella via della movida milanese, la parte notte della casa originale affacciava sulla strada. Ho dovuto demolire tutto e ribaltare l’assetto della pianta spostando l’area notte verso il cortile interno e gli ambienti living davanti. Dormiamo sonni tranquilli e non disprezzo il caos della via, sono ogni giorno entusiasta per le energie che il quartiere esprime, per la coesistenza della storica comunità eritrea con il quartiere LGBT di Milano. La zona notte è isolata da una semplice parete attrezzata in spalle di sequoia massello e mensole in vetrocamera. Sono i vetri normalmente usati negli infissi, la camera interna posta in orizzontale permette luci maggiori. E poi ho sempre trovato affascinante il silicone nero attorno. In qualche modo la parete genera un diaframma obliquo in okumè: un triangolo molto acuto sopra l’area cucina. Visto da sotto lo spazio è non finito, manca il controsoffitto che credo non arriverà mai.

Qual è il senso di questo non finito?

Appartiene alla provvisorietà delle cose che transitano nella casa. Ogni stagione cambiamo gli oggetti che spesso finiscono nei progetti dello studio e viceversa. Il tavolo nero e le sedie di Dirk Vander Kooij, per esempio, arrivano da un negozio progettato anni fa. Una sorta di eredità, come lo è il tavolo centrale in radica, questo davvero un regalo dei miei genitori che lo presero trent’anni fa al Mercanteinfiera di Parma. Dicono attribuito a Gio Ponti, ma io non ne sono sicuro e non ho mai visto una certificazione. È comunque un lavoro di artigianalità eccellente, con quattro sedie curve e integrate a formare un cilindro perfetto. Il divano ha una storia a sé. L’ha disegnato per noi Piet Hein Eek, ma ci ha messo talmente tanto tempo che avevo dimenticato di averglielo commissionato. Quando mi ha chiamato per dire che era pronto non avevo idea di cosa stesse parlando e ne avevo già preso un altro. Devo riconoscere che ogni complemento è di passaggio. Ci interessa costruire un rapporto con un oggetto e un ambiente, ma io e mia moglie siamo più tranquilli pensando che nulla sia definitivo. La casa è attualmente in vendita, non vogliamo legami o radicare i figli a luoghi definiti.

Una sorta di casa-guardaroba, mi pare di capire. Solitamente la gente fa il cambio armadi ogni sei mesi, voi quello di arredi e oggetti...

Questa è la mia prima casa da proprietario. Ne avrò affittate oltre trenta in precedenza. In qualche modo è un test per il futuro. Il progetto è stato eseguito in studio senza passare avanti ai lavori commissionati, ed è stato completato in un mese. L’area del living è semplicemente libera, adattabile per allestimenti diversi. Le foto che pubblicate restituiscono una delle possibilità: se Bamberghi tornasse oggi troverebbe un altro scenario.

Le residenze private sono un tema complesso e molto personale, un esercizio di introspezione lento che deve trovare una sensibilità in linea con quella del cliente, uno sguardo contemporaneo e condiviso sull’abitare."

Ho capito. Ma riusciresti a rinunciare al tuo gigantesco Gundam o alla collezione dei piccoli mostri colorati?

La settimana scorsa sono finiti in cantina. Comunque li apprezzo molto, derivano dalla cultura manga e sono meno commerciali di quanto possano sembrare. In Giappone da decenni producono stampi di toys in resina, blank, che vengono poi dipinti a mano da artisti locali, diventano pezzi unici. Ecco, forse il criterio di selezione per quel che transita a casa è dato dal carattere artigianale di arredi e complementi. La cucina ha una base semplice in mdf dipinto di bianco, ma le maniglie arrivano da Utsunomiya, dove c'è un artigiano che produce i pomi di alcuni treni locali giapponesi. Li intarsia nel suo laboratorio.

Dunque c’è un’autorialità in tutto ma non ci sono oggetti di product design in senso canonico, eccezion fatta per la cucina ipertecnologica di Gaggenau, volutamente?

In studio non facciamo product design, è una scelta di campo. Non vogliamo concentrare energie sul prodotto, non ne abbiamo le competenze, almeno non io. E mi preoccupa l’idea di un nostro catalogo di sedie, luci, sofà, piastrelle, perché creerebbe un database di oggetti personali vincolante e fuorviante: ogni progetto diventerebbe ripetitivo, darebbe luogo a un inventario di prodotti da replicare, senza contare la deleteria logica di royalties che ne deriverebbe.

Però sei partner di Plusdesign Gallery, una piattaforma all’avanguardia con un forte impegno per il design contemporaneo, un luogo in cui ripensare concetti attraverso la ricerca...

Certo, perché nei nostri interni che partono da matrici differenti e molteplici, focalizzandoci sullo spazio, apriamo delle collaborazioni coi designer per capire quali accessori scegliere per quel determinato concept spaziale.

E il progetto residenziale?

Inteso come interni di residenze, è controllato. Cerchiamo di portarne avanti solo uno alla volta. Le residenze private sono un tema complesso e molto personale, un esercizio di introspezione lento che deve trovare una sensibilità in linea con quella del cliente, uno sguardo contemporaneo e condiviso sull’abitare. Finché un progetto residenziale non è terminato non ne prendiamo di nuovi.

Viviamo nella via della movida milanese, la parte notte della casa originale affacciava sulla strada. Ho dovuto demolire tutto e ribaltare l’assetto della pianta spostando l’area notte verso il cortile interno e gli ambienti living davanti."

E ora quale state facendo?

Stiamo completando la casa di Andrea Rosso e Fabiola Di Virgilio a Milano. Uno spazio inedito e speciale, come i proprietari.

Bene, allora aspettiamo di poter vedere e parlare anche di quelle foto!

Progetto di Andrea Caputo - Foto di Filippo Bamberghi