A Parigi, due edifici uso ufficio riaffermano il ruolo dell’architettura come forza espressiva del contesto urbano

Nei progetti di complessi terziari per le città non solo europee, siamo ormai abituati a osservare proposte architettoniche votate al massimo sfruttamento del lotto, con forme regolari scandite da facciate in curtain wall segnate dalla monotonia dei profili metallici in aggetto.

Un ‘playtime’ del nuovo millennio – per citare il famoso e sagace film di Jacques Tati (1967) – con edifici frutto di un meccanismo finalizzato all’efficienza (dei costi e delle prestazioni) in cui non mancano alberelli sospesi e verzura disposta qua e là, a sottolineare la necessaria apparente sostenibilità.

Sul tema della noia della ripetizione del modulo di facciata, Rudy Ricciotti afferma: “La cosa più semplice da fare è riprodurre fedelmente lo stesso modulo. Alcuni si stupiscono di questo, facendone la firma di progetti dalle linee carcerarie, nei loro giochi di luci e ombre.

Non è altro che il ritorno del represso, del monumentale, del grezzo, del razionale nazista. Il desiderio regressivo di regolarità testimonia il cinismo di un’epoca che non ha più nulla da fare se non copiare e incollare”.

Rispetto a questa visione, tristemente ripetuta e premiata, la ricerca di Rudy Ricciotti, come dimostrano i due progetti che presentiamo in questo articolo, si pone in modo volutamente antagonista.

Alle linee rette di uno sfruttamento ‘razionale’ si sostituisce il fascino della linea curva, quella variety che già a metà del ’700 William Hogarth assumeva come fondamento nel suo The Analysis of Beauty e che caratterizzerà gran parte della modernità sino al nostro presente.

Alle facciate di vetro modulari e ottimizzate per misura e costi, nobilitate da profili aggettanti a spettinarne senza successo la cadenzata monotonia, Ricciotti risponde con una pelle vetrata di brise-soleil ondulati (gli uffici Kanal a Pantin) e con un magico esoscheletro che ricorda le trame dei fili dei tessuti, materia di cui in questo caso si nutre la committenza (il complesso 19M, Manufacture des Métiers d’art de la mode di Chanel a Parigi-Aubervilliers).

Per meglio comprendere la ricerca condotta da Ricciotti in questi due progetti – il rifiuto della dipendenza tecnologica, dell’enfasi dell’high-tech unito al terrore del minimalismo – occorre anche ricondursi a quello che Gottfried Semper affermava nel 1851 a proposito del valore del tessuto, nello specifico dei tappeti, quale gesto primario dell’architettura per delimitare lo spazio domestico.

L’intreccio è per Semper l’elemento originario, l’essenza della parete di ogni costruzione, anche dopo la comparsa di quelle in muratura.

E il valore dell’intreccio quale strumento compositivo, quale elemento progettuale in grado di scardinare la triste logica del curtain wall 2.0, sembra rappresentare una strada che Ricciotti suggerisce e dimostra come possibile.

Così, nel descrivere il riuscito cinetismo di facciata dei sinuosi e seducenti uffici Kanal caratterizzati da frangisole verticali composti da 305 moduli di lamelle ondulate di vetro colorato in massa, Ricciotti afferma: “I tristi fan della contestualità, nella noia della loro dimostrazione passiva, possono vedere l’evocazione delle onde, ma le acque fangose del [prospiciente] canale dell’Ourcq non hanno la magia di questa prospettiva di vetro, di questo mare di ghiaccio.

Aggirando e deviando, serpenti e pannelli trasparenti firmano un sincretismo dal fascino alessandrino e affermano sottilmente ciò che è ancora possibile inventare.

Con qualche affinamento, ecco l’impresa ottimista e l’euforia della forma. Un’insurrezione aristocratica in mezzo a un’architettura gaglioffa, che non vede nella trama altro che un pretesto per segnalare il crepuscolo dei rari manieristi”.

E se “norme e standard portano al crimine”, come dice Ricciotti, ecco che il valore della trama emerge in modo dirompente per il b. Un innovativo esoscheletro di 231 moduli di filamenti BFUP bianco, alti 24 metri e spessi 15 cm, intrecciati in un unico pezzo (una novità a livello mondiale dal punto di vista tecnico esecutivo), agisce come un efficace filtro con una densità variabile rispetto all’orientamento solare.

La complessità dell’intreccio del layer esterno di facciata che avvolge gli edifici – una trama di fili di cemento ispirata a quella tessile – è il frutto di una lunga ricerca che l’architetto ha condotto nell’arco di quarant’anni, supportato dallo studio di ingegneria strutturale Lamoureux & Ricciotti Ingénierie.

Quella per lo sviluppo e il sostegno dei laboratori artigianali impegnati nel settore della moda per Chanel è un’architettura che “parla di sensibilità, femminilità e tenerezza e degli sforzi che dobbiamo alla memoria dei veri mestieri” (Ricciotti).