Rispondere in modo resiliente agli effetti del cambiamento climatico (bombe d’acqua incluse) passa da una regola chiave: fare della natura una nostra alleata e imparare dalla sua intelligenza

All’incontro internazionale della COP27 Simon Kofe, ministro degli esteri della nazione insulare dell’Oceania Tuvalu, parla ai leader mondiali dal metaverso.

È lì che l’isola dovrà migrare per garantire la sua sopravvivenza, quantomeno culturale, visto il progressivo innalzamento delle acque che ne porteranno la cancellazione dalla superficie terrestre.

Provocazione o realtà? I drastici effetti del riscaldamento globale ci mettono di fronte all’urgenza di ripensare i nostri modi di consumare, produrre, spostarci, nutrirci e abitare.

L’Italia è a rischio di alluvione?

Potrebbe apparire che questo non sia un tema che riguardi l’Italia, eppure Legambiente, nel rapporto annuale dell’Osservatorio Città Clima, diffonde dati inequivocabili: dal 2010 a settembre 2022 si sono registrate nella Penisola 510 alluvioni con gravi danni a persone e infrastrutture.

"Non c’è più tempo da perdere", dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente. "Serve aggiornare e approvare entro fine anno il piano nazionale di adattamento alla crisi climatica, in stand by dal 2018, praticare serie politiche territoriali di prevenzione del rischio idrogeologico, con una legge nazionale contro il consumo di suolo e interventi di delocalizzazione.

Come si convive con l’emergenza idrica?

Intanto molti paesi hanno trovato da tempo modi di convivere con l’acqua. Cosa li accomuna? Hanno ripensato le loro politiche di progettazione comprendendo e assecondando la natura, accogliendo i flussi d’acqua e facilitando l’assorbimento e la conservazione per i periodi secchi.

La natura si basa sulla circolarità - per chi fosse in cerca di ispirazione è da leggere l’intervista all’architetto Pietro Laureano, studioso di oasi e deserti - dove ogni elemento, dal suolo all'aria, concorrono nella ricerca di equilibrio.

Quando l’acqua diventa pericolosa?

L’acqua diventa una nemica anziché una risorsa:

  • quando la spinta irrefrenabile a costruire e cementificare porta a una impermeabilizzazione della superficie del terreno
  • quando si costruisce senza assecondare flussi di fiumi
  • quando si lasciano incolti i terreni portando a una loro lenta desertificazione e quindi minore capacità di trattenere l’acqua.

E se invece le città fossero riprogettate in sinergia con la natura? Se, usando il biomimetismo, invece di combattere le acque fossimo in grado di accoglierle?

Cosa sono le Sponge Cities, le città spugna?

Le Sponge Cities (in italiano città spugna) sono luoghi che adottano sistemi diversificati e interconnessi per assorbire grandi quantità d’acqua e rilasciarle lentamente.

Come funzionano? Usano diverse strategie progettuali urbane, dislocate su tutto il territorio: a partire dalla piantumazione di tetti verdi e marciapiedi bordati di vegetazione, alla creazione di luoghi di raccolta dell’acqua piovana e al miglioramento del drenaggio dei fiumi e del suolo, decementificandolo.

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Cos’è il water design: come si progetta studiando i cicli idrici locali

È il cosiddetto approccio urbanistico basato sul water design, che si basa su un uso strategico dei cicli idrici locali: lo pratica per esempio il gigante internazionale Arup che ha un dipartimento specializzato proprio su questo tipo di progettazione.

Analizzando attraverso l’Intelligenza Artificale 8 città- Auckland, Londra, Mumbai, Nairobi, New York, Shanghai, Singapore e Sydney - Arup ha misurato la loro capacità di assorbire l’acqua, valutando le tipologie di terreno, quanta percentuale fosse coperta da 'infrastrutture grigie' come cemento, marciapiedi ed edifici e quante da 'infrastrutture blu e verdi' tra cui erba, alberi, stagni e laghi.

Auckland, in Nuova Zelanda, è al primo posto con una superficie verde del 35%, in gran parte grazie ai suoi sistemi di acque piovane, molti campi da golf, parchi verdi e giardini residenziali di buone dimensioni. All'ultimo posto c'è Londra, al 22%, principalmente a causa degli alti livelli di cemento e della scarsa assorbenza del suolo.

"Le città non possono continuare a essere giungle di cemento”, spiega Mark Fletcher di Arup. "Per prosperare, devono lavorare in sintonia con la natura. Hanno bisogno di imparare rapidamente come implementare soluzioni basate sulla natura in grado di portare vantaggi molto più ampi rispetto alla tradizionale ingegneria di infrastrutture grigie e di contribuire positivamente alla biodiversità e alla riduzione del carbonio."