Lo studio parigino We do not work alone edita opere d’arte che sono oggetti d’uso comune, da usare tutti giorni, a prezzi arrivabili

Per capire l’essenza pop dell’art design di oggi, era social, bisogna andare a Parigi dove le tre curatrici Louise Ghislaine, Anna Klossowski e Charlotte Morel hanno fondato nel 2015 We do not work alone, una galleria dove trovare opere d’arte da usare tutti i giorni.

Non sculture, dipinti o installazioni, ma oggetti e strumenti quotidiani, funzionali, da usare. In poche parole: art design.

La formula è semplice: scelgono un artista e commissionano un oggetto domestico, a volte un pezzo unico, a volte una serie.

Dalle scatole di fiammiferi ai tappeti, dalle barrette di cioccolata ai tappi per le bottiglie. I prezzi sono a portata di tutte le tasche e l’arte entra nelle case in forma di oggetti d’uso e di consumo.

Una rivoluzione piccola, semplice. Che porta l’arte contemporanea in un luogo, simbolico e spaziale, completamente diverso.

Come nasce We do not work alone?

Ci siamo conosciute durante gli studi d’arte e curatela. Abbiamo lavorato insieme fin dall’inizio, ma We do not work alone è nata nel 2015.

Anna Klossowski ha fatto un viaggio in Giappone, dove ha visitato la casa del ceramista Kanjiro Kawai e ha scoperto un libro che raccoglie i suoi scritti.

Una lettura rivelatrice, una serie di riflessioni di stampo animista che ci ha ispirato nella definizione di un’idea d’arte totale. Per Kanjiro Kawai la bellezza è in ogni oggetto, in ogni manufatto, ed è portatrice di gioia nella vita quotidiana.

È un’idea che pervade la cultura progettuale giapponese: l’attenzione a un’estetica in grado di dare dignità a ogni oggetto, anche quello più umile.

We do not work alone sembra più una dichiarazione di intenti che il nome di una galleria…

Il punto di partenza è semplice: l’artista non vive in un mondo a parte, separato dal mondo, chiuso nel suo studio.

La sua pratica è, secondo Kanjiro Kawai, legata al mondo, in relazione profonda con i gesti, i materiali, il lavoro, le persone.

Questo è il significato di We do not work alone: l’arte immersa in ogni atto quotidiano, un’arte utile, compagna delle persone, che ha il compito di trasformare la prosaicità dei gesti semplici in atti simbolici e significativi. Un’arte che ci ricorda che siamo molte cose, esseri umani in relazione con un mondo che ci ispira e a cui diamo significato.

È un atteggiamento di curatela rivoluzionario, in un certo senso. Come reagiscono gli artisti?

Scegliamo gli artisti che ci piacciono e che possano aderire spontaneamente a questo modo di lavorare.

Molta arte contemporanea è tornata a confrontarsi con l'artigianato, la manualità, il fare. È un'esigenza intrinseca a questo momento storico, non imponiamo dall'alto un’idea, piuttosto diamo una forma sensata a quello che già accade fra i giovani artisti.

Facciamo molta ricerca, naturalmente e il rapporto con gli artisti è molto diverso da quello classicamente curatoriale.

Siamo con loro, lavoriamo accanto a loro. La relazione è fatta soprattutto di un dialogo che ha come obiettivo un lavoro sensibile alle istanze delle quotidianità.

A volte si tratta di pezzi unici, a volte di edizioni in serie: lasciamo che l’artista decida e ci affidiamo alla sua sensibilità.

I vostri pezzi sono di art design ma non costano molto: come mai?

L’idea è portare concretamente l’arte in una relazione permeabile con il mondo. Impossibile farlo se i costi sono troppo elevati.

È evidente che continuare a rinchiudere la pratica contemporanea in nicchie culturali ed economiche non può funzionare nell’ambito del nostro progetto di curatela.

Qual è la parte più complessa del vostro progetto?

La vendita è sempre il punto dolente del lavoro di galleria.

Non è dissimile da chi si occupa di design: chi progetta si confronta con limiti necessari e ovvi: di funzionalità, di intelligenza progettuale, industriale e artigianale, e razionalità economica.

Il plus del nostro lavoro, rispetto al design, è la freschezza creativa degli artisti. Questioni come l’ergonomia e l’usabilità sono trattate con innocenza, in modo naif.

È un atteggiamento che si distacca completamente dal disegno industriale, anche perché lo scopo è vivere con l’arte, cercare il dialogo fra quotidianità e una dimensione più concettuale.