La grande trasformazione tech? La possibilità di progettare nello spazio virtuale, minimizzando i rischi e nutrendo ideali di condivisione. E qualche velleità di onnipotenza

La trasformazione tech del design parte da qui: BIG Architects firma il primo progetto per il Metaverso.

È su Decentraland, uno dei metaversi disponibili in rete. Ed è l’head quarter di una delle digital agency più hype del mondo: Vice Media. Che spiega la scelta con una constatazione pragmatica: una sede virtuale è un parco giochi per creativi, l’obiettivo è sperimentare le possibilità di ibridazione phygital di prodotti e brand.

Una metaforica alzata di spalle che indica però un ulteriore cambiamento di prospettive. Fino a poco fa per progettare era indispensabile la relazione in presenza, lo scambio non verbale e la costruzione di una relazione di fiducia collaborativa. Poi c’è stato il Covid, che ha obbligato tutti a inventarsi in modo rocambolesco delle alternative digitali alla comunicazione non verbale. E ora siamo ai brainstorm virtuali su Decentraland, però negli uffici disegnati da Bjarke Ingels, con tanto di alter ego (si chiamano avatar) simil playmobil.

Virtuale da progettare

L’interazione, benché virtuale, non è priva di emozioni. Anzi: l’assenza di un corpo fisico è un'apprezzabile garanzia di immediatezza e di informalità, sostengono gli habitué del metaverso. Ed è anche un’apertura su una teoricamente infinita sperimentazione di identità. E di possibilità.

Spiega Bjarke Ingels: “Quale architetto non ha sognato di costruire senza limitazioni di costi, di materiali, di regolamentazioni edilizie e persino senza dover sottostare alle leggi della fisica?”. E prosegue: “Il metaverso è un nuovo spazio e stiamo ancora cercando di farcene un’idea. Ma crediamo che come designer abbiamo il dovere di sognare in grande e di costruirlo bello e funzionale come qualsiasi altra cosa”.

L’ideale è tecnologico

Anche Zaha Hadid Architects ha recentemente annunciato il prossimo progetto: Liberland Metaverse. È un luogo virtuale ispirato all’omonimo territorio ideale fra Serbia e Croazia: un luogo visionario (in cui al momento non può abitare nessuno per mancanza di strutture istituzionali) ispirato a valori libertari.

“I tempi sono maturi, tecnologicamente, economicamente e socialmente, per spostare sempre di più le nostre vite produttive nel metaverso”, commenta Patrick Schumacher, direttore dello studio. “Stiamo appena iniziando ad apprezzare le potenzialità di uno spazio adatto alla reale partecipazione globale".

Risuona anche qui l’idea del metaverso come un modello virtuale (e in certa misura al riparo di rischi) di un nuovo mondo fisico. Un po’ come succede quando si usa il BIM (Leggi anche: Il BIM: cos'è e come trasforma l'architettura), che consente di lavorare su un modello digitale iperrealistico ed evitare errori di progettazione.

Esperimenti sociali in luoghi virtuali

Il cambiamento di paradigma quindi riguarda una sperimentazione in cui non è pericoloso non avere limiti, in cui godere di una totale libertà strutturale, sia dal punto di vista progettuale che antropologico.

Rifondare modelli economici, comportamenti sociali, riti e forme relazionali. Pare la fine dell’errore umano, perché da qui in poi l’errore sarà virtuale. Ma la tecnologia riuscirà davvero a tenerci al riparo dagli sbagli? È una visione che si divide fra intelligenti strategie di marketing (gli spazi di Liberland sono in vendita come NFT e si pagano in criptovaluta) e un’utopistica, e probabilmente sincera, speranza di rinascita.

Non è un mondo facile quello in cui viviamo e, comprensibilmente, sarebbe bello poter immaginare non solo di vivere altrove (benché senza corpo), ma anche di poter trasformare gli errori fisici in potenzialità evolutive.

Speranze tech

La tecnologia per progettare, la tecnologia per costruire meglio e produrre in modo più razionale. La tecnologia per ritrovare uno spazio umano all’interno della complessità, dialogando con possibilità infinite. Forse serve un’attitudine mistica, o forse è giusto coltivare dimensioni trascurate dell’essere umano.

O, ancora meglio, usare la tecnologia per non trascurare nessuna possibilità, per darsi persino il brivido di avere tempo per cominciare daccapo, questa volta con un grado maggiore di responsabilità e concretezza. È l’attitudine della progettazione parametrica (Leggi anche: Giacomo Garziano: un algoritmo per progettare), che lascia all’AI il compito di sondare l’infinito e agli esseri umani il piacere di ritrovarsi e ridefinirsi.

Cover photo: Liberland Metaverse MasterPlan Render by Mytaverse